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Traduzioni letterarie dall'inglese e dallo spagnolo

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Categoria: Articoli e interviste

Il Manifesto, recensione di Animali tristi di Jordi Puntì, ISBN 2005

Posted on 6 Dicembre 20226 Dicembre 2022 by AnnaMioni

Il Manifesto, recensione di  Animali tristi di Jordi Puntì, ISBN 2005

Storie di malinconici tradimenti a Barcellona
«Animali tristi» Uscita per Isbn una raccolta di racconti del quarantenne Jordi Puntí, esponente della giovane narrativa catalana. Scene di vita quotidiana descritte con uno stile volutamente dimesso.

Anna Mioni

«Non sopporto quei romanzi in cui i personaggi sembrano telecomandati»: è una indicazione programmatica chiara quella che si trova all’interno di Animali tristi, raccolta di racconti del catalano Jordi Puntí (traduzione di Patrizio Rigobon, pp. 183, euro 13,50), appena uscita per le edizioni Isbn. Quasi quarantenne, Puntí – già autore di Pell d’armadillo, oltre che traduttore (fra l’altro di Paul Auster e Daniel Pennac) e redattore del País – è tra gli esponenti di punta della giovane narrativa della Catalogna, e da questo suo libro Ventura Pons ha tratto un film, Animales heridos, da poco uscito nelle sale spagnole.

Questa duplice suite di racconti, in cui le vicende dei protagonisti che si intrecciano tra loro, si apre con una descrizione delle vite di sei coppie che vivono nei quartieri residenziali di Barcellona. Vite normali, professioni altrettanto normali (due insegnanti, due impiegati, l’unico fuori del comune è uno sceneggiatore di finti documentari sugli extraterrestri). Tutto scorre con una naturalezza così priva di orpelli che a parlare potrebbe essere benissimo un amico. È questo l’artificio stilistico che usa Puntí per narrare la sua epoca: avvicinarsi al lettore, farlo sentire parte del libro, grazie anche alla descrizione continua di ambienti, gesti, oggetti del tutto quotidiani. Noie coniugali di coppie di lunga data, tradimenti veniali. E la massima Post coitum omne animal triste, suggerita dal titolo del libro, tocca il suo apice nel racconto «Cane che si lecca le ferite», con il suo adulterio pigro e indolente che si consuma nella calura estiva di una roulotte, e ha un epilogo quasi tragico di freddezza e violenza repressa.

Anche la seconda suite di racconti del libro, ambientata nel lussuoso attico di un quartiere ricco di Barcellona, cerca continuamente un aggancio con la realtà fissandosi sugli oggetti, che siano di arredamento o di uso quotidiano, oppure (nell’ultimo racconto in cui la domestica boliviana invita il fidanzato imbianchino a godersi l’attico in assenza dei padroni di casa) simboli di un lusso alla portata di pochi.

C’è molta sofferenza nel libro, mascherata da apparente semplicità. Ci sono ferite che la freddezza e la distanza non rendono per questo meno profonde. Il grande assente, forse, è proprio l’amore, quello vero. Ai tempi in cui viviamo, c’è forse da stupirsene?

Il Manifesto, recensione di Non c’è scampo di Jack Black, ALET 2006

Posted on 6 Dicembre 2022 by AnnaMioni

Il Manifesto, recensione di  Non c’è scampo di Jack Black, ALET 2006

Un fuorilegge dietro la «beat generation»

A 80 anni dalla prima uscita negli Usa, Alet pubblica «Non c’è scampo», autobiografia

di Jack Black, maestro di Burroughs

Anna Mioni

«Il pensiero di lavorare mi era estraneo… Sapevo che c’erano modi più sicuri per guadagnarsi da vivere, ma erano i modi dell’altra gente, che non conoscevo e non capivo, e che non volevo conoscere o capire…

Rappresentavano la società… La società era un nemico. C’era un alto muro tra me e la società: un muro che forse avevo eretto io, ma non ne ero certo»: non appare certo sorprendente, di fronte ad affermazioni come queste, che William Burroughs, leggendo a tredici anni You Can’t Win di Jack Black, ne rimanesse profondamente colpito e considerasse anche a distanza di molti anni questo libro come una delle opere da cui era stato più influenzato. Maggiore stupore può invece suscitare il fatto che il testo, uscito negli Stati Uniti nel 1926 con molto successo, sia poi scomparso per diversi decenni e sia stato ripubblicato in America soltanto nel 2000 da Ak Press/Nabat. A distanza di qualche anno il libro è finalmente approdato anche in Italia, con il titolo Non c’è scampo, per i tipi di Alet (traduzione di Federica Angelini, pp. 373, euro 16), preceduto da una breve ma entusiastica prefazione proprio di Burroughs.

Di Jack Black si sa pochissimo: solo che nacque nel tardo Ottocento e morì annegato (forse suicida) negli anni Trenta del Novecento, dopo essersi riabilitato e avere svolto la professione di bibliotecario a San Francisco. Restano inoltre un paio di suoi articoli per Harper’s Magazine in cui perora la causa dei detenuti, chiedendo condizioni più umane e cercando soluzioni più efficaci di riabilitazione. La narrazione di Non c’è scampo si ferma però intorno agli anni Dieci, e ripercorre passo passo la vita dell’autore, a partire dalla perdita della madre da bambino, che comportò il suo trasferimento in un collegio di suore. Finita la scuola a quattordici anni, dopo poco Black si trasferì a Kansas City con il padre. Insofferente alla vita in città, Black si mise in strada giovanissimo, in modo quasi inconsapevole: «Era primavera. Il tramonto mi colse a chilometri di distanza su una strada di campagna… Non mi sembrava strano il fatto di non avere una cena né una stanza per la notte». Fu un incontro fortuito con due vagabondi sotto un ponte a farlo diventare un hobo nel senso più classico: viaggi nei vagoni dei treni merci, notti sotto le stelle, apprendistato da ladro e scassinatore. Durante un soggiorno in prigione Black entrò a far parte dell’élite e conobbe George mezzo-piede e Sanctimonious Kid, che in seguito diverranno i mentori della sua vita criminosa. Comincia così una serie di furti, rapine, soggiorni in carceri di ogni tipo e dimensione tra Stati Uniti e Canada, spostamenti in treno da una parte all’altra del continente, seguendo le stagioni, i flussi dei vagabondi o una buona «dritta» per una rapina. Black e soci commettono colpi da migliaia di dollari, che poi dilapidano al gioco. Più volte nella vita l’uomo avrebbe a portata di mano l’occasione per rientrare nella legalità, ma la coglierà solo alla fine, quando ormai ha sperimentato il carcere duro, le frustate e i carcerieri aguzzini.

Di ogni impresa Black fornisce un resoconto fedele, sottolineando sempre come fra vagabondi e ladri esista un rigido codice d’onore: bollati dunque come psicopatici i ladri che usano violenza o che non rispettano i deboli, e invece ampiamente lodati i «gentiluomini», che rinunciano all’impresa se implica spargimento di sangue. Questo tuttavia non impedisce a Black e ai suoi compari di rubare le paghe dei minatori di un’intera miniera e di mostrare una certa sufficienza nei riguardi del lavoro salariato.

Affresco vivacissimo dell’America a cavallo fra Otto e Novecento, Non c’è scampo, pur mettendo sempre in primo piano le imprese dell’autore e della sua banda, descrive vividamente la trasformazione dal selvaggio West di pistoleri, minatori, giocatori d’azzardo e saloon in una società urbana novecentesca, così come evoca con grande efficacia il mondo sotterraneo degli immigrati cinesi, o l’ambiente, solo all’apparenza più elevato, degli avvocati e dei giudici, tanto facilmente corruttibili.

Il libro ebbe una influenza enorme sui pellegrinaggi dei Beat e sulla loro attrazione per i bassifondi del crimine, alla ricerca di un’identità alternativa al mondo borghese da cui la maggior parte di loro proveniva. Lo fa rilevare nel dettaglio il saggista britannico James Campbell in più punti della sua esauriente biografia collettiva Questa è la beat generation del 1999 (pubblicata in Italia da Guanda nel 2001): «Il tono del mondo “beat”, come Burroughs lo sentì sulle prime, era in armonia col mondo di Jack Black, il ladro vagabondo il cui memoriale di furtarelli e diserzioni, You Can’t Win, aveva incoraggiato il giovane e lupesco Burroughs nella sua ricerca di un sostituto dell’imperturbabile raffinatezza della sua famiglia a St. Louis. La società di topi d’appartamento, ladri di gioielli, viaggiatori, drogati, scassinatori di casseforti, tenutarie di bordello, eccetera suggeriva un’alternativa rosea a un focolare».

Fu proprio il ricordo delle imprese di Black a spingere Burroughs nelle zone malfamate del Lower East Side di New York, dove nel 1945 inizierà a frequentare un gruppo di tossicomani, ladri e prostitute, imparando i rudimenti della droga e del crimine. Di lì, il passo era breve per abbracciare la vita da fuorilegge, rinnegando la famiglia benestante. Questo libro così a lungo dimenticato, insomma, è alle radici di un movimento letterario che ancora adesso esercita la sua influenza sul nostro immaginario collettivo.

DISPENSER di Radio Rai, il programma che cita i traduttori

Posted on 6 Dicembre 20226 Dicembre 2022 by AnnaMioni

Tutte le puntate di Dispenser in cui hanno parlato di libri tradotti da me. E grazie agli autori di Dispenser perché si ricordano sempre di citare i traduttori.

Intervista a Sam Lipsyte sul libro Venus Drive a Fahrenheit

Posted on 6 Dicembre 20226 Dicembre 2022 by AnnaMioni

Intervista a Sam Lipsyte sul libro Venus Drive, minimum fax 2005, a Fahrenheit di Radio Rai 3, 2005

Intervista a Viken Berberian su Il ciclista, minimum fax 2005, a Fahrenheit

Posted on 6 Dicembre 20226 Dicembre 2022 by AnnaMioni

Intervista a Viken Berberian su Il ciclista, minimum fax 2005, a Fahrenheit di Radio Rai 3 (ai minuti 7:50 di questo clip)

ZOOOOM, testo sulla traduzione di Phreak di Denise Danks, Marsilio Black 2003

Posted on 6 Dicembre 2022 by AnnaMioni

lunedì 2 giugno 2003   LA VETRINA DI ZOOOOM

Una voce italiana per Georgina Powers
di Anna Mioni

Phreak di Denise Danks per me è stata la prima esperienza di traduzione di un noir. Ma è stato facile entrare nel clima del libro perché la protagonista, la giornalista informatica Georgina Powers, è mia coetanea e si muove in una Londra che ha un ritmo, un milieu culturale e una colonna sonora molto affini a quelli delle mie letture/visioni/ascolti. Ho avuto poi due fortune: prima di tutto l’occasione di lavorare con un editor (Jacopo De Michelis della Marsilio Black) col quale nel corso di un anno abbiamo continuato a rimpallarci correzioni, intuizioni e interrogativi anche sui particolari più minuziosi del romanzo. E poi una gestazione del volume più lunga della media, grazie alla quale sono potuta tornare più volte sul testo e approfondirne tutti gli aspetti, cosa di solito resa impossibile dai tempi sempre più serrati della catena di montaggio editoriale (perché tale sta diventando). La voce di Georgina quindi mi ha accompagnata per un anno e mezzo, tra traduzione e bozze, con la sua cadenza solo all’apparenza disincantata, che in prima persona dialoga con noi o con gli altri personaggi.
È stato stimolante trovare una voce italiana per questo personaggio di donna moderna, che della modernità coglie i vantaggi ma anche i prezzi da pagare. Una che conosce bene i riferimenti culturali che vanno di moda in quel periodo (Pulp Fiction su tutti) ed è anche in grado di tener testa verbalmente a un malavitoso dell’East End londinese. Una che è priva di peli sulla lingua, ma dopo gli eventi più drammatici trova un suo lirismo emotivo.
I dialoghi del libro sono incalzanti, e prevalentemente informali, salvo i colloqui coi poliziotti. Scambi di battute salaci e concitati, intervallati da una prosa descrittiva raramente priva di ironia e comunque sempre molto moderna, con alcune virate nella terminologia tecnica informatica. Mille tematiche affiorano tra le pieghe del libro, grazie alla penna di un’autrice donna che anima un personaggio a sua volta donna, umanizzando un genere narrativo che spesso è terreno privilegiato di “uomini duri” e poco incline alle sfaccettature delle relazioni interpersonali. Eccoci quindi alle prese con storie d’amore e di sesso, con i problemi di integrazione culturale delle minoranze etniche londinesi, con aborti e gravidanze, amicizie in crisi. E con un gruppo di ventenni che si muovono a loro agio nel mondo del phreaking, lasciandosi inconsapevolmente stritolare in un ingranaggio più grande di loro.Il tutto sullo sfondo di una Londra reduce dall’orgia dell’ecstasy e in preda a una modernizzazione plumbea, in cui a volte si stenta a distinguere la realtà violenta e frenetica da un videogioco, col rischio di credere che anche nella vita vera basti salvare il file per ricominciare la partita.

L’incipit

I had a few problems with the body. One, I knew who it was. Two, I didn’t know if he was breathing. Three, he had my lipstick on the front of his University of Santa Cruz Banana Slug T-shirt.
Abdul Malik lay among rubbish bags at the bottom of a large metal drum, his head twisted this way and his body that. Ten foot off the ground, I held on to the rim of the bin and looked down at him. Chronic Delaney was next to me holding tight too, staring down, like me, into the shadows. The sweet and sickly smell rising up on the night air reeked of interminable decay, of wet plastic, damp paper and the rotting remnants of quick lunches. My fingers ached and gave way and I slid down the cold steel to the ground. Chronic hung for a moment longer before he followed.
“What do you think?” he said.
“I think he’s dead,” I replied.
“You do?”
“Yup.”
“Oh, shit.”

Avevo qualche problema col corpo. Primo, sapevo di chi era. Secondo, non sapevo se respirava ancora. Terzo, aveva uno sbaffo del mio rossetto sul davanti della maglietta di Banana Slug, mascotte dell’Università di Santa Cruz.
Abdul Malik giaceva tra i sacchi dell’immondizia in fondo a un grosso cassonetto di metallo, con la testa girata da una parte e il corpo dall’altra. Io ero aggrappata al bordo del cassonetto, a tre metri da terra, e lo guardavo. Di fianco a me c’era Chronic Delaney, anche lui aggrappato a scrutare nell’oscurità. Il puzzo dolciastro e nauseante che saliva nell’aria della sera era di putrefazione infinita, plastica bagnata, cartacce unte e resti marci di pranzi da fast-food. Mi facevano male le dita; cedettero e scivolai lungo l’acciaio freddo fino a terra. Chronic restò aggrappato per un secondo in più prima di fare lo stesso.
“Che ne pensi?” chiese.
“Penso che è morto” risposi.
“Davvero?”
“Seh.”
“Oh cazzo.”

Il Manifesto, recensione di Attenzione di Heather Lewis, Lain-Fazi 2006

Posted on 6 Dicembre 20226 Dicembre 2022 by AnnaMioni

Heather Lewis,

Attenzione

di Anna Mioni

Heather Lewis, l’autrice di Notice (Attenzione, Lain, 250 p., € 14,50), è morta suicida a quarant’anni nel 2002. Questo volume (il secondo dei suoi tre romanzi e il primo pubblicato in Italia) è finalmente uscito postumo nel 2004 (a opera del coraggioso editore inglese Serpent’s Tail); dal 1996 veniva rifiutato perché troppo crudo e scandaloso. Il libro funge da specchio oscuro, da altra faccia della medaglia del suo terzo romanzo, Second Suspect, che è un semplice noir, scritto dopo le sfortune di Notice per narrare vicende simili in modo più distaccato e meno minaccioso. C’è chi afferma, tra i critici americani, che Attenzione sia un vero e proprio testamento dell’autrice, tante sono le coincidenze tra la vita della protagonista e quella tragica di Heather Lewis: di origini alto-borghesi (nipote della fondatrice del Reader’s Digest), subì violenza dal padre quand’era bambina, conobbe il riformatorio e l’alcolismo; riuscì a uscirne e a condurre una vita normale, per poi ricascare nella dipendenza dopo l’insuccesso del terzo libro, poco prima del suicidio. Attenzione rientra quindi nel filone delle storie sconvolgenti e scabrose ma autentiche, come molti libri pubblicati in quegli anni negli USA, raggruppati sotto l’etichetta di “New narrative” (Dennis Cooper e Dale Peck sono noti anche in Italia, per esempio) e bollati dai detrattori reazionari come “Victim art” a causa dell’assenza di un lieto fine o di una redenzione dopo le tragiche vicende autobiografiche oggetto della narrazione. È proprio la fame di attenzioni suggerita dal titolo (anche in inglese: Notice), oltre a un passato di violenze subite e riformatorio, che spinge Nina (il nome che la protagonista usa come prostituta, e non ne scopriremo altri) a lasciare un lavoro “normale” per vendere il suo corpo ai pendolari che escono dalla stazione. C’entra anche il bisogno di soldi per qualche saltuaria dose di droga, ma questo è solo un problema secondario. Quello vero è una depressione schiacciante, un buco nero, una voragine che minaccia a ogni minuto di aprirlesi dentro, e che lei cerca di riempire in ogni modo, con l’alcol, con la droga ma soprattutto con il sesso, che per lei rimane l’unica forma di comunicazione emotiva di cui è capace. Rimane invischiata in un ménage à trois con un cliente sadico e sua moglie Ingrid (ai quali ricorda la figlia, forse uccisa dall’uomo). Tra lei e Ingrid c’è la parvenza di una complicità amorosa, ma sempre all’ombra inquietante del marito. Poi Nina fugge e dopo varie vicissitudini viene rinchiusa in un manicomio dove subisce stupri e maltrattamenti; lì incontra Beth, una psicoterapeuta che prende a cuore il suo caso, la fa rilasciare e le trova un lavoro. Purtroppo Nina conosce solo il sesso come metodo di interazione: si innamora di Beth e la trascina in una relazione dipendente e malata, che incrina il matrimonio dell’altra, ma soprattutto vanifica ogni effetto positivo della terapia. Nina lascia il lavoro e torna a battere in stazione. Nella sua vita ricompare ogni tanto anche Ingrid, in fuga dal marito. E poi ci sono gli incontri occasionali con due spacciatori di cocaina (mandati dal marito di Ingrid), che finiranno per stuprarla barbaramente. Non si sfugge insomma a una spirale distruttiva di sesso fatto e subìto senza amore, di amore capace di esprimersi solo tramite il sesso, di violenza fisica e psicologica. La protagonista si adegua a tutto, purché serva a tenerla lontana, assorbendo la sua attenzione, dalla voragine depressiva interiore che risucchia qualsiasi cosa. L’introspezione si limita a prendere atto del danno e della sofferenza, senza saperle motivare o fermarsi ad analizzarle. Nei rari momenti di lucidità, Nina raggiunge la tragica conclusione di essere un capro espiatorio, destinata a far emergere la parte peggiore delle persone con cui si rapporta e ad assorbirla in sé, e poi essere abbandonata. Qui risiede l’originalità del libro: nella descrizione distaccata e quasi impassibile dei propri vissuti drammatici, mai spettacolarizzati, e nella totale desolazione, che non lascia speranza di salvezza. Nel puro distillato di dolore che urla il proprio strazio verso chi legge, nella tragedia della bambina violentata che è incapace di scindere l’amore dai soprusi e dal ruolo di vittima. E’ difficile assistere come lettori a una tale sequela di violenza e sconforto restando impassibili, e non aiuta lo stile inquietante dell’autrice: scarno, informale, e ricco di ritornelli (ben resi dalla traduzione spigliata di Clara Nubile). La lingua così piana contrasta con la complessità della devastazione psichica ed emotiva in un libro che si vorrebbe poter dimenticare, ma che rimane dentro per la sua brutale sincerità.

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