Intervista con Morgan Palmas di Sul Romanzo
Categoria: Articoli e interviste
Ogni libro ha una voce diversa
Ogni libro ha una voce diversa – Il Bo Live – Unipd

Anna Mioni fotografata da Richard Mosse
“Non è un semplice mestiere, somiglia di più a una vocazione. Non diventi traduttore, lo sei”. Leggiamo libri di grandi autori stranieri, ci immergiamo nelle storie, spesso però dimentichiamo che quelle parole sono state tradotte per noi con impegno e cura, tempo e fatica. Il traduttore si carica di responsabilità, a volte riuscendo persino a migliorare l’opera di uno scrittore. “Responsabilità è una delle prime parole che uso durante le mie lezioni, associandola a una seconda parola: etica”, spiega Anna Mioni, da quasi vent’anni traduttrice editoriale dall’inglese e dallo spagnolo per le maggiori case editrici (Guanda, Einaudi, Rizzoli, Feltrinelli, Marsilio, solo per citarne alcune), laureata in Italianistica contemporanea all’università di Padova con Silvio Ramat e con un master in traduzione letteraria dall’inglese a Ca’ Foscari, docente di traduzione e fondatrice dell’agenzia letteraria AC2. “Ai miei allievi lo ripeto sempre: abbiamo enormi responsabilità nei confronti dell’autore e del lettore. Soprattutto quando traduciamo libri difficili, perché è necessario restare più fedeli possibile al testo”.
Quanto conta la ricerca in questo mestiere?
“Moltissimo. Tradurre significa prima di tutto cercare risposte e non dare per scontato di sapere già quale sia quella giusta. È importante non inciampare nell’ovvio e controllare anche quello che ci sembra evidente. Oltre a ricerca, un’altra parola chiave della traduzione è contesto: più esperienza hai e più sei in grado di riconoscere i contesti. Il testo ti parla se lo sai ascoltare, e se hai pazienza e cura trovi quasi tutte le risposte che ti servono dentro il testo stesso. Noi traduttori restiamo in ascolto, un po’ come facevano gli indiani, che appoggiavano l’orecchio sul terreno”.
È un esercizio quotidiano.
“Esatto, perché se ti fermi rischi di arrugginire. E bisogna leggere tantissimo, avere sensibilità letteraria. Il bagaglio di letteratura è essenziale. Il percorso di studi che viene consigliato per fare questo mestiere continua a essere la facoltà di lingue, ma non deve essere per forza così, io conosco ottimi traduttori laureati in lettere”.
Di fronte a un nuovo libro da tradurre, come ci si organizza il lavoro?
“Con il sindacato dei traduttori abbiamo fatto una stima delle ore impiegate: abbiamo calcolato cento pagine di testo originale al mese, lavorando tutti i giorni. In ogni caso non esiste un metodo uguale per tutti, il ritmo lo decide il traduttore. Non si consegna a pezzi perché il libro è un organismo conchiuso e compiuto. Non puoi decidere di chiudere la prima metà se non sai cosa accadrà nella seconda. Io, per esempio, lavoro bene in prossimità della scadenza, traduco il doppio in fase finale. Prima devo sintonizzarmi con la voce dell’autore e solo a quel punto inizio a tradurre”.
Qual è l’aspetto più affascinante di questo lavoro?
“La cosa bella è che cambi lavoro ogni due o tre mesi, perché ogni libro ha una voce diversa, ogni libro è un viaggio irripetibile e per me, che sono una persona molto impaziente, questa è una fortuna. Non mi annoio mai”.
Che rapporto si crea tra traduttore e scrittore?
“Tra traduttore e scrittore si crea un’intimità mentale. Traducendo finisci per capire molto bene come funziona la mente di uno scrittore. A volte capisci cose che non erano chiare neanche a lui”.
Dei tanti libri tradotti, quale il primo, l’ultimo e il più amato?
“Che domanda difficile. È come chiedere a una madre quale figlio preferisce. Il primo libro che ho tradotto è stato In Marocco di Edith Wharton. L’ultimo in ordine di tempo è Set the boy free, l’autobiografia di Johnny Marr degli Smiths. Il mio preferito, però, non saprei dire qual è…”
Ma per ottenere un buon risultato, un libro deve sempre piacere a chi lo traduce?
“No, l’importante è che sia ben scritto. Può essere un libro lontano dal tuo gusto. Io amo tradurre i libri che mi fanno scattare un meccanismo di agnizione, per poter ritrovare le parole precise e rendere esattamente quello che vuole dire l’autore: qualsiasi libro con cui è possibile fare questo diventa il mio libro preferito, perché mi dà piacere. In generale, quando traduco non leggo un libro tutto d’un fiato per sapere come va a finire, anzi, a leggere un libro per intero si corre il rischio di saperne troppo e spiegare al lettore quello che l’autore invece vuole tenere nascosto”.
Di cosa vorresti occuparti ora?
“Mi piacerebbe occuparmi della ritraduzione di un bel classico moderno”.
In generale, quali autori hanno segnato il tuo percorso di formazione?
“I poeti ermetici, gli autori latinoamericani, Marquez e Neruda, le avanguardie italiane del Novecento e i contemporanei americani. In particolare, amo leggere David Foster Wallace, perché mi fa sentire meno strana. Lui è riuscito a descrivere quello che io da sempre sento di avere dentro ma che non sono mai stata in grado di esprimere a parole”.
Come descrivere in poche parole la figura del traduttore?
“Nessuno di noi si vede nello stesso modo. Per me il traduttore è un artigiano, non un artista. Questo implica esperienza e impegno costante. Non è ispirazione, ma lavoro duro e quotidiano”.
Francesca Boccaletto
«Uno spazio di silenzio e concentrazione», conversazione con Anna Mioni
«Uno spazio di silenzio e concentrazione», conversazione con Anna Mioni
redazione 23 Settembre 2016
In merito al progetto sulle Giornate della Traduzione letteraria, pubblichiamo oggi un’intervista ad Anna Mioni, traduttrice di sessanta libri dall’inglese e dallo spagnolo (Douglas Coupland, Lester Bangs, Tom McCarthy, Sam Lipsyte, Nell Zink) che nel 2012 ha fondato l’agenzia letteraria AC² Literary Agency
Ringraziamo la traduttrice per averci concesso questa intervista e per aver condiviso la sua esperienza. Buona lettura.
Edizioni SUR: Spesso chi desidera avvicinarsi alla traduzione, oltre a una grande passione per la letteratura, ha studiato una o più lingue straniere. Conoscere una lingua a un livello avanzato non è però sinonimo di essere dei buoni traduttori. Da cosa dipende una buona resa del testo, oltre che da una conoscenza approfondita della propria lingua madre? Studio, letture o una dote innata?
Anna Mioni: Allo studio della lingua straniera affiancherei un bagaglio di letture notevole, sia nella lingua di partenza che in quella di arrivo, e l’amore per la lettura e la letteratura: altrimenti è difficile anche concentrarsi sul testo per le lunghe ore che ci richiede il nostro lavoro. E poi è indispensabile la pratica, o esercizio, o bottega, come vogliamo chiamarlo: il modo migliore per imparare a tradurre è prima guardare come lo fa una persona esperta, e poi cimentarsi in prima persona; se non si ha sottomano qualcuno che ci corregge, ci si può rileggere e correggere anche da soli, a distanza di tempo. Vi sorprenderete di quanti errori troverete appena vi sarete distanziati dal testo. Potenzialmente, ogni traduzione in più ci fa migliorare come traduttori.
Ultima ma non da meno, la dote innata è indispensabile. Ci sono persone del tutto sorde alle sfumature linguistiche; spesso sono anche quelle che faticano di più ad apprendere le lingue straniere, quindi di solito non sognano di fare i traduttori. Ma a volte capitano anche dei casi di scarsa autoconsapevolezza. Uno degli scopi dei corsi di traduzione è anche far capire a chi li frequenta se è in grado di fare il traduttore oppure no.
ES: Tradurre autori viventi vs tradurre classici. Quanto è importante il confronto con l’autore? Quando non è possibile contattarlo, come cambia l’approccio al testo?
AM: Il confronto con l’autore è salutare ma non deve essere eccessivo; io cerco di disturbare l’autore solo nei casi in cui ci sono troppi significati disponibili per una stessa espressione e il testo non mi suggerisce qual è l’accezione in cui intendeva usarli; o quando voglio avere la certezza assoluta che la mia intuizione è giusta e non fuorviante. A volte l’autore ha una sua idea precisa di quali sono i punti chiave da mantenere in una traduzione, ed è utile che li indichi; però, a meno che l’autore non conosca molto bene l’italiano, è difficile che sia in grado di intervenire anche nella resa complessiva. In questi casi cerco di discutere le mie scelte con l’autore spiegando bene quali implicazioni hanno nella nostra lingua.
Tradurre un classico, o un libro di un autore defunto, implica assumersi molte più responsabilità, e farlo senza rete e senza possibilità di porre rimedio a un eventuale fraintendimento. Forse, quindi, la traduzione che ne risulta è molto più «personale» di quella di un autore vivente. Io ho tradotto pochi autori defunti: la mia prima traduzione (un libro minore di Edith Wharton), poi un libro a testa di Gerald Brenan, John O’Brien, Richard Seaver e l’opera omnia di Lester Bangs. Ma mi piacerebbe molto cimentarmi su qualche classico da riattualizzare; quindi, se qualche editor ci sta leggendo, si faccia vivo!
ES: Hai mai riletto la tua prima traduzione? Cosa si prova a rileggersi dopo tanti anni?
AM: La primissima no, ma proprio l’anno scorso mi è capitato di dover rivedere una delle mie prime traduzioni, La danese di David Ebershoff, per una nuova edizione pubblicata da Giunti in occasione dell’uscita del film The Danish Girl. Ho fatto una revisione riga per riga sul pdf originale e confesso che mi aspettavo di trovare molti più errori e goffaggini. Se ne parlava proprio di recente con alcune colleghe e tutte osservavamo che nelle nostre prime traduzioni eravamo più libere, meno schiave dei «cliché da redazione» che si assorbono nel corso degli anni. Una cosa che salta subito all’occhio, invece, è quanto cambia la lingua italiana, anche solo a distanza di quindici anni.
ES: Quanto è o non è riconosciuto il mestiere del traduttore? In un mondo ideale, quale prassi dovrebbero adottare gli editori per tutelare e valorizzare la categoria?
AM: Ormai è risaputo che il mestiere del traduttore è poco riconosciuto, sia dal punto di vista sociale che economico. I lettori, tranne pochi illuminati (o amici e parenti di traduttori), ci ignorano felicemente, oppure si accorgono di noi solo quando c’è da criticare qualche scelta che a loro parere, pur non sapendo niente della materia, è infelice (ogni riferimento a polemiche degli ultimi mesi sui social network e su internet è puramente voluto). Gli accademici ci snobbano perché ci ritengono culturalmente inferiori, e i critici letterari spesso non leggono in originale e quindi non sono in grado di giudicare una traduzione, e infatti si limitano a qualche aggettivo standardizzato. Paradossalmente, se ci fosse una critica più seria delle traduzioni fatta da persone competenti, forse si riuscirebbe a dare maggior valore e risonanza alle traduzioni ben fatte.
In un mondo ideale, prima di tutto gli editori dovrebbero pagare meglio le traduzioni di qualità: è impensabile che all’apice della carriera, con tutto il bagaglio di esperienza e nozioni acquisito in decenni, si arrivi a guadagnare poco più di quando si è iniziato. Purtroppo non ci si rende conto che partire da una buona traduzione fa risparmiare tempo e denaro anche nel resto del processo editoriale.
Tutti i traduttori dovrebbero essere pagati con tariffe che permettano di vivere dignitosamente. Inoltre ci vorrebbe un maggior controllo di qualità sulle traduzioni e sulle revisioni. Ormai molta parte di quel processo si svolge all’esterno, e in alcuni casi la redazione non riesce più ad avere il controllo diretto della qualità effettiva del lavoro di un traduttore. È nell’interesse di tutti che il lavoro sia assegnato a chi è scrupoloso ed efficace, e l’unico modo perché questo accada è poter valutare come hanno lavorato i traduttori sulla traduzione che gli è stata assegnata.
Quindi, in tutti gli ambiti, mi sembra che educare i committenti e la stampa di settore a saper giudicare e valutare la qualità di una traduzione possa solo giovare alla situazione professionale dei traduttori.
ES: Se non facessi la traduttrice, cosa faresti?
AM: Oltre alla traduttrice faccio già l’agente letteraria e la docente di traduzione. Se non avessi questi altri lavori, forse farei la fotografa, la maestra di yoga, la massaggiatrice ayurvedica, la musicista rock, la DJ, la social media manager (che già faccio per la mia agenzia), o aprirei un locale/ristorante/sala da concerti. Insomma, ho molti piani B in serbo se la situazione dovesse peggiorare.
ES: Consigli per un aspirante traduttore (fare un altro mestiere non vale come risposta).
AM: Leggere molti libri di qualità in italiano e nelle lingue di partenza; non fermarsi agli studi universitari, ma frequentare le occasioni di formazione avanzata e permanente per i traduttori, e le pagine dedicate alla traduzione sul web e sui social network. Tutto questo serve anche a fare networking con i colleghi.
Conoscere il mondo editoriale e frequentare le fiere di settore: è inutile proporsi senza avere consapevolezza del proprio ambito lavorativo. Essere curiosi di tutto e ascoltare sempre quello che si ha intorno: un buon traduttore ha bisogno di un campionario permanente di gerghi e linguaggi settoriali. Esercitarsi a scrivere bene in italiano, su testi di ogni tipo. Allenarsi a giocare con le parole (enigmistica, umorismo, poesia, metrica, parodia… tutto fa brodo).
ES: Alla tua carriera di traduttrice, hai affiancato una nuova impresa: aprire un’agenzia letteraria. Come concili i due lavori? Riservi spazio alla traduzione ogni giorno o tendi a separare le due cose?
AM: Quando sto traducendo un libro, riservo spazio alla traduzione ogni giorno, ma cerco di separare molto bene i due lavori: la traduzione soffre molto di eventuali interruzioni, quindi creo uno spazio di silenzio e concentrazione per lavorare indisturbata.

Anna Mioni dal 1997 ha tradotto sessanta libri dall’inglese e dallo spagnolo (Douglas Coupland, Lester Bangs, Tom McCarthy, Sam Lipsyte, Nell Zink…). È tra i segnalati al Premio Monselice per la traduzione nel 2008 e 2009. Ha lavorato nelle redazioni di Aries (Franco Muzzio Editore, Arcana) e Alet Edizioni. Per tredici anni è stata bibliotecaria digitale. Insegna traduzione al Corso «Tradurre la Letteratura» della FUSP di Misano Adriatico (RN) e al Master di traduzione editoriale della SSLMIT di Vicenza e tiene seminari in aula e online sulla traduzione e l’editoria. Nel 2012 ha lanciato la sua agenzia letteraria internazionale, AC² Literary Agency
Credits foto: http://www.dustyeye.com/
Dietro le quinte della letteratura: Vita da traduttore
Sulla traduzione, Rai Letteratura

Intervista ad Anna Mioni di Luca Ventura
| Intervista ad Anna Mioni di Luca Ventura |
Posted on July 4, 2014 by Luca Ventura
Oltre ad essere, dal 2012, agente letteraria con la sua AC² Literary Agency (http://www.ac2.eu/), Anna Mioni traduce dall’inglese e dallo spagnolo (http://www.annamioni.it/). Nella sua carriera si è occupata più volte di narrativa angloamericana, traducendo, tra gli altri, Sam Lipsyte, Douglas Coupland, Donald Barthelme e Daniel Alarcón. Per due anni consecutivi (2008 e 2009) è stata segnalata al Premio Monselice per la Traduzione Letteraria. Nel 2008 per le traduzioni di Daniel Handler, Avverbi (Alet 2007) e di Lester Bangs, Impubblicabile! (minimum fax 2008), nel 2009 per la traduzione di Tom McCarthy, Déjà-vu (ISBN edizioni 2008).
L’intervista che segue è stata condotta via e-mail nel marzo 2014, nel periodo appena successivo alla comparsa nelle librerie della più recente traduzione di Anna Mioni: La parte divertente, di Sam Lipsyte (minimum fax, febbraio 2014).
Lei è stata, se non sbaglio, la prima al mondo a tradurre God Hates Japan di Douglas Coupland. Mi può dire come è stato il suo rapporto con il testo e con l’autore? Coupland sembrava molto restio a concedere la traduzione del suo romanzo, persino dal
giapponese all’inglese…
A questa domanda dovrebbe rispondervi l’editore. Con Coupland ci siamo scambiati una mail in cui si rendeva disponibile a chiarirmi eventuali dubbi, ma non si è reso necessario. Poi ha dimostrato su twitter di avere ricevuto e apprezzato (?) l’edizione italiana: https://twitter.com
/DougCoupland/status/270752392713216001/photo/1
Come è stato lavorare sui testi di Lipsyte? I ringraziamenti mi fanno pensare che l’autore sia stato molto presente e disponibile nella fase di traduzione, è così?
Nel caso di Lipsyte, ho tradotto quattro libri di cui è autore, quindi ormai ho una certa consuetudine con il suo stile e anche con il suo umorismo ebraico/newyorchese, oltre che una cospicua affinità generazionale (siamo più o meno coetanei) e musicale (entrambi ex musicisti rock).
Quindi tradurre un suo libro è un po’ come riprendere una conversazione con un vecchio amico che non vedo da diversi mesi. Non è scontato che l’autore si presti a rispondere alle mail del traduttore, quindi mi è parso il caso di ringraziare Sam per la sua disponibilità e gentilezza. La situazione più difficile per un traduttore, per esempio, è quando un termine ha sette o otto possibili traducenti, e in quel caso occorre davvero chiedere all’autore (se è ancora vivo) quale degli otto significati intendeva usare.
Quale è stato l’aspetto più complesso che ha dovuto affrontare nel rendere in italiano la lingua di Lipsyte? C’è un racconto o una parte di romanzo che le ha preso più tempo del resto?
La difficoltà principale della lingua di Lipsyte è il suo essere così contemporanea da non essere ancora documentata dai dizionari, nemmeno da quelli di slang. Sarebbe impossibile tradurre i suoi libri senza accesso a internet, in particolare ai motori di ricerca e all’Urban Dictionary. Questo vale per tutti i suoi libri; ma il brano più difficile, quella che ho riscritto decine di volte anche a distanza di settimane, è stato l’incipit di Chiedi e ti sarà tolto, che trovate qui http://www.gq.com/entertainment/books/201001/sam-lipsyte-the-ask
Parlando di difficoltà, una delle cose più complicate nel rendere leggibile un testo di Lester Bangs – o, almeno, questa è l’impressione che ho avuto leggendolo – è ricontestualizzare tutti gli accenni a fatti, versi di canzoni, personaggi pubblici appartenenti alla sua epoca… pensa che questo possa essere considerato come un limite della sua opera? Secondo lei i tre libri editi dalla minimum fax sarebbero godibili anche senza le note del traduttore (o in certi casi del curatore)?
Non si tratta di un limite, ma di un fatto storico: Bangs ha scritto i suoi libri in un’epoca in cui la fruizione culturale non era globalizzata, quindi quello che gli americani guardavano alla TV non era uguale in Italia, per esempio. Un lettore intelligente non può aspettarsi da un libro che ormai fa parte della storia lo stesso tipo di sincronismo del mondo odierno. Le note sono necessarie per chi non ha le informazioni sufficienti a comprendere il testo (il 98% dei lettori italiani). In una futura edizione in ebook si potrebbe sostituirle o integrarle con link a testi e video musicali, chissà.
Nella sua nota a “Guida ragionevole al frastuono più atroce”, lei cita le parole di Greil Marcus: “Forse questo libro chiede al lettore di essere disposto ad accettare il fatto che il miglior scrittore americano sapesse scrivere quasi esclusivamente recensioni di dischi”.
Immagino sia una domanda oziosa, ma crede che se Bangs avesse scritto qualcuno dei romanzi che aveva progettato, saremmo qui a parlare di un grande scrittore? Quali narratori americani, secondo lei, sono vicini a Lester Bangs?
Sono una traduttrice letteraria, figura che raramente coincide con quella di critico letterario della letteratura da cui si traduce, quindi non mi arrogo il diritto di paragonare Bangs ad altri narratori, non avendo a mia disposizione l’intero scibile della narrativa statunitense. Molti lo accostano a Hunter S. Thompson in quanto entrambi esponenti del gonzo journalism, ma forse quello stile è stato più imitato malamente che eguagliato. Difficile dire se la scrittura pirotecnica di Bangs avrebbe retto la prova con una trama da reggere sulla lunga distanza. Quello che si è visto dai frammenti editi è l’inventiva stilistica, e una grande umanità nel descrivere i personaggi di entrambi i sessi. Non è detto che sarebbero bastati a farne un grande romanziere.
Oltre ad aver tradotto il libro, si è occupata di redigere l’accuratissima discografia che occupa le ultime pagine dell’edizione italiana della biografia di Elliott Smith scritta da Benjamin Nugent. Quanto è stato importante l’aiuto di Renzo Stefanel, rock giornalista che ha ringraziato anche nei libri di Lester Bangs?
I tempi per le traduzioni sono sempre stretti, per di più all’epoca non avevo ancora la connessione ADSL e quindi le ricerche in rete con la connessione lenta mi portavano via notevoli quantità di tempo: mi sono avvalsa della collaborazione di Stefanel in fase di ricerca per la discografia di Elliott Smith. Per quanto riguarda durante la traduzione dei primi due libri di Bangs, non avendo a disposizione l’ADSL, mi serviva
qualcuno con una conoscenza musicale sterminata per verificare subito eventuali imprecisioni nelle note e nei fatti (date, nomi di dischi e musicisti…). La ricca esperienza di Stefanel nel campo l’ha reso preziosissimo in fase di rilettura del testo. Di sicuro, se li avessi tradotti ora che si trova qualsiasi brano musicale su youtube, avrei risparmiato qualche passaggio (dischi rarissimi prestati o registrati da amici, eccetera).
Lei traduce anche dallo spagnolo (mi viene in mente Ivan Thays). In un breve saggio, Nicola Lagioia ha scritto: “Se il Sud America è stato il manicomio d’Europa quanto gli Stati Uniti ne sono stati la fabbrica, forse, per raccontare il mondo alle soglie del ventunesimo secolo, un manicomio è molto più utile (oltre che più interessante) di una fabbrica.” È d’accordo con questa affermazione o le sembra un po’ troppo drastica?
Mi sembra un’affermazione simpaticamente provocatoria, che non spiega però il lungo calo di fortuna della narrativa latinoamericana in Italia dopo il boom del realismo magico. Tuttora gli autori che raggiungono la diffusione che si meriterebbero sono solo pochi, mentre la letteratura ispanoamericana è un mondo vastissimo, affascinante e (soprattutto nel caso dei narratori argentini) molto vicino alla cultura italiana.
Un felicissimo incontro di grandi professionalità: intervista a Anna Mioni, traduttrice, e Federica Aceto, revisora, sul lavoro che si cela dietro a “Le conseguenze” di Caoilinn Hughes
Le conseguenze è incentrato sulle vicende di una famiglia di Roscommon, cittadina dell’entroterra irlandese, i cui abitanti a detta dei personaggi del romanzo parlano un inglese diverso da quello di Dublino, a sua volta ricco di particolarità. E infatti la traduzione riesce a rispecchiare con naturalezza la forte colloquialità dell’originale, senza però mai sfociare nel regionalismo o nell’abbassamento eccessivo del registro. Quali sono state le maggiori sfide che hai incontrato nel confrontarti con un linguaggio tanto specifico, dal punto di vista spaziale?
AM: Direi soprattutto quella di distinguere le sfumature locali. Oltre a un mese passato in una residenza per traduttori, in Irlanda ero stata solo per brevi viaggi; e la full immersion in letture irlandesi fatta in passato (soprattutto Beckett, Joyce, Flann O’Brien, ma non solo) e nella musica rock e folk non bastavano a garantirmi la sicurezza assoluta. Nonostante abbia lavorato con vari dizionari di Hiberno-English sia online che in volume, alcune accezioni erano rintracciabili solo in pubblicazioni vive e correnti, come l’Irish Times o qualche forum online. Per questo motivo ho insistito con l’editore perché scegliesse un revisore che avesse anche forti competenze nell’inglese d’Irlanda: Federica Aceto, che ha vissuto e studiato a lungo a Dublino, durante la revisione mi ha aiutata a sciogliere dubbi su varianti, o a capire meglio sfumature di uso quotidiano; e in un paio di casi abbiamo potuto chiedere chiarimenti sulle parlate locali a suoi amici irlandesi. Per il gaelico, invece, ho trovato dizionari e frasari online molto esaurienti; la decisione di lasciare il gaelico nel testo e la traduzione in nota nasce per dare un colore locale più spiccato. Per quanto riguarda le varianti dell’inglese d’Irlanda, le ho rese tramite le diverse sfumature di registro. Non avvalermi di regionalismi è una scelta precisa; ritengo azzardato tradurre le parlate straniere regionali con parole dialettali italiane: scegliere quale dialetto usare sarebbe impossibile, e comunque incongruo rispetto all’ambientazione estera del romanzo.
Il linguaggio del protagonista, voce narrante del romanzo, presenta anche ulteriori sfide rispetto al colorito locale. È molto colloquiale, diretto, ma a volte ricorrono espressioni molto liriche che fanno vedere in controluce la familiarità e le lunghe esperienze dell’autrice con la poesia; come è stato cercare di tradurre questa ambiguità, raggiungendo l’equilibrio che caratterizza il romanzo?
AM: Questo libro è stato un felice caso di sintonia epidermica tra me e l’autrice. Forse perché anch’io ho iniziato con la poesia, e le mie primissime esperienze di traduzione partono da lì (ancora alla scuola dell’obbligo), sono particolarmente sensibile al linguaggio poetico e simbolico, e riesco a sospendere l’incredulità e a lasciarmi prendere dalla lingua allo stato puro. È un processo del tutto inconscio, “di pancia”, che quindi non va alla ricerca di normalizzare l’originale, ma di valorizzarne l’originalità stilistica, sonora o metaforica. C’è stato un ascolto attento di assonanze e allitterazioni, che dove possibile sono state riprodotte. E lo sforzo di aderire il più possibile alle metafore originali scelte da Caoilinn Hughes, tranne in pochi sparuti casi, nei quali l’autrice ha autorizzato una resa più orientata alla comprensione che alla fedeltà.
Ti va di raccontarci il lungo processo dialogico con l’autrice, la quale in varie occasioni ti ha ringraziato dei commenti puntuali e stimolanti che le hai fatto; ti era mai capitato di collaborare con l’autore o l’autrice di un testo? In che modo questa opportunità di dialogo con l’autore cambia il prodotto finale della traduzione, secondo te?
AM: Se traduco un autore vivente, cerco sempre un dialogo se lo ritengo necessario. A volte non serve, per esempio ho appena consegnato una traduzione in cui era tutto talmente chiaro che non ne ho avuto bisogno. Nel caso di romanzi molto letterari capita più spesso, invece. Di solito cerco di disturbare gli autori che traduco solo quando le fonti consultate non mi lasciano indizi sufficienti per decidere con certezza. Il caso più tipico è una parola o locuzione inglese che ha molti traducenti in italiano, che il contesto non aiuta a chiarire. O una metafora che non sono sicura di avere capito al cento per cento. Cerco sempre di proporre una o più soluzioni, per ricevere conferma o smentita: mi sembrerebbe offensivo chiedere chiarimenti senza proporre le mie soluzioni. Con Caoilinn Hughes il dialogo è avvenuto in due parti: le mie domande sulla prima stesura della traduzione, e poi quelle generate dagli interventi di revisione di Federica, e dai suoi dubbi. Durante la revisione, Federica ha proposto correzioni e varianti, e nei casi che restavano dubbi ho sottoposto le alternative alla Hughes. In entrambi i casi c’è stato anche un costante interrogarsi su cosa era comprensibile per il pubblico italiano senza essere troppo straniante o specifico; la Hughes ha vissuto per un po’ di tempo in Italia e ne conosce la cultura e anche un po’ la lingua, e questo è stato molto d’aiuto. L’opportunità di dialogare con l’autore elimina il rischio di fraintendere completamente alcune similitudini, immagini o accezioni di non immediata chiarezza. Quindi toglie un po’ di responsabilità al traduttore, e di sicuro migliora il prodotto finale, avvicinandolo di più a una resa verosimile (anche se non potrà mai esserlo del tutto).
In particolare, nei ringraziamenti del romanzo, la Hughes sottolinea la tua capacità di comprendere a fondo gli “insulti, le battute e le ingiurie” del romanzo; espressioni che sicuramente pongono non poche difficoltà a un traduttore, e di cui questo libro è costellato! Come hai cercato di rendere queste espressioni? Avvicinandole all’orecchio del lettore, o piuttosto cercando di rispecchiare la loro provenienza da una cultura altra?
AM: Di nuovo, si tratta per me di un processo soprattutto inconscio, che si svolge sintonizzandosi con la voce dell’autrice. Ma se dovessi scomporlo per spiegarlo, direi che prima di tutto, guardando il testo originale e i dizionari, cerco di capire dove si colloca ogni espressione nella lingua di partenza: quanto si scosta dalla norma dell’uso? È un registro elevato, normale, basso, bassissimo? Il tono è serio, ironico, grottesco? La collocazione cronologica è moderna, antiquata, contemporanea? Una volta identificati gli scarti dalla norma, cerco di riprodurli con un traducente italiano che risponda agli stessi requisiti, ma che sia radicato nell’uso italiano. Quindi non si tratta di voler rispecchiare per forza la provenienza da una cultura altra, ma di far vivere al lettore italiano un’esperienza il più possibile simile a quella che vive il lettore in lingua originale. Se per fare questo è necessario rimarcare l’alterità, lo faccio. Se non serve, non lo faccio. In fondo leggere un libro in traduzione significa (o dovrebbe significare) essere consapevoli a priori che il testo è stato scritto in un’altra lingua.
Intervista ad Anna Mioni [a cura di Francesca Felici]
Grazie, Anna, per aver accettato di rispondere a qualche domanda pur avendo una vita professionale molto impegnata su più fronti (traduzione, agenzia letteraria e insegnamento). Il nostro pubblico è composto da molti aspiranti traduttori editoriali e, quindi, in considerazione della tua lunga esperienza, la mia prima domanda è: come hai capito di voler tradurre libri?
Grazie a te per l’invito. Secondo me l’amore per la traduzione non nasce all’improvviso: ce l’hai dentro dalla nascita e a un certo punto emerge. Ho cominciato a tradurre per gioco molto presto, soprattutto i testi delle canzoni. L’incontro con l’inglese alle scuole medie è stato amore a prima vista. Al liceo, pur professando l’inutilità delle lingue morte, mi riuscivano molto bene le versioni da e verso il latino e il processo di traduzione mi affascinava. In seguito, mentre studiavo al Collegio del Mondo Unito dell’Adriatico, ho appreso lo spagnolo e mi sono cimentata con la traduzione di poesie durante i Poetry Workshop tenuti da Franziska e Hans Raimund, entrambi apprezzati poeti e traduttori austriaci.
Ho capito che potevo tradurre per professione quando, alla ricerca di un lavoro vero subito dopo la laurea, ho trovato il bando di un Master in traduzione letteraria dall’inglese all’Università di Venezia: frequentandolo ho scoperto che quello che avevo sempre fatto per passione poteva diventare un mestiere. Non mi ero mai posta il problema, essendo laureata in Italianistica sapevo di voler lavorare nell’editoria, ma pensavo più al ruolo di redattrice o editor in casa editrice, che in effetti ho ricoperto per brevi periodi della mia vita, ma che mi è meno consono. Quella di traduttrice invece è la mia vera identità. Dico spesso “sono traduttrice” invece di “faccio la traduttrice”, perché più che un lavoro è uno stato dell’anima.
Cosa hai tradotto di più nella tua carriera: narrativa, poesia o saggistica? Quali sono le caratteristiche della traduzione di questi tre generi e quali sono, secondo te, i libri più facili da tradurre?
Ho tradotto più narrativa perché è il genere più richiesto, nel quale gravita la maggioranza dei libri da tradurre per il mercato italiano. Ogni tanto mi chiedono di tradurre saggistica o autobiografie sulla musica rock, per le quali posso mettere in campo come valore aggiunto la mia esperienza di musicista. Ho cominciato traducendo poesie e sarebbe fantastico ripetere l’esperienza; non è ancora capitato perché purtroppo devo vivere del mio lavoro e in Italia quel tipo di traduzioni sono retribuite ancora meno delle altre, o non lo sono affatto. Ma non direi di no a una proposta valida.
Per tradurre narrativa serve, oltre a una buona capacità di interpretazione letteraria, anche un forte bagaglio di letture, sia nella lingua di partenza che in quella di arrivo, e una buona capacità di scrittura in italiano. E un grande bagaglio di esperienze. Non traduciamo un libro solo con le nostre nozioni, ma con tutta la nostra persona, e con la nostra vita pregressa, che ci aiuta a comprendere e interpretare il testo, e a renderlo in un italiano stilisticamente credibile.
Per tradurre saggistica serve la capacità di documentazione e di ricerca, se non stiamo traducendo un saggio di una materia in cui siamo già esperti. La parte di scrittura creativa è minore, ma non meno insidiosa, dato che i saggi anglosassoni spesso sono scritti in una lingua ammiccante e colloquiale che non è apprezzata per i saggi italiani.
Per tradurre poesia serve essere un po’ poeti ma sapersi fermare in tempo, perché si sta lavorando con il materiale di un’altra persona che non siamo noi e bisogna mantenere la giusta distanza, evitando la tentazione di spiegare o di interpretare. Ma se manca la sensibilità al linguaggio poetico non conviene cimentarsi.
I libri più facili da tradurre sono quelli scritti bene, anche se sono difficili, perché l’amore e la qualità profusi dall’autore traspirano da ogni riga. I libri più difficili da tradurre secondo me sono quelli scritti in modo sciatto, che si concentrano solo sulla trama o che nascono al solo scopo di vendere o cavalcare successi già collaudati. Il rischio è doverli riscrivere, invece che tradurli.
Credo di interpretare il desiderio di molti dei nostri lettori facendoti una domanda molto diretta: quante ore deve lavorare al giorno un traduttore editoriale per poter far quadrare i suoi conti?
I compensi dei traduttori sfiorano a malapena la sussistenza (vedi le tariffe esposte nell’inchiesta condotta nel 2019 dalla lista Biblit e più di recente i dati di RedActa), tanto che spesso i traduttori sono costretti ad affiancare un’altra professione alla traduzione (io stessa sono stata bibliotecaria part-time per tredici anni, e nel 2011 mi sono dimessa per aprire la mia agenzia letteraria, AC²). Aggiungiamo che non esiste previdenza e nemmeno indennità di malattia, a meno di sottoscrivere una mutua privata.
Usando i dati di Biblit, se ipoteticamente per tradurre una cartella si impiegano dai 30 ai 60 minuti e viene pagata intorno ai 12 euro lordi per un esordiente, dai 16 in su per un esperto, per raggiungere un reddito dignitoso (2500 euro lordi al mese, come un docente delle medie o delle superiori a fine carriera) un esordiente dovrebbe tradurre almeno 8 ore al giorno per 5 giorni; un traduttore esperto forse potrebbe fermarsi a 6 o 7 ore. Questo presumendo di lavorare tutti i giorni, senza malattie o imprevisti o ferie.
In realtà il tempo necessario può salire se il libro è molto difficile, o richiede molte ricerche bibliografiche; in alcuni casi, i committenti richiedono un lavoro aggiuntivo, come la traduzione o stesura di testi promozionali, schede, riassunti, ecc. per il quale non sempre è riconosciuto un compenso specifico.
Spesso si è costretti a lavorare anche il sabato e la domenica, e a prendere ferie molto brevi.
Come organizzi il tuo lavoro di traduttrice? Leggi prima tutto il testo e poi cominci a tradurlo oppure inizi a tradurlo godendoti la scoperta della storia come un lettore?
All’inizio della carriera avevo spesso il tempo di leggere per intero un libro prima di iniziare a tradurlo; ora che lavoro con tempi sempre più serrati questo è praticamente impossibile. Inoltre, con il tempo ho scoperto che è meglio non conoscere a fondo tutto il libro quando si inizia a tradurlo, perché si rischia di esplicitare per il lettore italiano quello che l’autore ha voluto lasciare espressamente sottinteso. E secondo me solo alla prima lettura di un libro si può usare quell’attenzione totalizzante che permette di tradurre al meglio, cogliendo tutte le sfumature. In ogni caso, con l’ultima rilettura si riesce a rivedere tutto il libro guardandolo in modo unitario. Non esiste però un metodo univoco per tradurre un libro, l’importante è il risultato finale, a cui ogni traduttore arriva con il proprio metodo.
Consulti dizionari monolingue o bilingue? Quali sono gli altri strumenti che usi?
Lavoro con due monolingui inglesi, un bilingue italiano, vari dizionari di slang online e non. Occasionalmente consulto dizionari, glossari, corpora ed enciclopedie in rete, verificando che provengano da fonte affidabile. Solo per controlli sull’uso corrente di una locuzione mi affido ai motori di ricerca.
Inutile dire che, se si vuole lavorare seriamente con la traduzione, bisogna investire denaro per acquistare dizionari validi e per rinnovarli costantemente.
Infine, anche se immagino quante volte ti abbiano fatto questa domanda, che consigli daresti a un aspirante traduttore editoriale?
Consiglierei di non fermarsi agli studi universitari, ma frequentare le occasioni di formazione avanzata e permanente per i traduttori, e le pagine dedicate alla traduzione sul web e sui social network. Tutto questo serve anche a fare networking con i colleghi, ma anche a imparare il mestiere sul campo: la traduzione è un lavoro artigianale e il modo migliore di esercitarsi è imparare da un professionista, come un apprendista di bottega.
Di studiare a fondo il mondo editoriale e frequentare le fiere di settore: è inutile proporsi senza conoscere il proprio ambito lavorativo in modo approfondito. Di essere curiosi e ascoltare sempre quello che si ha intorno: un buon traduttore ha bisogno di un campionario permanente di gerghi e linguaggi settoriali. Di leggere molti libri di qualità in italiano e nelle lingue di partenza, e di esercitarsi a scrivere bene in italiano, su testi di ogni tipo. Di allenarsi a giocare con le parole (enigmistica, umorismo, poesia, metrica… tutto fa brodo); la parodia è un ottimo esercizio stilistico, per esempio.
Di imparare a fare ricerche e a interrogarsi. Il buon traduttore non è quello che sa a memoria tutte le risposte, ma quello che sa cercarle nei posti giusti.
Grazie ancora, Anna per tutti i tuoi preziosi consigli!