Anna Mioni

Traduzioni letterarie dall'inglese e dallo spagnolo

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Categoria: Recensioni

Recensioni ‘Vecchi amici’

Posted on 10 Novembre 202229 Novembre 2022 by AnnaMioni

Uno dei grandi maestri segreti: Stephen Dixon, Vecchi amici

di Gaja Cenciarelli da Vibrisse

Vecchi amici di Stephen Dixon (trad. Anna Mioni, Terre di Mezzo 2006) è la storia di un’amicizia al maschile, che tuttavia ha avuto modo di nascere grazie alla mediazione di Katya, ‘temporanea’ compagna di uno dei due. Preoccupata che Irv si annoi, gli comunica che nei paraggi abita un altro scrittore, con cui, per ammazzare il tempo, potrebbe provare a fare conoscenza. Katya scomparirà presto, ma l’amicizia tra Irv e Leonard durerà trent’anni. È un libro la cui particolarità ‘fisica’ – non esistono capoversi che introducano nuovi paragrafi né discorso diretto – mi ha colpito solo dopo un paio di giorni che me lo rigiravo tra le mani, e la potenza di questa rivelazione ha innescato tutta una serie di riflessioni. È un romanzo che appare sulla pagina come un blocco unico, una sequela di parole saldamente legate una all’altra senza soluzione di continuità. La narrazione è un flusso di coscienza ininterrotto, in cui le telefonate e le lettere tra Irv e Leonard, e di entrambi alle rispettive mogli o compagne, si inscrivono quasi sottovoce, quasi a voler far sottostare i personaggi al potere della storia, come se i personaggi non fossero la storia ma la subissero. E, in effetti, Dixon ha davvero voluto scrivere – tramite Irv e Leonard – una sorta di elogio della banalità. Irv e Leonard sono due uomini talmente comuni che è inevitabile provare simpatia per loro, identificarsi nelle loro idiosincrasie, giustificarli o provare a comprenderli anche quando – come Leonard – si lasciano vivere, seguendo, più per forza d’inerzia che per reale volontà di cambiamento, qualsiasi donna graviti nel loro campo d’azione.

Faccio lo scrittore, quindi la cosa in cui sono più bravo è fare il bugiardo

dice Leonard a Irv, in uno dei suoi monologhi-fiume al telefono, mentre racconta all’amico della sua relazione extraconiugale con un’allieva del corso di scrittura creativa. Leonard è nato dopo la morte del fratello maggiore ed è perfettamente consapevole che, senza quella morte, lui non sarebbe mai esistito. L’avarizia del padre e della madre, soprattutto della madre, abbraccia ogni aspetto della vita quotidiana: i soldi, i sentimenti, l’affetto, i rapporti umani. Il piccolo Leonard viene gravato di sensi di colpa, gli si impedisce di frequentare i compagni di scuola, paragonandolo continuamente al figlio morto. Leonard è una creatura da cui prendere amore, atteggiamento che conferma l’aridità dei genitori, sempre orientati verso l”avere’ piuttosto che verso il ‘dare’. Esilarante (e malinconico) l’elenco dei non che costellano la vita di Leonard:

Leonard non beveva nessun tipo di caffè e l’unico tè che beveva era quello deteinato. Non aveva mai fumato, nemmeno un tiro. Mai preso un allucinogeno o droga di quel tipo; forse aveva mangiato un paio di biscotti alla marijuana per sbaglio a una festa, ma se l’aveva fatto, e così gli avevano riferito, non avevano fatto effetto. Non aveva la patente e non aveva mai fatto domanda per averla e da bambino non aveva mai desiderato di guidare o possedere una biciletta o un macchina. Non era mai stato in Europa, non aveva mai voluto uscire dal Paese. Non era mai stato in una fattoria, ma ne aveva viste alcune dall’autobus quando l’avevano portato al campeggio estivo. Aveva paura di tutti gli animali, tranne gli uccellini canori e la maggior parte dei cani e dei gatti. Eventi culturali come le opere liriche e i concerti di musica seria non li apprezzava e non li capiva e quanto alle opere liriche, non riusciva a capire cosa dicessero, anche quando cantavano o parlavano lentamente in inglese. Non gli piaceva leggere poesie o critica letteraria o altro sulla letteratura, se non ogni tanto qualche recensione di libri o la prefazione di un qualche scrittore alla riedizione del suo romanzo o della corposa antologia di racconti, perché spesso li trovava lenti e non capiva cosa volesse dire il poeta o il critico

L’aspetto più sorprendente dell’intero libro è che a pagina trentanove (il romanzo consta di centosessanta pagine) già conosciamo il destino di Leonard e di Irv: il primo verrà ricoverato in un ospizio, vittima della demenza senile, mentre Irv, anche lui insegnante, dovrà prendersi cura della moglie, malata e costretta su una sedia a rotelle. Esperienze speculari, a ruoli invertiti. Dopo la malattia di Leonard – figura tragicomica, la sua, che per più di un verso ricorda il Barney Panofski di Mordecai Richler – l’interlocutore di quasi tutte le telefonate che Irv farà a casa dell’amico sarà la seconda moglie, Tessie (l’allieva del corso di scrittura creativa per la quale Leonard lascerà Suzanne e dalla quale avrà due figli). Irv, dal canto suo, non smetterà di scrivere, prendendo spunto dalla malattia della moglie Loretta, che non gradirà di essere trattata come ‘oggetto letterario’, insistendo affinché il marito si adoperi per ‘romanzare’ un po’ la storia e renderla meno riconoscibile. Per uno scherzo del destino, Leonard, che ha vissuto tutta la propria vita in funzione delle parole, viene privato della facoltà di parlare, di pensare, di ricordare. Dunque, l’unico interesse che Irv e Leonard avevano in comune si volatilizza, ma l’amicizia rimane salda, resiste alla distanza e alle malattie. Per un secondo, ancor più crudele scherzo del destino, Leonard, che non è mai voluto andare in Europa perché negli Stati Uniti

c’è tutto e costa meno

è – come Loretta – costretto dalla malattia a restare per sempre nel suo Paese, sperimentando su di sé le contraddizioni del sistema sanitario americano e l’atteggiamento dell’America nei confronti dei malati. Una delle scene più toccanti arriva alla fine del libro. Quando Irv va a trovare l’amico in ospizio, Leonard gli urla di voler fuggire, che dev’essersi cacciato in qualche grosso guaio per trovarsi in un posto così orribile, e che Irv deve aiutarlo a vestirsi e a scappare. Irv non vuole lasciarlo in quello stato. Gli dice di calmarsi: lui ora deve andarsene, non può assentarsi troppo, sua moglie è malata e potrebbe capitarle un incidente se rimanesse troppo da sola. Al che Leonard risponde:

Ve ne andate sempre, tutti quanti. Svolazzate, sbiellate, ma ve ne andate. Proprio quando le cose stavano andando bene e stavamo parlando e ridendo su quanto eravamo idioti una volta, e tu sei venuto a trovare me, e non una barbona qualunque, giusto? Da quant’è che sei qui, cinque minuti, dieci?

No, Irv è lì da più di un’ora, ma Leonard ha perso la concezione del tempo. Accompagna l’amico all’uscita, dimentica il codice per chiamare l’ascensore, se lo fa dare da un inserviente e dice addio a Irv, senza smancerie, senza baci. È così che si comportano gli uomini, secondo Leonard. Ed è proprio questa abilità dell’autore a fare in modo che la tragedia – in tutta la sua beffarda ‘normalità’ – parli da sé, a costituire il cardine del romanzo. Non c’è mediazione di narratori extradiegetici, il dolore e le malattie hanno dignità letteraria e si mostrano nudi, spogli di qualsiasi orpello o riflessione, sulla pagina. E sono uno schiaffo potente. Vecchi amici è un libro che parla di persone ‘comuni’ nel senso più nobile della parola. Irv e Leonard sono amici come milioni di persone in tutto il mondo. Eppure è proprio questa ‘banalità’ a renderli interessanti. Nelle loro continue telefonate, nelle reazioni irritate alla malattia, c’è la quintessenza dell’essere umano e, soprattutto, c’è una lingua letteraria e ‘parlata’ al tempo stesso, che in italiano si deve alla sapiente traduzione di Anna Mioni. D’altra parte, Stephen Dixon è notissimo in patria. Ha pubblicato ventisei libri e più di cinquecento racconti, ha vinto una quantità di premi ed è stato due volte finalista al National Book Award con i romanzi Frog e Interstate. Con Vecchi amici è al suo debutto in Italia: progresso notevole rispetto a Leonard, che non ha mai voluto venire in Europa, perché non gli piaceva l’idea di lasciare a casa la macchina da scrivere.

recensione di Mangialibri

Vecchi amici Stephen Dixon (Terre di Mezzo 2006) Irv e Leonard hanno un paio di cose in comune. Si sono trasferiti in una piccola cittadina nei dintorni di Rockland, tanto per cominciare. E poi sono entrambi scrittori, di quegli scrittori la cui carriera non è mai decollata, ma che comunque vantano qualche racconto pubblicato su riviste prestigiose, una assidua frequentazione dell’ambiente letterario, insomma una onesta manovalenza intellettuale. Così è anche la loro vita, piena di malinconia, malattie, tradimenti e piccole tragedie, ma senza esagerare. Leonard soprattutto è un uomo pieno di fissazioni ed idiosincrasie, con un matrimonio difficile e infelice, che intreccia relazioni con vicine di casa più giovani di lui e si attira il disprezzo dei figli. Attraverso la sua storia e i riverberi su quella di Irv, Stephen Dixon, professore alla Johns Hopkins University e pluripremiato protagonista della moderna fiction statunitense sembra voler descrivere in tutte le sfumature l’argomento vecchiaia. Senza affondare le dita nella povertà, nella solitudine e nel degrado, ma senza nemmeno negarsi il declino della sessualità e le sue conseguenze, la volgarità della decadenza, la tristezza della morte. Un libro dal procedere atipico e sghembo e dalla insolita, dolente profondità.

Recensioni ‘The Surrender’

Posted on 10 Novembre 202229 Novembre 2022 by AnnaMioni

Erotica Bentley

di Nico Orengo, TuttoLibri della Stampa, 31 luglio 2005

Doveva essere molto bella, quando ballava con Balanchine al New York Ballet, prima che un incidente all’anca non le interrompesse la carriera. Sono passati anni e il viso e lo sguardo di Toni Bentley appaiono più stanchi, al contrario di un carattere provocatorio, giovanile. La Bentley scrive sul «New York Review of Books» e sul «Rolling Stone», scrive saggi e romanzi. In Italia è appena stato pubblicato, da Lain, con una impeccabile traduzione di Anna Mioni, «The surrender», 214 pagine di una ossessione erotica. E fin qui, nulla di eccezionale: di letteratura erotica, dal «Chin P’ing Mei», al Divin Marchese, ai più recenti colpi di spazzola, son pieni gli scaffali. No, l’ossessione erotica della Bentley, come direbbe il Governatore della Banca d’Italia, passa da via dei Serpenti.

Con Toni Bentley al cuore della lussuria

Un incontro con l’autrice di The surrender, il memoir erotico pubblicato da Lain, dopo lo scandalo suscitato in America. È un romanzo sul sesso anale la cui scrittura corporea e sboccata si intreccia al ricordo di trattati mistici

EMANUELE TREVI, Il manifesto, 24 settembre 2005

Ecco qualcuno che non cerca i giri di frase, le attuenazioni, le espressioni oblique. The surrender, il «memoir erotico» di Toni Bentley che sbarca in Italia dopo lo scandalo e il successo americani dell’anno scorso (edizioni Lain, trad. di Anna Mioni, pp. 217, euro 12,50) intende centrare il bersaglio del proprio corpo. Il perno di questo autoritratto sono quelle che nell’insieme si definiscono «le budella»: l’ano, il retto, il tipo particolare di percezione di sé che arriva da lì in fondo, da lì dentro. Ma questa prospettiva, questa forma di autocoscienza, non è un dato di fatto, bensì il frutto di una rivelazione, di una scoperta, e di un incontro erotico: The surrender è un inno, un elogio, un minuzioso trattato e insieme un romanzo sul sesso anale, non sull’ano in quanto tale. Correggendo l’assioma darwiniano, secondo il quale la funzione crea l’organo, nell’autobiografia anale di Toni Bentley l’organo è creato, e reso visibile alla coscienza, dalla relazione. Spesso, nel libro il racconto di questa rivelazione assume il tono di una scoperta geografica, come ai tempi in cui il mare nascondeva ancora isole e continenti. Si tratta di appropriarsi di uno spazio che all’inizio non è meno remoto e sconosciuto per il fatto di essere uno spazio interno. È una latenza che giunge ad esistere realmente, come si diceva, solo attraverso la penetrazione: dolore che si trasforma totalmente in piacere. La posta in gioco è il Paradiso: nel singolare «materialismo mistico» della Bentley, che avrà di sicuro letto il suo Bataille, è la «Terra della lussuria, dove le cose sono visibili e tangibili» ma anche «totalmente irreali». Già, ecco uno dei tanti paradossi mistici di questa scrittura diretta, corporea, sboccata che non teme di confrontarsi col ricordo delle biografie dei santi e dei trattati mistici letti avidamente dalla scrittrice in anni acerbi, e mai più dimenticati.

Oggi Toni Bentley è una bella donna ancora giovane, e il fisico è quello della ballerina professionista, anche se ormai da molto ha smesso una carriera brillante (culminata al New York Ballet di Balanchine) a causa di un incidente all’anca. Nei rapporti con il prossimo, ha l’aria un po’ ironica e rassegnata a una certa dose di imbarazzo iniziale. Per cominciare il nostro incontro, nel giardinetto di un albergo di Roma frastornato dal rumore del traffico, tessiamo concordi un elogio della grande scena di sodomia nell’Amante di lady Chatterley. «Anche per lady Chatterley, come per la narratrice del mio libro, cioè per me, quell’esperienza ha il valore di una rivelazione. In D. H. Lawrence questo è reso più potente dalla differenza di classe sociale dei due partner, la signora e il guardiacaccia». Il genio narrativo di Lawrence traccia l’abbozzo di un’estasi della sottomissione che mi è sempre sembrata qualcosa di diverso dal sadismo, un superamento della coazione a ripetere insita nel sadismo. Toni Bentley è d’accordo. «Nel mio libro parlo sia di ‘sottomissione’ che di ‘masochismo’, ma i due termini non sono perfettamente sinonimi, ci vedo una differenza, un diverso campo di applicazione. La sottomissione è legata alla perdita del controllo, al restare senza difese, al crollo della propria volontà. Il piacere di cui parlo è una vittoria sul dolore, viene solo dopo il dolore, non lo può evitare. Per me non c’è bellezza senza dolore, sono una di quelle persone che la pensano così. Deve entrarci in qualche modo anche la mia vita precedente di ballerina, perché nella danza ottieni qualcosa di bello proprio quando riesci ad accettare il dolore per superarlo». Spiego a Toni Bentley che l’editore italiano ha mantenuto il titolo originale, perché sarebbe difficile trovare un equivalente esatto di The surrender, a meno di una spiacevole perifrasi. Ma questa donna che si arrende, che si sottomette alla forza del fallo maschile, liberando energia e consapevolezza nascoste e ridefinendo i confini dell’identità, è anche colei che racconta la sua storia, trovandole la lingua adatta. E di questa lingua così esatta nella sua scurrilità e così scurrile nella sua esattezza non si può non parlare, perché è l’aspetto del libro che aggredisce i suoi lettori fin dalle prime righe («Il suo è stato il primo. Nel mio culo. Non so qual è la sua lunghezza esatta, ma è decisamente grande: perfetto»). «Beh», scherza la Bentley, «di certo non è un tipo di scrittura signorile! Una lingua così diretta però è risultata la migliore per parlare del sesso, c’è un grande problema di visualità, non è facile far immaginare cosa succede… Ma la cosa più interessante è che lo shock, all’inizio, non è stato minore per me, perché io stessa non sapevo di avere questa voce, questo particolare timbro della voce che cerco di rendere nella scrittura. È una specie di metamorfosi che è andata anche oltre i confini del libro; una mia amica mi ha molto stupito facendomi osservare che dopo averlo scritto avevo un modo di ridere diverso… mi è venuto fuori un tono più basso, a quanto pare». Il riso, in The surrender, è uno dei segnali dell’approssimarsi dell’estasi. «Sì, accompagnato al pianto. Ridere e piangere, questa è la gioia». Ogni confessione, soprattutto se affidata a un monologo ad alta temperatura lessicale ed emotiva come questo, comporta tutti i rischi e tutte le possibilità del solipsismo. Eppure le pagine di The surrender non sono solo un autoritratto, ma il racconto di un incontro, e questa voce che non fa che parlare di sé riesce a fare largo spazio anche all’altro, come un cerchio che raddoppia i suoi fuochi prendendo la forma di un’ellissi. A patto però che l’amante e l’amato condividano la stessa fondamentale separatezza, simbolizzata dalla stanza da letto, sempre la stessa, dove per anni avvengono gli incontri. «È proprio così», mi spiega la Bentley, «ed è un’idea antica, per esempio nelle poesie di John Donne c’è la stessa dimensione separata, la stanza degli amanti che si sostituisce all’intero universo. E questo riguarda anche la fine della relazione, che racconto nell’ultima parte del libro. I legami così forti sono anche quelli che possono rompersi all’improvviso, proprio perché i due protagonisti non fanno mai nient’altro che sesso: niente famiglia, niente abitudini, nemmeno un cinema o un ristorante. E così, semplicemente, anche se questo è triste, quando la pressione della realtà esterna riesce a invadere quella stanza, la storia è finita».

Forse è proprio questo l’aspetto più riuscito di questo libro perturbante, difficile da leggere con indifferenza: sotto le apparenze di un trattato-racconto sulla sodomia, intravediamo una meditazione sul tempo. La felicità erotica rifugge dalla continuità e dalla durata: è puntiforme, imprevedibile, perennemente revocabile. È un paradosso inevitabile: proprio ciò che dovrebbe unire più a fondo, e di fatto unisce, due esseri umani, nulla garantisce mai riguardo al futuro di questa unione. Quanto più vivono in profondità la loro passione, tanto più i due amanti sono senza domani, come recita il titolo di un famoso romanzo libertino francese. «Eppure», commenta Toni Bentley sorridendo con dolcezza, «c’è un vantaggio nel voltare le spalle a una storia d’amore quando ancora la felicità è al suo culmine: in questa maniera ti puoi portare via le cose più preziose, così come sono. Altrimenti, finiresti per lasciartele alle spalle».

QUASI COME SADE

Toni Bentley, ex ballerina costretta a interrompere l’attività per un incidente all’anca diventa una scrittrice e sconvolge tutti, compreso il più che liberal Village Voice, con questo The surrender (tr.it. A. Mioni, Lain, 12,50). Un primo livello della storia ha toni autobiografici, la protagonista è una ballerina costretta a fermarsi. Poi c’è una storia interiore, la ricerca determinata e inevitabile di Dio maturata fin dall’infanzia nonostante o forse a causa dell’ateismo del padre. Quindi c’è il sesso, anzi una forma particolare di sesso, quello anale. Come indica fin dalla premessa del libro (e il richiamo a Sade), la sottomissione della protagonista a questa forma di sesso è la chiave e lo strumento di lettura di tutto quanto viene prima e dopo: infanzia, adolescenza, amori, ricerca spirituale. Soprattutto ricerca spirituale. Non è difficile capire quante reazioni indignate abbia suscitato il libro alla sua uscita negli Stati Uniti. Detto questo, è invece difficile negare che il primo grado verso la trascendenza sia la sottomissione.

Dario Olivero, Repubblica.it

“Se permettete a un uomo di incularvi, (e tale privilegio dovrebbe spettare solo a un amante davvero sensibile) imparerete ad abbandonarvi ciecamente non solo a lui ma a voi stesse, a perdere completamente il controllo. E oltre il controllo c’è Dio. L’umiliazione è il mio più grande demone, ma una volta che il centro del mio terrore viene violato, scopro che la mia paura è infondata.’

Un esplicito, esaltato manifesto del sesso anale praticato come via mistica e predicato come atto sacro

Toni Bentley ha danzato con Balanchine nel New York City Ballet per dieci anni, poi ha avuto un incidente che ha stroncato la sua carriera e si è data alla letteratura. Sono suoi “Winter Season: A Dancer’s Journal”, “Costumes by Karinska”, “Sisters of Salome”, e con Suzanne Farrell, “Holding On to the Air”. Ora Lain pubblica in Italia il suo ultimo libro, uscito il marzo scorso negli Stati Uniti e subito oggetto di grandi amori e di enormi furori, ma scelto dal New York Times come uno dei migliori dell’anno. Si intitola “The Surrender: un’autobiografia erotica”, e appartiene solo in parte al sottogenere delle confessioni femminili estreme che si sono fatte molto spazio di recente. “The Surrender” è invece prezioso perché spazza via la retorica politicamente corretta di quella che gli americani chiamerebbero the second-wave feminism, ovvero l’idea che le donne siano gentili, luminose creature che cercano solo incontri sessuali leciti e significativi con partner affidabili, rispettosi, paritari e pieni di tatto, essendo le donne angeli privi di lati oscuri, perversi, dolenti e meno che mai avventurosi. Un’immagine smentita trionfalmente da Bentley che, invece, vende centinaia di migliaia di copie con un esplicito, esaltato manifesto del sesso anale praticato come via mistica e predicato come atto sacro – e del resto kundalini, il famoso serpente di energia della fisiologia esoterica, dove altrimenti sarebbe se non arrotolato alla base della spina dorsale, e quindi nel primo chackra, in attesa solo di esser risvegliato e di scorrere come fuoco liquido lungo il dorso? Ma ecco come lo spiega la Bentley: “Se permettete a un uomo di incularvi, (e tale privilegio dovrebbe spettare solo a un amante davvero sensibile) imparerete ad abbandonarvi ciecamente non solo a lui ma a voi stesse, a perdere completamente il controllo. E oltre il controllo c’è Dio. L’umiliazione è il mio più grande demone, ma una volta che il centro del mio terrore viene violato, scopro che la mia paura è infondata. E’ tramite questa resa fisica, questo sentiero proibito, che ho trovato il mio io, la mia voce, il mio spirito, il mio coraggio… e le chiacchiere delle vecchie streghe”. Arrabbiata con gli uomini fin dall’infanzia, dieci anni di matrimonio infelice, di amanti prepotenti, di deludenti penetrazioni ortodosse (“la mia figa ha subito troppe ferite a causa di false aspettative e ingressi senza invito, di movimenti troppo egoisti, troppo vuoti, troppo veloci o troppo inconsapevoli”) , di brevi boccate di ossigeno con devoti e sinceri appassionati del piacere femminile, finalmente, nell’incontro con un giovanotto ribattezzato A-Man, Bentley scopre che farsi metter sotto a letto e sfogare fra le lenzuola il proprio eventuale masochismo è la sua miglior strategia per non lasciarsi controllare una volta in posizione verticale, e disfarsi della rabbia: “Una volta ho amato un uomo così tanto da annichilirmi. Ero tutta Lui e niente Me. Ora mi amo quel tanto che basta perché non esista nessun uomo. Sono tutta Me e niente Loro. (…) Lo stesso gioco ma in posizioni diverse. Non conosco altri modi di giocare. Qualcuno deve stare sopra, qualcuno sotto. Stare fianco a fianco è una noia. (…) La parità vanifica il progresso, ostacola l’azione. (…) Ma due che stanno uno sopra e uno sotto, beh, fanno in tempo ad arrivare in capo al mondo e tornare indietro prima che i paritari finiscano la trattativa su chi paga, chi scopa e chi si prende la colpa. Però il mio passaggio non è stato da sotto a sopra, ma da sotto a sotto: dalla dolorosa sottomissione emotiva alla beata sottomissione sessuale”. Molti recensori americani hanno ironizzato sul diario quotidiano che Bentley scrive dei suoi amori anali con A-man, della sua disamina del lubrificante perfetto, delle mutandine senza cavallo più eccitanti, senza capire che è l’autrice a giocherellare per prima con la letteratura pornografica, con il feticismo maschile che va a braccetto con il perbenismo puritano, scrivendo un libro di pulizia linguistica prodigiosa e perfino poetica, misurandosi con la difficoltà dello scrivere di sesso grandioso francamente, senza tema dell’oscenità e con precisa durezza, esponendo una filosofia del sesso e dei rapporti con gli amanti che molte adulte, ormai, praticano grazie ai benefici della consapevolezza, del disincanto e dell’esperienza, trovando vantaggio per la propria libertà. “ Se un uomo può possedere sessualmente una donna (possederla davvero) non avrà bisogno di controllare le sue idee, le sue opinioni, i suoi vestiti, i suoi amici e nemmeno gli altri amanti che ha”. Per questo Toni Bentley non cade nell’errore di diluire il piacere erotico con le noie di una relazione o della quotidianità, e non mescola la libertà del desiderio con l’attaccamento. Odia gli appuntamenti per cena: “Preferisco fare sesso a stomaco vuoto, e mangiare da sola mentre leggo un buon libro”. Non esce mai di casa con Aman. Non hanno amici in comune. Si vedono solo in camera da letto. E quando, dopo tre anni di felice sodomia, si rende conto che lui frequenta anche un’altra e cade preda di un devastante e incontrollabile attacco di gelosia, preferisce lasciarlo piuttosto che supplicarlo di esserle fedele. In questo gesto, molto più che nell’inginocchiarsi offrendo all’amante la preferita rear-entry, consiste la vera provocazione di questo libro. Quante donne sanno ormai che pessimo affare si rivela spesso lo scambiare intensità con sicurezza, passione con comodità, imprevisto con certezze, eppure non hanno l’austerità e il fegato necessari a negarsi.

di Paola Tavella (ripreso dal blog AntiPro)

Eros e perdizione: dritti in paradiso

di ALDO NOVE, ‘Liberazione’, 24 luglio 2005

«Io sono atea di famiglia. Sono arrivata a conoscere Dio in modo empirico, facendomelo sbattere nel culo, una volta dopo l’altra. Sono lenta nell’apprendere, e sono anche un’edonista insaziabile. Dico sul serio. Molto sul serio. E sono rimasta ancora più sorpresa di voi da questa presa di coscienza singolarmente brusca di uno stato mistico. Eccola lì: la grande sorpresa di Dio, il Suo fine umorismo e la Sua potente presenza rivelati nel mio culo: bè, è di sicuro un bel modo di attirare l’attenzione su una scettica» (The Surrender, p. 16). E poi, subito dopo: «La verità si mostra sempre con il culo. Un uccello dentro il culo si mostra sempre come l’ago della macchina della verità. Il culo non sa come si fa a mentire, non è capace di mentire: se tu menti, c’è dolore fisico. Invece la fica è capace di mentire all’ingresso di un semplice cazzo nella stanza: lo fa in continuazione. Le fiche sono progettate per ingannare gli uomini con i loro succhi invitanti, le loro aperture pronte e le loro padrone arrabbiate» (pp. 16-17). Già dalle prime pagine, Toni Bentley (ex ballerina americana, diventata scrittrice di successo dopo un incidente alla gamba e tre romanzi subito imposti all’attenzione della critica e del pubblico) dichiara il percorso (il romanzo di formazione, il suo sviluppo) di una storia a senso unico. La storia di una passione che si trasforma in Passione, il punto in cui mistica e erotismo si incrociano. Toni Bentley cita ripetutamente il marchese De Sade (ma anche i vangeli gnostici, John Donne, il canone buddista) per entrare nell’inferno della visceralità più estrema, nel suo intransigente, radicale, moto ascensionale («in virtù di una corrente discendente») che conduce al paradiso. Sì, il paradiso, definito dalla scrittrice come «un’esperienza reale che può durare anche solo pochi secondi, e solo quando la morte muore si può entrare in paradiso. E’ rivelato negli spazi del tempo in cui l’io viene penetrato così profondamente che viene spalancato e la corrente dell’amore entra come l’oceano da un oblò. E il paradiso, una volta sperimentato, diventa lo scopo di ogni momento di veglia, e la possibilità di perderlo è insita in ogni momento di veglia. E’ questo il fardello di ogni paradiso ritrovato» (pp. 175-176). Come in ogni mistica, l’annientamento di una personalità di fronte a un altro, all’Altro, diventa il crinale che porta all’abisso della perdizione (da una prospettiva cattolica, laddove l’accento sul corpo svanisce l’idea portante della ‘purezza’ come condizione dell’elevazione) o del semplice smarrimento del sé. E dunque dell’io e delle sue maschere.

The Surrender è il diario di un’ossessione, di una regressione primaria all’indeterminatezza biologica ancora prima che sociale; alla chimica della contemplazione eraclitea della natura come conflitto degli opposti appagati (ad ogni inculata, che l’autrice meticolosamente registra, una dopo l’altra) nel momento del loro incontro, della loro nietzschiana frizione: l’eterno ritorno del piacere.

La discesa nel vortice della passione erotica a senso unico ha, in letteratura e nella cinematografia, innumerevoli precedenti. Dalla inquietudine dell’effrazione in Madame Bovary alla ben più esplicita, e tragica, discesa negli inferi del piacere assoluto dell’Impero dei sensi. Se il sonno della ragione genera mostri, però, il predominio della razionalità (il sonno dei sensi, delle loro onniterali potenzialità) preclude quella ‘veglia senza morte’ che, convertita (o ‘surdeterminata’, direbbe Althusser) in linguaggio mistico, diventa il lato opposto della stessa medaglia (delle due facce di Ermete Trismegisto, dell’oro alchemico che, per Tommaso Campanella, era, con un’ironia tutt’altro che superficiale, ‘merda’). The Surrender finisce così per essere il diario di una dipendenza mistica (assoluta) compiuta e superata, ma anche un trattato di filosofia materialistica. Più vicina al Feurbach degli Inni alla morte e al Marx dei manoscritti giovanili che non all’asetticità degli epigoni del marxismo delle origini: ai testi cioè del socialismo reale che, da manuali di compiuta chiesa burocratica, sostituiscono sia Dio che l’Uomo Nuovo di Marx alla nebulosità asettica della dottrina, in qualsivoglia modo i loro camuffamenti, negli anni Trenta del secolo scorso o ancora oggi, si vogliano chiamare.

Un grande libro, questo di Toni Bentley. Incredibilmente attuale. Incredibilmente coraggioso e puro. Come l’esperienza che racconta. Con un linguaggio semplice ed efficace. Quello dei grandi narratori americani. E dei mistici di tutti i tempi.

recensione di Armando Adolgiso

Nata l’anno scorso come collana della Fazi Editore, Lain è diventata una casa editrice che pubblica 8 libri l’anno, dischi e fumetti. Il suo più grande successo, finora, è stato il libro di Melissa P. “Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire” e da poco ha mandato in libreria un volume che si profila anch’esso come un possibile best-seller, come lo è già in America: {The Surrender}. L’autrice è Toni Bentley. E’ stata un’apprezzata ballerina con il grande maestro Balanchine al New York Ballet. Costretta ad interrompere la sua carriera per un incidente alla gamba, ha iniziato a scrivere pubblicando libri di notevole interesse critico quali Winter Season: A Dancer’s Journal e Sisters of Salomé. Alla loro uscita, i suoi libri, come accaduto anche per The Surrender, sono stati scelti dal ‘New York Times’ tra i migliori libri dell’anno. Il suo sito web: www.tonibentley.com. Il libro è un memoir erotico di una sodomita che vive la sua avventura carnale in una maniera che è al tempo stesso reale e trasfigurata, una storia che pur dai toni di voyage au bout de l’esclavage, proprio tale non è, perché la protagonista nell’essere posseduta, possiede, nell’essere consenziente dominata, domina: con rancore, sono uscita dalla schiavitù anche se non riesco a dimenticare quanta libertà mi dava. Narrazione non priva anche di giocosità, con accanto ad episodi realistici anche altri degni di un erotico barone di Münchausen. Forse il volume ha trenta-cinquanta pagine in più, ma se le lascia perdonare perché l’autrice, di molte e buonissime letture, ha continui scatti di scrittura, riflessioni folgoranti quanto aforismi, passaggi lussuosi di pensiero. Ottima la traduzione di Anna Mioni che conferisce al testo un’aura spudorata e delicata, ben riproducendo nella nostra lingua le scene estreme e senza trascurare i tanti angoli di commosso sentimento della vita in quelle pagine. Anna Mioni, è una delle nostre migliori traduttrici e quest’anno ha già mandato in libreria sette titoli. A lei ho chiesto un flash su The Surrender. Così mi ha risposto. ‘E’ un libro molto più cerebrale che carnale, nonostante l’icasticità di molte descrizioni. È un testo quasi filosofico, intriso di psicanalisi; un esempio di scrittura come terapia (e infatti nasce inizialmente sotto forma di diario). Un libro cifrato, in cui le parole sono chiavi ricorrenti che per il lettore fungono da punti fermi di una mappa, a partire da quella “Surrender” del titolo che in inglese racchiude in sé varie sfumature di significato: l’abbandono, la resa, la capitolazione, il cedimento. Le parole sono anche un elemento ludico con cui condire di ironia alcuni punti del testo. Un testo scritto con somma raffinatezza e con un sostrato culturale notevolissimo, ma che sa anche abbandonarsi a descrizioni prosaiche e dettagliate. Il sesso anale è inoltre la metafora della scoperta di sé, di un percorso di autocoscienza femminile. Diventa la libera espressione del masochismo della protagonista, che lei esorcizza trasformandolo in assertività contro l’ordine “maschile” della società, in ribellione contro la figura paterna e le altre figure maschili istituzionali della sua vita affettiva. Un libro profondamente femminile e anche profondamente spirituale: una pratica sessuale così estrema e stigmatizzata viene vista anche come mezzo per avvicinarsi al divino e alla spiritualità. Come nella danza, usare il proprio corpo in qualità di tramite verso un Oltre.’

recensione di STEFANIA VITULLI – Il Giornale

Chissà che cosa avrebbe scritto Angela Carter, spavalda e caparbia esploratrice del legame tra erotismo e sottomissione (tanto da porsi la domanda letteraria del secolo: «Come può una ragazza carina come Simone perder tempo a leccare il culo di un vecchio noioso come Jean Paul?»), del libro-confessione di Toni Bentley, Surrender, scelto dal New York Times come uno dei migliori dell’anno, in cui l’ex ballerina di Balanchine narra step by step il suo percorso netto per vincere la battaglia fra i sessi. Chissà come avrebbe commentato la Carter, che ormai oltre un quarto di secolo fa, nel saggio La donna sadiana, difese l’immagine femminile proposta dal Marchese, la scoperta della Bentley, il sesso anale e le infinite variazioni sul tema, la sua pragmatica epifania (mai più la parte per il tutto, come nel sesso tradizionale, bensì la parte. Ed è tutto. Poi, vai a cena con chi ti pare) e la mistica agnizione (sottomettere il corpo di una donna non significa piegarne lo spirito. Si può farsi fare tutto, basta essere in grado di lasciare lui al momento giusto).

Minisito di bol.com

Perché abbiamo scelto questo libro:

Trent’anni fa, al cinema, ci era riuscito solo Marlon Brando con Maria Schneider in Ultimo tango a Parigi. Ma il film venne censurato. Oggi invece l’argomento viene sollevato con regolarità nelle puntate di Sex and the City: le protagoniste si interrogano sull’opportunità di farlo o meno al primo appuntamento e si scambiano dritte su quale lubrificante usare. Perfino Bridget Jones, nel suo diario, ammette candidamente di averlo fatto con il suo amante, che sullo schermo ha la faccia d’angelo di Hugh Grant. Si parla di sesso, naturalmente, ma del tipo più politicamente scorretto: il sesso anale. È la caduta dell’ultimo dei tabù. Complice anche un libro dal titolo The Surrender: un vero e proprio inno alla sodomia scritto da Toni Bentley, una conturbante ex ballerina di danza classica. Ma c’è dell’altro, perché – scandalo nello scandalo – il sesso anale viene visto dall’autrice come un mezzo che, paradossalmente, porta al proprio accrescimento spirituale, un cammino attraverso il quale si raggiunge la beatitudine, ci si avvicina a Dio. Toni Bentley è una bella donna che non dichiara la sua età ma dovrebbe aver superato da poco i quaranta. Dopo aver raggiunto una certa fama nel New York Ballet, uno dei migliori corpi di ballo del mondo, con il grande maestro George Balanchine, la sua carriera viene interrotta per un incidente all’anca. Toni scopre le proprie doti di scrittrice e pubblica quattro libri, uno dopo l’altro. Adesso in America è un personaggio famoso, scrive per il ‘New York Times’, il ‘Los Angeles Times’, la ‘New York Review of Books’, tiene conferenze all’Università di Harvard e alla Oscar Wilde Society di Londra. Negli Stati Uniti The Surrender è stato un vero e proprio caso editoriale. La Bentley è stata accusata dalle femministe di aver scritto un elogio della sottomissione femminile e di aver riportato la donna alla condizione di cinquant’anni fa. I teocon sono insorti e l’hanno additata come nuovo Satana. Molti giornali si sono rifiutati di recensire il libro. Anche perché in ventidue stati americani, nonostante una decisione della Corte Suprema del 2003, la sodomia è di fatto ancora illegale. The Surrender è un memoir erotico a tutti gli effetti. Con un linguaggio colto e disinibito, Toni racconta le proprie esperienze sessuali, dalla scoperta del sesso al matrimonio giovanissima, dal divorzio dal marito dieci anni dopo alle esperienze con numerosi amanti. Ma l’incontro clou è quello con A-Man, un prestante giovanotto misterioso che sembra trovarsi al mondo per un unico fine: soddisfare la donna in tutti i modi possibili, in particolare sodomizzandola. A-Man è un sadico capace di dolcezza, Toni una masochista, ossessionata dal bisogno di amore e di trovare la pace spirituale. L’incontro fra i due è folgorante. Inizia una storia fatta solo di appuntamenti nella casa di lei. Per la precisione, 298 in tre anni. Segnalato dal ‘New York Times’ e dal ‘Publishers Weekly’ fra i migliori libri dell’anno, The Surrender è scritto bene. La Bentley si pone sulla scia della letteratura erotica più alta, dato che dichiara di essersi ispirata a Henry Miller, Anaïs Nin, Georges Bataille, D.H. Lawrence. Ma anche, più sorprendentemente, a Simone Weil, Virginia Woolf, Nietzsche e Kierkegaard. Quel che ne viene fuori è uno stile molto diretto e audace, ma denso di paradossi, citazioni e riferimenti letterari. Un libro insomma sia nei contenuti che nello stile fatto di corpo e anima insieme, in cui il corpo è uno strumento per arrivare all’anima. Ma The Surrender è anche un libro in cui si sovrappongono chiavi di lettura diverse e che, al di là della cruda esperienza di sesso, racconta una bellissima storia d’amore ossessivo e di dipendenza di una donna nei confronti del suo uomo. E infatti, nelle ultime pagine Toni Bentley racconta di come sia stato difficile e doloroso liberarsi di quell’amore per riuscire a raggiungere, finalmente, una totale accettazione di sé. Abbandonando per sempre il masochismo.

La Redazione

Dubbi e paure sull’ultimo tabù

Un’autrice dà scandalo in America. Con un tema forte, il sesso anale. Che da una parte spaventa e dall’altra affascina

di Maria Elena Barnabi, da Donna Moderna

Se permetterete a un uomo di avere un rapporto anale con voi (e tale privilegio dovrebbe spettare solo a un amante davvero sensibile) imparerete ad abbandonarvi ciecamente non solo a lui ma a voi stesse, a perdere completamente il controllo». Queste parole (in realtà sono state leggermente ammorbidite per rispettare la sensibilità di tutti) sono tratte dal libro The Surrender (L’arresa), Lain editore, l’opera autobiografica della ex ballerina classica Toni Bentley che sta scandalizzando l’America. Perché eleva il rapporto anale a poesia, come se fosse l’unica espressione della sessualità a permettere la vera unione tra un uomo e una donna.

Al di là delle esagerazioni letterarie, bisogna riconoscere che questo libro ha il merito di far parlare di un tema scottante, attorno al quale ci sono sempre stati brusii diffusi, ma raramente parole chiare. (…)

Armonie dell’amore anale

da XP Times

Scrivere di erotismo è sempre stato difficile, oggi addirittura sembra quasi impossibile. Ma se, come nel caso di Toni Bentley con The Surrender (Lain Edizioni, pp. 220, euro 12.50) l’alchimia funziona, si compie un miracolo di eleganza e di poesia.

Il memoir della nota e apprezzata ballerina di danza classica di Balanchine prende quota già dalle prime pagine. Inizia con una nota filosofica, una vera e propria dichiarazione di poetica e di atteggiamento verso il mondo: ‘Una volta ho amato un uomo così tanto da annichilirmi, completamente annullata: ero tutta Lui e niente Me. Ora mi amo quel tanto che basta perchè non esista alcun uomo: sono tutta Me e niente… Loro’.

Non abbiamo alcun dubbio, The Surrender è un libro brillante, ironico e possiede la verità e l’impudicizia della libertà e della poesia. Un inno alla sodomia ma soprattutto allo spirituale del soma. Lontano da spiritualismi, così modaioli, e da cinismi, ormai piuttosto dozzinali, la Bentley conduce il lettore dentro le sue più intime sensazioni, e lo fa con grazia e autentica spontaneità. E’ vero, The Surrender è un libro-scandalo, proprio come lo sono i libri di Bataille e Miller, anche se possiede un tocco del tutto femminile che lo assorella a Colette e soprattutto a Rachilde. Davvero ottima la traduzione, necessariamente al femminile, di Anna Mioni, e divertente la confezione. Insomma da regalarsi e da regalare, anche perchè è un vero capolavoro di scrittura, prima, e di erotismo, poi.

Parliamo di un libro che nientemeno ha fatto sobbalzare gli editori, perchè il sesso, come la danza e la musica, non è un linguaggio fatto di parole ma piuttosto di esperienze, di toni, di intensità, e questa di The Surrender è sicuramente stata per l’autrice l’occasione di andare oltre sè stessa, trasformarsi, scartando le facili derive per giungere all’approdo del trascendente. Una melodia di libertà nel sesso e nell’amore: niente insegnamenti sul sesso anale ma neppure minimamente incoraggiare in quella direzione, semmai entrare nell’essenza più profonda, nell’ombra, come la chiamava Jung, bucando il muro dell’inconscio con tutti i suoi tabù, la paura, il dolore, e ritornando alla vita reale con una più profonda conoscenza, una maggiore consapevolezza di sè stessa. La Bentley azzarda e si spinge un pò più in là ammettendo che l’amore anale può portare alla liberazione e avvicinare chi lo pratica all’estasi… ma non per tutti: il sesso è trascendenza, è un miracolo che può compiersi solo nell’attimo, nel qui e ora della nostra vita.

Noi Musicanti d’amore pensiamo che un buon sesso, coraggioso, sincero, aperto, possa ancora essere un gesto rivoluzionario, da veri ribelli, naturalmente solo per chi lo fa e solo in quel momento. Può essere la chiave giusta per conoscersi e confrontarsi su un piano che spesso la società non approva. Il sesso è una sorta di anarchia personale e politica, una dichiarazione di libertà che sempre è stata e ancora è molto pericolosa per coloro che mirano a mantenere salde le convenzioni sociali. Visitando il sito www.tonibentley.com potrete ‘annusare’ alcune di quelle ‘perverse’, splendide illuminazioni poetiche che troverete solo nella lettura individuale del libro.

Recensioni ‘Super raccolta’

Posted on 10 Novembre 202229 Novembre 2022 by AnnaMioni

Cinque maestri di genere finiti in un coacervo di marpioni e giovani esponenti del Postmoderno esistenziale: così l’antologia di Michael Chabon (ora tradotta) mostra tutta la senescenza di un cliché, e di un Paese

di Enzo Di Mauro [da La Talpa, inserto de il manifesto]

Michael Chabon, quel giorno, avrebbe potuto alzare la cornetta del telefono per commissionare ad alcuni suoi colleghi – illustri, meno illustri o solo promettenti – un racconto che avesse come protagonista il cane. Per una semplice ma non banale ragione: i cani oggi vanno alla grande un po’ come i lupi nel Duecento, in letteratura e fuori di essa, ovvero sulla pagina e (ciò che ormai, occorre rassegnarsi, più conta) nella vita. Quella mattina, invece, e dopo averne debitamente discusso con Dave Eggers in quanto direttore della rivista «McSweeney’s» (la celebre fucina di talenti e di esercizi di stile), Chabon decide di chiamare un certo numero di maestri, confratelli e cuccioletti per investirli di un incarico di stampo (come dire?) più generalista e meno ambizioso, e insieme tuttavia più subdolo e colmo di pesanti insidie genealogiche e fattuali, almeno rispetto a quell’America «teorica» e astratta che non smette (fatte salve le non poche e grandi eccezioni) di frequentare l’ultima spiaggia della letteratura di genere, a cui si demanda ingenuamente la salvezza del romanzo e astutamente la tutela delle vendite.

Chabon mostra di saperlo quando riconduce il tema inesauribile dellavventura a una sorta, oggi e con efficace espressione, di «rugiada epifanica» – laddove qui si gioca per necessità al ribasso, ad esempio mediante il tentativo di ridare gloria alla trama come se la trama (l’intreccio) ne avesse bisogno e non trionfasse già dappertutto simile alla più vieta delle pratiche.L’ideatore e curatore del decimo numero di «McSweeney’s», apparso negli Stati Uniti nel 1992 e ora tradotto a tante mani in italiano col titolo La super raccolta di storie d’avventura (Mondadori «Strade blu», pp. 455, 16 euro), volume accompagnato dalle illustrazioni originali di Howard Chaykin, irride e anzi sbeffeggia i suoi ospiti quando, a proposito del racconto breve (di fantasmi, dell’orrore, di investigazione, di suspence, del terrore, di mare, di spie, di guerra e via dicendo, fantastici o macabri, storici o d’amore) ricorda una serie di nomi di autori di «raccontini di basso livello», da Poe a Balzac, da Edith Wharton a James, da Conrad a Robert Graves, da Maugham a Faulkner a Twain a Cheever (e avrebbe potuto aggiungere, a completare l’opera, anche Stevenson, Melville, Kipling e altri ancora). Per intanto, Chabon ha chiesto un contributo ciascuno a Elmore Leonard, a Stephen King, a Michael Moorcock, ad Harlan Ellison e a Michael Crichton, cinque maestri della narrativa di genere i quali senza farselo ripetere – e sarà un elemento che meriterebbe una piccola riflessione – mettono al tappeto i restanti diciassette abitanti della casa (compresi Chabon ed Eggers) con altrettanti racconti sia pure composti con la mano sinistra, tra un impegno e una dormita. Ma chi sono gli altri condomini, oltre ai sunnominati? Eccoli, in ordine di apparizione, senza dimenticare che alcuni di loro, assai noti anche in Italia, possono ormai vantare una vicenda non esigua e dunque, di conseguenza, una fisionomia ferma e precisa benché non del tutto lineare in quanto a risultati raggiunti: Jim Shepard, Glen David Gold, Dan Chaon, Kelly Link, Carol Emshwiller, Neil Gaiman, Nick Hornby, Laurie King, Chris Offutt, Aimee Bender, Sherman Alexie, Karen Joy Fowler e Rick Moody. Una squadra nell’insieme composita e ricca ai limiti dell’incomprensibile, tra anziani e scaltri artigiani della fantascienza, dell’horror, del western, del poliziesco e del noir, e giovani e meno giovani esponenti del postmoderno esistenziale. Ma occorre prendere questi thrilling tales – così nel titolo originale – per il verso più utile (che non è affatto quello del divertimento; anzi, ci si annoia spesso e volentieri) a trarne un discorso e un eventuale e provvisorio punto conclusivo. E dire, innanzitutto, che l’antologia va trattata alla stregua di una teoria di sintomi, di uno schedario di sensi di colpa, di una mappa di rimorsi storici e politici, di un tracciato di movimenti psichici. La nozione dell’avventura – se così vogliamo continuare a chiamarla – viene restituita al mittente polverizzata piuttosto che glorificata. Oppure ritorna come detrito, scarto, torsolo, conchiglia fossile, irripetibile qualità di tempo ibernato. Due esempi. Nel racconto di Jim Shepard («Tedford e il Megalodon») è un grande, spaventoso animale marino (è uno squalo, ma le sue fattezze anche simboliche attengono all’inveduto) a rappresentare l’angoscia dell’influenza più che l’omaggio all’antico maestro Melville («Dove avrebbe portato Tedford il suo animale, se fosse stato in grado di avere la meglio? Chi poteva capire l’importanza di una simile creatura? Chi poteva capire la perdita? La separazione? Il nudo terrore dell’inadeguatezza? Le mandibole dello squalo eruppero intorno alla prua e alla poppa di Tedford, mentre cortine di spruzzi si frantumavano facendolo capovolgere, girandolo in modo che potesse guardare la luna, lasciandogli il tempo per un bagliore di pensiero rivolto a Giona, e bloccandolo un istante prima di tutto quello in cui aveva sperato, e di più»). Il secondo esempio lo prendiamo dal racconto di Gren David Gold («Le lacrime di Squonk e quel che successe dopo»), nel quale un elefante (che fu l’attrazione principale di un circo di provincia) riaffiora dal terreno come una reliquia preistorica («A dieci iarde dalla fine dei binari, sotto i detriti di sei generazioni di tecnologie ferroviarie abbandonate, c’è uno scavo largo venti piedi e profondo altrettanti, ricavato dalla terra battuta quasi cento anni fa, e riempito di nuovo quasi immediatamente. Al centro, tra le radici e le erbacce, le pietruzze e le schegge di vetro e metallo, giacciono le ossa di elefante. Incrostate di sporcizia, neri di tessuti secchi, esse luccicano anche assieme a un collare fatto di catena in acciaio inox, e c’è un mantello probabilmente rosso, un tempo forse increspato e imperiale, e che adesso è decomposto e incolore quanto la polvere»): ossa appunto mischiate ai materiali della modernità, laddove un secolo finisce per diventare, per dilatazione impazzita, una perduta era geologica le cui tracce brillano simili a una leggenda di streghe e gatti, e di api che ronzano nella testa degli uomini trasformandola in un letamaio di memorie sepolte. Quel ronzio (nel racconto di Dan Chaon) ritaglia alle ombre urlanti il loro desiderio di sepoltura. Che poi significa che siamo noi, qui e ora, a urlare. Che è l’America a non stare bene, ad avere il mal di pancia e a farlo venire agli altri, magari triplicato. In questa antologia, gli scrittori vengono chiamati a rispondere intorno alla senescenza dei cliché, alla loro potenza devastata dall’uso. Il genere mostra – ormai sgonfiati e macilenti – i vecchi muscoli alla maniera di chi, troppo lungamente, ci dice addio. Sia detto per inciso e come ipotesi: a leggere i racconti in questione si capisce come l’America non sia più la stessa e tuttavia, al medesimo tempo, quanto essa si ostini a somigliarsi. Anche questi scrittori, a modo loro, credono di somigliare ai maestri dell’avventura, benché ne siano solo i calchi fossili o, se si preferisce, con un ossimoro, i preistorici pronipoti.

La rivincita dei manovali del libro

La super raccolta delle storie d’avventura»: il meglio del peggio della letteraturaIn cinquecento paginei classici della scrittura d’evasione. Storie con dark ladies, investigatori o vampiri che hanno gelato i critici e conquistato il pubblico

Michael Crichton e Neil Gaiman, Elmore Leonard e Stephen King, tutti in un grande volume

di DIEGO GABUTTI [Il Tempo, 18 luglio 2004]

CON «Pulp fiction», prima che il film di Quentin Tarantino facesse della parola «pulp» un marchio di garanzia apprezzato anche dai critici più snob, s’intendeva la narrativa dozzinale, a sensazione, popolare nell’America tra le due guerre. I «pulp» erano rivistacce stampate su carta da formaggio, piene di racconti dell’orrore, avventure di pirati, saghe interplanetarie, storie di poliziotti privati dai modi spicci e di gangster elegantissimi che, nelle tasche dello smoking, nascondevano pistole nichelate e portasigarette d’argento. C’erano dark lady e morti viventi, giustizieri in maschera da carnevale e vampiri pallidi come Pierrot, cacciatori di tigri e leoni, mutanti e avventurieri. Gli scrittori di «pulp» non andavano tanto per il sottile. Scrivevano storie rudi e sgangherate, guardate con legittimo sospetto dai benpensanti, che le rubricavano, insieme ai fumetti e alla pornografia, nell’inferno della letteratura.

Eppure furono proprio alcuni autori di «pulp» – da Dashiell Hammett a Philip K. Dick, da H. P. Lovecraft a Raymond Chandler – a cambiare tutte le carte in tavola. Scommisero sull’eloquenza dell’intrattenimento puro e costrinsero la letteratura moderna a confrontarsi con i suoi fantasmi: l’horror metafisico delle serate danzanti degli zombie e delle streghe, il duro realismo metropolitano dei polizieschi d’azione, il panico filosofico degli universi paralleli e dell’identità umana messa a rischio da ultracorpi, robot, androidi, cyborg e replicanti. Furono gli artigiani dei «pulp», scrittori pagati un tanto a riga, che avevano fatto cattivi studi e lavoravano per un pubblico minorenne e foruncoloso, a restituire alla letteratura il suo fascino originario: il brivido del romanzesco, la vertigine dell’evasione.

E la festa continua. Tanto che «McSweeney», un «magazine» letterario che negli Stati Uniti è un vero e proprio cult, ha celebrato la grande stagione dei pulp con un numero monografico, tradotto in Italia nella collana «Strade blu» di Mondadori, intitolato La super raccolta delle storie d’avventura (458 pagine, € 18,50). Scrittori come Michael Crichton e Neil Gaiman, come Elmore Leonard e Stephen King, come Harlan Hellison e Michael Moorcock partecipano al ricevimento di «McSweeney’s» con novelle ad altissima gradazione avventurosa che vantano un cast di mummie e squali giganti, d’elefanti e stregatti, di scienziati pazzi e bambole assassine. C’è persino il Settimo cavalleria del Generale Custer in versione zombie. Ma quello dei «pulp» non è un qualunque revival. Secondo Michael Chabon, che ha curato l’antologia, la grande stagione della letteratura pulp è ancora in piena fioritura e i suoi spropositi continuano ad essere d’antidoto contro il virus che minaccia la letteratura: l’assenza d’una trama.

Perché proprio quella della trama, dell’intreccio, dell’ampio e a volte fin troppo generoso disegno narrativo, è la bandiera sollevata dai «pulp», il cui Altissimo era l’avventura per l’avventura, l’autoanalisi e la bella pagina due demoni da esorcizzare. C’è in giro, secondo Chabon, ancora troppa narrativa malata di minimalismo da nobildonne frustrate, d’introspezione frou frou, d’intellettualismo forbito ma esangue. È tempo di tornare a sciacquare i panni nell’Arno della letteratura popolare. Urge tornare ai vecchi «pulp», alle storie alticce e svergognate, alle avventure dei «detective metatemporali» di Michael Moorcock oppure a quelle dei gelidi rapinatori di banche e dei giovani sceriffi d’Elmore Leonard, prima che la letteratura passi definitivamente al nemico: la seduta psicanalitica, il gruppo d’autocoscienza, lo sbadiglio elegante e salottiero.

COCKTAIL MOLTO ALCOLICO

Western, horror, noir: 20 autori si cimentano col racconto

di Roberto Barbolini, da Panorama

«Elmore Leonard è autore di numerosi libri, tra i quali Rum Punch e Cuba Libre. Vive nei dintorni di Detroit». Una presentazione così è sobria fino allo snobismo, ma anche ebbra fino all’etilismo, visto che d’una produzione diluviale vengono citati due soli titoli, entrambi ad alta gradazione alcolica.

La troviamo in un numero speciale della rivista McSweeney’s, appena tradotto nella collana Strade blu della Mondadori con il titolo La super raccolta di storie d’avventura. L’ha voluto e realizzato il quarantunenne Michael Chabon, premio Pulitzer 2001 per Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay (Rizzoli), contagiando con il suo entusiasmo il trentaquattrenne direttore della rivista Dave Eggers, titolare della casa editrice indipendente McSweeney’s Books nonché genio annunciato della nuova narrativa americana, del quale la Minimum fax pubblica in questi giorni, fuori commercio, la novella inedita Se non è vietato, è obbligatorio.

«Se ti lascio fare da curatore esterno di un numero di McSweeney’s, non è che potremmo magari darci un taglio a ‘sto discorso?» ha detto Eggers a Chabon che si dilungava sull’esigenza, per gli scrittori americani, di tornare alla misura breve del racconto. Ed ecco il risultato: da Michael Crichton a Nick Hornby, da Rick Moody a Stephen King, ai già citati, 20 narratori si cimentano nel western o nel fantasy, nell’horror o nel poliziesco, senza paura di sporcarsi le mani con distinzioni di genere o gerarchie di valore. Un cocktail dai sapori diseguali. Ma forti come un «rum punch» o un «cuba libre», direbbe Leonard.

Raccolta molto “cool” di Eggers & scherani

A leggere i loro nomi di fila uno dopo l’altro, stipati, elencati, parrebbe di essersi imbattuti in una sorta di ‘dream team’ di giovani romanzieri e giallisti. Stiamo parlando di Michael Chabon, Stephen King, Elmore Leonard, Rick Moody, Nick Hornby, Micheal Crichton, Dave Eggers e molti altri. Tutti insieme per il decimo numero di McSweeney’s, la rivista letteraria cult a stelle e strisce nata dal genio di Eggers. Venti racconti per venti penne diverse, maestri del genere e talenti in ascesa, compongono La super raccolta di storie d’avventura – questo il titolo della versione italiana – curata da Michael Chabon. Solo sfogliando il volume ci si rende conto dei numerosi elementi innovativi, anche a livello grafico: dalla copertina stile anni ’50, alle false pubblicità inserite all’interno delle storie, all’impaginazione a doppia colonna, per concludere co n uno scritto di Jorge Luis Borges stampato a caratteri minuscoli sulla quarta di copertina. Filosofia McSweeney’s, appunto. Il libro è e deve essere, per loro, un prodotto fruibile e apprezzabile in ogni minimo dettaglio. Lo scopo, nobile, di questo volume è aiutare la scuola di scrittura per i ragazzi di 826 Valencia; l’intento, dichiarato a priori, è la ‘resurrezione dei generi perduti del racconto, una tradizione fatta di grandi scrittori che scrivevano grandi racconti’, come avverte lo stesso Chabon. Obiettivo quasi conseguito, a dire il vero. I nomi, quelli grandi, di spicco, altisonanti, ci sono tutti, proprio tutti. Ma fanno difetto alcune trame messe in campo. Esili come quella di Crichton: nove paginette in cui un uomo, messo di fronte al fallimento della propria vita affettiva, si ritrova ubriaco a incolpare la madre, degente in una casa di cura. Il figlio la minaccia con una pistola – che la donna chiama ‘il tuo piccolo pene’ – e, in un raptus di follia, le fa esplodere il cranio. Racconti noir, insieme a ‘gialli classici’, come quello di Leonard e del suo sceriffo Carl Webster, o avventure alla ricerca di sé, di un significato alla propria alla vita come in Tedford e il megalodon di Jim Shepard. Un percorso, quello di Tedford, pari a quello del libro, in cui la tensione sale, con la costanza e la sicurezza di essere sulla via di una scoperta abbagliante.

Emanuele Buzzi, Il Domenicale, 15/10/2001

La super raccolta di storie d’avventura

Da anni si sente parlare della mitica rivista letteraria americana McSweeney’s, fondata da Dave Eggers e impreziosita dai contributi dei migliori autori mondiali. Per la prima volta ora possiamo avere un assaggio della sua qualità grazie alla pubblicazione in Italia del numero 10, vero e proprio numero ‘all star’, curato da Michael Chabon e contenente racconti delle firme più celebri (del calibro di Stephen King, Nick Hornby, Michael Crichton, Jim Shepard). L’intento di questa raccolta è quello di riportare in auge un genere ormai passato di moda come quello del racconto d’avventura che tanto piaceva ai lettori degli anni ’50 e ‘60. Il risultato è un’antologia interessante e di alto livello, forse non del tutto rappresentativa del carattere sperimentale e azzardato che caratterizza gli altri numeri della rivista, ma decisamente efficace come biglietto da visita per un pubblico allargato di lettori.

Matteo B. Bianchi sul portale di Linus

LA SUPER RACCOLTA DI STORIE D’AVVENTURA 07/09/2004 di Partigiano_Johnny su scrivi.com

Un tomo di queste dimensioni non passa di certo inosservato, e nemmeno le firme di questi molteplici racconti contenuti in più di 450 pagine: Crichton, King, Hornby, Lenoard, Eggers, Chabon. Purtroppo però non si può dire che siano racconti memorabili, e forse le cose migliori vengono da autori semisconosciuti, come l’avvincente mini-spy story ambientata in una Germania sull’orlo del collasso nazista (Il caso del canarino nazista), oppure la bizzarra e onirica avventura da MacDonald di “Acqua passata”, senza dimenticare l’avvincente cyberpunk di “le memorie di Alberatine” di Rick Moody. Ma i grandi nomi steccano, scivolando in una prolissa storia sul Kilimangiaro (Eggers), in una breve e banale storia horror (King), o in una deludente chiusura di libro del curatore stesso, lo Chabon del bellissimo “Wonder Boys”. L’unica eccezione, e momento migliore della raccolta è la inquietante e divertente storia “Altrimenti è il pandemonio” di Nick Hornby, sicuramente il racconto che si ricorda più piacevolmente. Un libro comunque piacevole, non trascendentale ma spassoso, con finte pubblicità vecchio stile e illustrazioni a piena pagina che danno un certo spirito all’intera opera, quasi un’anima retrò anni ’50, e che sottolineano il carattere di puro intrattenimento di un genere letterario, l’avventura, che Chabon e gli altri si sono impegnati a portare alla ribalta con questa super raccolta.

Il racconto d’avventura rivive nel fumetto

di Vittorio Macioce da Emporion

E’ quasi un’ossessione. Michael Chabon ne parla a tutti, seccando amici, estranei e conoscenti. Va avanti così per quasi un anno. Imbarazzante. Stai a cena con lui, un menù tranquillo, una sera senza nubi, a San Francisco o magari a New York, una battuta sul tormentone single di “Friends” e un sospiro su Gorge Bush jr. e Chabon, senza alcun passaggio logico, tira di nuovo fuori la storia del racconto americano, che non ha più trama, introspettivo, noioso, con le stesse regole, sommerso sotto un medesimo canone. Poi la domanda: “Mi spieghi perché nessuno pubblica più romanzi d’avventura?”. Risposta: forse perché è un genere che non interessa. Forse perché non c’è nessuno che li scrive. Chabon non ascolta: “Fin verso il 1950 avrei potuto parlare di uno qualsiasi dei seguenti generi di racconti: racconti di fantasmi, dell’orrore, di investigazione, di suspence, del terrore, fantastici o macabri, di mare, d’avventura, di spie, di guerra, storici o d’amore. Racconti in altri termini con una trama. Basta dare un’occhiata a una qualsiasi polverosa antologia di racconti classici. Ma la cosa che ci sorprenderà di più sono i nomi degli autori di questi raccontini di basso livello: Poe, Balzac, Wharton, James, Conrad, Graves, Maugham, Faulkner, Twain, Cheever, Cooppard. Tutti pesi massimi della letteratura mondiale. I racconti brevi non venivano pubblicati soltanto da quei giornaletti di second’ordine che, per fortuna, ci hanno dato Hammett, Chandler e Lovecraft, ma anche dalle riviste più importanti e raffinate del tempo come “The Saturday Evening Post”, “Colier’s”, “Liberty”; persino dal “New Yorker”, che solo di recente – e non senza mille polemiche – ha fatto spazio nelle sue auguste pagine per nientepopodimeno che il Maestro con Tanto di Trama, Stephen King”.

L’ultima volta che Chabon ha fatto questo ampolloso discorso era in compagnia di Dave Eggers. Eggers lo ascoltava con aria distratta, come spesso fa, pensando e rimestando altre cose. “Senti – ha detto alla fine – se ti faccio fare da curatore esterno di un numero di McSweeney’s non è che potremmo darci un taglio a ‘sto discorso”. Chabon chiama diciotto scrittori, con lui e Eggers fanno venti. Tra questi ci sono Michael Crichton, Stephen King, Neil Gaiman, Rick Moody, Elmore Leonard, Nick Hornby. C’è anche Aimee Bender, la ragazza dell’histeric realism. E’ il numero 10 della rivista. Chabon ha messo fine alla sua ossessione e ha dato un senso ad un’idea che da tempo si respira nei club del romanzo: bisogna ricavare nelle trame e riaprire i pozzi di quella che un tempo era considerata cultura minore, dal fumetto ai romanzetti di genere. Chabon, naturalmente, non ha inventato nulla. Bastava, qualche decennio fa, una chiacchierata con Oreste del Buono o una lettura veloce dei racconti di Buzzati per arrivare alle stesse conclusioni. Quello che resta è un’operazione culturale che oggi, qui in Italia, ti viene da dire: giù il cappello. Sfogli McSweeney’s e ti rendi conto che è questa rivista, più ancora del suo romanzo d’esordio, l’opera struggente e geniale di Dave Eggers. Quando perlustri le librerie e l’edicole italiane è qualcosa del genere che vorresti trovare, qualcuno in grado di mettere un’orma sulla cultura, senza prendersi troppo sul serio, ma con una giusta dose di presunzione e personalità. Il racconto d’avventura è morto? Va bene, vediamo se siamo in grado di resuscitarlo. Si fa narrativa, ma è anche un modo per ragionare di letteratura. E in qualche modo una traccia la lasci, senza pontificare su chi siano i migliori scrittori noir italiani in circolazione, come fanno alcune riviste on line in odore di blog. La Mondadori ha acquistato i diritti del numero 10 di McSweeney’s e pubblicato i racconti. Il risultato è “La super raccolta di storie d’avventura” (Mondadori, collana Strade Blu, pagg. 455, euro 18,50).

Il racconto d’avventura non è morto, in realtà, ma – come ha capito anche Niccolò Ammanniti nelle tre storie di “Fa un po’ male” (Einaudi, pagg. 188, euro 14), sceneggiate da Daniele Brolli e disegnate da Davide Fabbri – vive bene nel fumetto. La storia editoriale di Bonelli, dai tempi di Tex e Zagor fino a Julia e Dampyr, è un ottimo esempio. Il problema era come riportare il gusto della trama nella narrativa senza nuvolette e didascalie. Il primo istinto è dire: saccheggiamo il fumetto, che ha sua volta ha già saccheggiato, e continua a farlo, la letteratura. Il secondo è scrivere un romanzo che è un omaggio al fumetto e, nello stesso tempo, fare buona letteratura. Qualche anno fa Michael Chabon scrisse “Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay” (Rizzoli, 2001) e lì c’era già gran parte del suo mondo narrativo. Era una storia di Talmud e di cultura yiddish, di ragazzi in fuga dai fuochi nazisti dell’Europa, di un’America letta come sogno e opportunità, ma la trama correva lungo la storia del fumetto, quando al di là dell’Oceano riviste e giornali per ragazzi raccontavano la nascita dei super-eroi. Era l’era di Superman, mito moderno e ottimista nel quale Chabon riversava la leggenda ebraica del Golem. In questo gioco di tradizione, avventura e cultura popolare c’era spazio per un eroe di carta che Chabon ha inserito, come un falso d’autore nella storia del fumetto.

L’escapista era il vero protagonista del romanzo, simbolo della fantasia che fugge dagli orrori dell’ideologia. Chabon si è divertito a riprodurre nel libro caratteri, icone, frammenti, disegni dei pionieri della matita. La stessa formula che si ripete nell’antologia di McSweeney’s, con le copertine delle riviste commerciali del primo Novecento, con scafandri e sommergibili, le ventimila leghe sotto i mari, l’Africa nera di Tarzan, le nevi eterne degli Ottomila dove prima o poi qualcuno incontrerà lo Yeti, l’orrore casereccio senza effetti speciali, con gli omini verdi che vengono da marte, con l’eterna tentazione della macchina del tempo (da leggere “Il secchio di Chuck” di Chris Offutt e “Altrimenti è il pandemonio” di Nick Hornby). E forse l’aspetto più interessante dei racconti di McSweeney’s è vedere Stephen King o Michael Crichton adattarsi e giocare con questa nostalgia da rigattiere, da bancarella da libri usati, con tutto l’amore che può avere un bibliofilo per il fascino di una vecchia copertina, con la cura del filologo per il romanzo d’avventura. Con un incipit come quello del racconto “La danza fantasma” di Sherman Alexie: “Due poliziotti, uno massiccio e l’altro minuto, viaggiavano nelle tenebre”. Con un titolo come quello di Elmore Leonard, “Come Carlos Webster cambiò il proprio nome in Carl e divenne un famoso sceriffo dell’Oklahoma”. Con Aimee Bender che mette in scena una classico delitto da camera chiusa.

Quell’odore da rigattiere è lo stesso che deve aver annusato Umberto Eco per “La misteriosa fiamma della regina Loana” (Bompiani). C’è molto Chabon nell’ultimo romanzo di Eco. Come d’altra parte c’era qualcosa di Eco nei romanzi di Chabon. Ma in quel solaio tra le Langhe e il Monferrato – dove Yambo-Eco riscopre i miti minori del Ventennio, riassaporando Salgari e Flash Gordon, Mandrake e Fantomas, togliendo la polvere alle copertine di Nick Carter o del Giornale illustrato dei viaggi, rileggendo Edgar Wallace o la “Strana morte del signor Benson” – c’è la stessa ossessione di Chabon. La regina Loana è un Kavalier e Clay all’italiana.

Antologie di racconti, con retroterra a fumetti Panorama con tavole. Illustrative, oh yes!

di Giovanni Prensipe, dal sito ANAFI

Consiglio urgente agli estimatori e appassionati dell’arte di Howard Chaykin: «guardatevi con gusto, ammirate con rispetto le immagini che accompagnano questo articolo». Perché sono immagini molto gradevoli, perché sono illustrazioni e non fumetti, e soprattutto perché sono eseguite appositamente per l’opera di cui parleremo poi, nelle righe successive. A questo punto, ovviamente, si rende opportuno un cammino alla rovescia, che invade un territorio diverso da quello strettamente «a fumetti». Cominciamo dunque col dire che Michael Chabon è un bizzarro scrittore, che sembra fatto apposta per coloro che, lettori di romanzi, lo siano anche di fumetti. È dello spirito di questi ultimi, infatti, che si nutre il più celebrato dei suoi romanzi, Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay (in Italia: Rizzoli, 2001). Il quale racconta – siamo negli anni Trenta – come Joe Kavalier, fuggito dall’invasione nazista di Praga, giunga in America dove, insieme al cugino Sammy Clay, sceneggiatore, dà vita al supereroe a fumetti e raddrizzatore di torti L’Escapista, che ottiene uno straordinario successo. Il romanzo è ben più complesso – 820 pagine! – di quanto non traspaia da questo semplice cenno, ma qui risulta abbastanza evidente come vi si adombri in qualche modo la creazione, la vita, il successo e i tempi di Superman: il tutto narrato brillantemente e con grandissima suggestione da Chabon. Il quale, scrittore di successo oggi quarantenne, non fa mistero di quali siano le radici della propria cultura: fumetti e racconti d’avventura dei pulp magazines o di riviste del genere. Ed è proprio a queste ultime che egli ha inteso rendere omaggio curando un’antologia di racconti uscita in America (nel lontano 1992) come numero speciale della rivista McSweeney’s, e ora pubblicata anche da noi col titolo La super raccolta di storie d’avventura (Mondadori, 456 pp., 18,50 Euro). Qual è, in questo caso, la divertita operazione, tradotta in una acuta intuizione da Michael Chabon? È quella di invitare alcuni autori della categoria «sulla cresta dell’onda» a scrivere a loro piacere un racconto del tipo «dei tempi d’oro» delle pulp magazines. Ecco dunque coinvolti Elmore Leonard, Neil Gaiman, Nick Hornby, Stephen King, Michael Crichton, accanto ad altri di minore notorietà – Michael Moorcock, Harlan Ellison, lo stesso Michael Chabon e molti altri – impegnati in racconti d’avventura, senza preclusione di generi. Per cui l’antologia – 20 racconti – spazia ovunque, non solo suspense, thrilling, orrore, fantasmi, ma anche western, guerra, spionaggio, fantascienza, rosa, e via discorrendo.

Ciò che ne risulta è un mosaico estremamente variegato, attraverso il quale ci si immerge nel piacere di un tipo di lettura senza dubbio «di altri tempi», caratterizzato da un accostamento di racconti, quasi sempre illustrati. Un filone editoriale, a dire il vero, che nella tradizione italiana non è mai stato fortunatissimo. Più che altro, le riviste italiane del genere – magari con retroterra e addentellati fumettistici – sono state legate al genere giallo, come ad esempio la Ellery Queen’s Mistery Magazine, poi però finita per asfissia in appendice al Giallo Mondadori. Solo negli anni Cinquanta, qualcosa c’è stato nel settore western, come West Selezione, che però si reggeva soprattutto sulla presenza di un romanzo del Coyote. L’unico vero esempio notevole, sempre in quel torno d’anni, corrisponde alla splendida Select, che proprio per essere stata così eccezionale durò la breve stagione di quattro numeri. Di molto gustoso, in questa Super raccolta, c’è il piacere di ricreare in tutto e per tutto lo spirito del tempo. Il testo è composto in due colonne, proprio come i pulps e – come allora – le pagine sono qui contrappuntate qua e là da riproduzioni di pagine pubblicitarie d’epoca; i titoli dei racconti sono integrati da un succoso occhiello, che fornisce una breve sintesi a sensazione del racconto e la pagina iniziale è spesso accompagnata da un’illustrazione, affidata alla mano di quel mostro sacro dei fumetti che è appunto l’Howard Chaykin di cui si diceva all’inizio. Una full immersion, dunque, in un tempo «altro», capace di restituire i sapori del «come eravamo». O per meglio dire, di farci assaporare «come erano» negli States, com’era un certo sottofondo di quella America favolosa di cui si fantasticava qui da noi durante l’imperante e castrante regime fascista che tutto censurava (si racconta perfino che – essendo precluso anche il jazz, la Saint Louis Blues, per poter passare attraverso le maglie censorie dovette essere tradotta San Luigi Blu). Di quella America, insomma, di cui si innamorarono scrittori italiani di altissima cifra, da Elio Vittorini a Beppe Fenoglio, a Oreste del Buono a Giuseppe Trevisani a tantissimi altri, che seppero poi travasare questo loro amore a colleghi delle generazioni più giovani. E ci viene da pensare con tristezza quanto fosse diversa quella America da questa di adesso, così sprezzante verso la libertà del mondo sotto l’impero dei Bush, padre prima e figlio piccolo adesso.

Recensioni ‘Caro Bogart’

Posted on 10 Novembre 202229 Novembre 2022 by AnnaMioni

RECENSIONE di Irene Bignardi

Quando è cominciato il culto di Bogart? Forse quando è uscito quell’insuperabile capolavoro che è Casablanca? O quando è diventato Marlowe in quel confuso capolavoro che è Il grande sonno? O quando si è coperto di una barbaccia incolta in Il tesoro della Sierra Madre, rinunciando ad esporre in toto il suo celebre volto? O quando è diventato il rigido ma innamorabile Linus che cede allo charme adolescenziale di Audrey Hepburn in Sabrina? No. Ufficialmente il culto di Bogart – non l’ammirazione per il grande attore dalla faccia di pietra e dalla risata agghiacciante, non quello per l’uomo tosto e simpatico, non quello per la metà di una coppia amatissima del cinema, ma il culto per quella che si chiama ora l’«icona» Bogart – il culto di Bogart è iniziato un giorno sullo schermo in bianco e nero di un regista eversivo come Jean-Luc Godard, che ha messo il suo giovanissimo Belmondo di fronte a uno specchio, all’inizio di A bout de souffle, e gli ha fatto dire: «Bogey». Bogey era morto da due anni, nel 1957, e il suo personaggio di uomo duro, onesto, incapace di compromessi, sincero, leale senza sentimentalismi, divenne per una generazione in cerca di eroi un mito. Sono fioccate le biografie. Sono fioccate le celebrazioni. La ripresa di Casablanca e le analisi di chi, come Umberto Eco, ha esaminato quel film decidendo che non era «un film» ma «il film», ha inciso nella memoria collettiva una leggenda. E ora, a ripercorrere la storia di una star amatissima, arriva Jonathan Coe, scrittore di successo (il libro più celebre, La famiglia Winshaw, Feltrinelli, pp. 480, euro 8,5, ha avuto un notevole esito). Coe è un cinefilo sfegatato, che dei suoi Otto libri due ne ha dedicati ad altrettante leggende dello schermo, a James Stewart e, appunto, a Bogart, col titolo Caro Bogart una biografia (traduzione di Anna Mioni, Feltrinelli, pp. 136, euro 8,5, una prima edizione del libro era uscita 10 anni fa da Gremese). Premette l’autore: «Se le controversie sulle sue qualità umane tenderanno ad affievolirsi nel corso della storia, vero è che nessuno esce da uno dei grandi film di Bogart senza aver visto qualcosa che lo riempia e lo arricchisca. Se la sua carriera e i suoi film offrono buone ragioni per fame un culto è perché ci insegnano una strategia salutare, per stare dentro la vita quando va alla grande e quando è uno schifo. Per prenderla com’è». Sarà: si può chiamarla strategia, si può chiamarla nevrosi, debolezza umana, o quel che volete. In effetti Bogart esce da queste pagine umano troppo umano, come d’altronde lo abbiamo sempre conosciuto, pronto a innamorarsi, sposarsi, divorziare, risposarsi in una catena di peccato e di legalità quasi comica, se non ci fossero state lacrime, dolore, coltellate (si racconta che la terza moglie gliene abbia inferta una, fortunatamente non fatale, giusto prima che andasse sul set). Questa catena si è saldata in un eterno amore quando nel 1943 il duro Bogart si ritrovò sul set di Acque del Sud, il film di Hawks che avrebbe dovuto ripetere (e non ripeté) l’irripetibile magia di Casablanca, con una ragazzina 19nne sì ma tosta, tale Betty Joan Perske, di New York, ex modella di Harper’s Bazar. Betty divenne Lauren Bacall. E l’amore della vita, fino alla morte (anche se Hawks chioserà: «Bogart si è innamorato del personaggio che lei recitava, quindi le toccò recitarlo vita natural durante»: ed era il personaggio di una dura). La precedente consorte abbozzò – placata anche da un grande magazzino Safeway come buonuscita – e si creò attorno alla coppia Bogart-Bacall una leggenda di amore coniugale, impegno civile, battaglie comuni. Su cui Coe fa un po’ le pulci… Ma procediamo con ordine. La prima sorpresa è sapere che Bogey Il duro non viene affatto, tanto per dire, come Martin Scorsese, da un milieu altrettanto duro, ma da una tranquilla famiglia borghese, che giocava a tennis con gli amici, che era, insomma, uno «regolare», costretto dalla mamma ai più noiosi rituali sociali. Sarà stata la guerra a cui partecipò (si parla ovviamente di quella detta Grande e lontana in cui l’America entrò nel 1917)? Quando Bogey tornò, aveva 19 anni e decise che la sua vita era la recitazione: Broadway, dove accettò di fare le parti più umili, poi Hollywood, dove il successo arrivò subito, con La foresta pietrificata. Era un grande attore? Gli bastava portare in giro la sua faccia, la sua aria scontenta, la sua eterna sigaretta penduta (ricordate, in una celebre canzone degli anni 70, Don’t Bogart that joint, my friend, pass it over to me, non fumarti quella canna come Bogart, amico, passala a me?), il bavero rialzato, l’impermeabile, a cui lui rese lo stesso servizio che Clark Gable aveva reso alla canottiera e Brando alla T-shirt: nobilitarlo e renderlo sexy. Poi il successo continuo e con la maiuscola: Bogart è stato l’unico attore di Hollywood, secondo Coe, a potersi permettere un contratto che gli consentiva di fare un solo film l’anno con la Warner e uno con chi voleva, che gli permetteva di rifiutare un film su tre. Ci sono, nel libro di Coe, ovviamente, tutti gli aneddoti che ci si può attendere sulla avventurosa e casuale lavorazione di Casablanca, quando la Bergman non sapeva chi doveva baciare con maggior calore, se Bogart o Paul Henreid, perché non era stabilito a chi Michael Curtiz, nell’erratico sviluppo del copione, l’avrebbe alla fine destinata. C’è la storia «sociale» del cinema di gangster di cui Bogey è stato, con Robinson, Raft, Cagney, uno dei volti più popolari. Ci sono le frasi celebri («Non vi è occupazione così simile alla schiavitù come il cinema») e le storie sulle sue leggendarie ubriachezze (durante il Grande sonno totalizzò 34 giorni di ritardo su 42 di lavorazione). Ma c’è, più sorprendente, la cronaca delle sue paure e dei suoi ripensamenti durante la caccia alle streghe maccartista. Non era un eroe puro e duro, Bogey. Fu uno dei primi a cedere, discolpandosi dalle sue posizioni «democratiche»: «Aborro il comunismo come tutti gli americani degni ditale nome», dichiarò a Newsweek. E dire che Hedda Hopper lo aveva indicato come «uno dei quattro uomini più pericolosi d’America». Non lo era: se la sua immagine è rimasta quella amatissima che conosciamo è perché aveva vicino una grande donna, che lo mantenne nel solco delle convinzioni democratiche e protesse la sua leggenda, fino alla sua morte, nel 1957, fino alla rinascita del suo mito, fino ad oggi. Da Il Venerdì di Repubblica, 9 aprile 2004

“Bogart è sempre bravo a interpretare Bogart” (Raymond Chandler)

pubblicato il 16-05-2004 a cura di Tiziana Lo Porto su Pickwick

Quello che si sa del come Humphrey Bogart iniziò a far l’attore è che fu preso a lavorare da un vicino di casa, William A. Brady, produttore e gestore del Playhouse Theatre. Pur non vedendo grandi potenzialità in Bogart, Brady gli fece provare a fare quasi tutto, inclusa la regia delle ultime scene del film Life. Racconta Bogart: “Feci proprio un buon lavoro. C’erano delle belle inquadrature di gente che camminava per strada, con me riflesso sulle vetrine che gesticolavo come un pazzo. C’era una scena di inseguimento in auto in cui una macchina finiva per inseguire se stessa. Così il signor Brady intervenne e girò lui il resto”. Esordio pressoché fallimentare che poco o niente spiega del come e dove Bogart imparò a recitare.

Questo il punto di partenza e filo conduttore di Jonathan Coe nello scrivere il suo Caro Bogart. Una biografia (Feltrinelli, traduzione di Anna Mioni, pp. 134, euro 8,50), divertente cronaca di una vita piena zeppa di film e matrimoni. Più di settanta i primi (senza contare corti, comparsate e partecipazioni) e quattro gli altri, felicemente chiusi dal quarto, ultimo e più celebre: quello con Lauren Bacall – e qui invitiamo il lettore a consultare le belle immagini inserite nel libro. Ma della vita di Bogie, Coe non si limita a farne una schietta cronaca, perché quello che viene fuori è un vero e proprio teorema. Analizzando la filmografia di Humphrey Bogart si riesce in effetti a dimostrare che per diventare un bravo attore a volte non servono maestri e forse non serve nemmeno saper recitare. Così, quantomeno, accadeva a quel tempo. Che Humphrey Bogart, da inizio a fine carriera, non abbia fatto altro che interpretare se stesso è un evidente dato di fatto. Come disse una volta Raymond Chandler: “Bogart è sempre bravo a interpretare Bogart”. Più che lavorare sulla costruzione di personaggi altri, quel che fece Bogart nel suo apprendistato da attore – e in questo è paragonabile solo a divinità del cinema del calibro di Greta Garbo o Marilyn Monroe – fu lavorare esclusivamente alla costruzione di un personaggio unico e universale. Humphrey Bogart, per l’appunto. Scrive giustamente Coe: “Aveva una gamma ridotta di manierismi vocali e corporei e si sentiva a suo agio solo interpretando un ruolo adatto agli aspetti del proprio carattere”.

Al primo giustificato e presto risolto enigma – dov’è che ha imparato a recitare? -, ne segue però un secondo: com’era Humphrey Bogart nella vita privata? E poi: che faceva tra un film e l’altro? Com’era con le mogli e poi con i figli? In breve: chi era Humphrey Bogart? La sfera d’indagine dovrebbe così spostarsi dentro casa Bogart, dimenticando per un attimo Casablanca, La Regina d’Africa e tutto il resto. Ma in Caro Bogart questo non accade, né potrebbe accadere in ogni altra biografia di Humphrey Bogart. Perché, scrive Coe, “i film e la vita reale erano legati a doppio filo”. E non è un caso che la terza moglie, Mayo, durante le riprese di Casablanca fosse gelosa di Ingrid Bergman quando era più che evidente che i due divi non fossero in buoni rapporti. Così come non è un caso che l’unica persona con cui riuscì a costruire un rapporto stabile fosse una sorta di suo alter ego. O, peggio ancora, una donna costruita a sua immagine e somiglianza. E’ così che nasce infatti Lauren Bacall (vero nome Betty Joan Perske), scovata da Slim, la moglie del regista Howard Hawks, in quanto potenziale “omologo femminile del personaggio Bogart”. L’amore tra i due fu duraturo e inevitabile, e sarà lo stesso Hawks, a distanza di anni, ad emettere il curioso verdetto: “La cosa buffa è che Bogart si era innamorato del personaggio che lei recitava, quindi le toccò recitarlo vita natural durante”.

Recensione di Alessandro Genovesi 17/05/2004 su sunrisecinema

Jonathan Coe è uno scrittore di buoni romanzi, romanzi di struttura narrativa che poco hanno a che vedere col cinema, infatti ancora nessuno ha attinto dai suoi libri per realizzare un film, ma in cui traspare la sua passione per la settima arte. Pensiamo ad esempio al personaggio Terry di La casa del sonno alla ricerca del film perduto di Salvatore Ortese, ma anche al Michael Owen di La famiglia Winshaw che rimane chiuso in casa a vedere videocassette senza mai uscire.

È il cinema come amore, non certo come approfondimento critico, è cinema come ricostruzione di una passione. Ed è in quest’ottica che Coe si è occupato dello star system Hollywodiano e in particolare di due attori come James Stewart e Humphrey Bogart, di cui aveva pubblicato le biografie negli anni 90. Feltrinelli, editore storico di Coe, ha deciso ora di ripescare uno dei due volumi biografici e di pubblicarlo, scegliendo evidentemente il più “riconoscibile” dei due e cioè il mitico Bogie, al secolo Humphrey Bogart.

Caro Bogart, una biografia ripercorre la carriera e soprattutto il mito di questo attore, ormai ricordato più come icona da t-shirt o da poster che per i suoi film, ma vera e proprio star del cinema americano, e non solo, degli anni 50. L’interesse di Coe va evidentemente in questa direzione, e cioè indagare sul fascino di quest’attore, tutto sommato mediocre, incapace di leggere un intero copione, ma abilissimo a imparare le poche battute necessarie per girare una scena in pochi minuti. E’ attenta, nella sua pur breve analisi del personaggio, la lettura di Coe, dettagliata e appassionata rilegge il ruolo di duro da schermo di Bogie, del suo modo di recitare, della sua capacità di ritagliarsi un’immagine da sex symbol maschile, lui che di certo non era un bello tout court.

In poche pagine (129) e in appena 6 capitoli, Coe attraversa velocemente gli esordi difficili, la strada sbarrata da altri grandi del cinema nel periodo dei gangster movie, fino al consolidamento di una carriera supportata da contratti senza precedenti della Warner che lasciavano a Bogart enorme libertà, e, caso più unico che raro, persino la possibilità di rifiutare alcuni tipi di copioni. Coe viaggia tra passione cinematografica, che non diventa mai critica analitica, e passione per il personaggio che non diventa mai beatificazione o semplice osanna; raccontando i quattro matrimoni, i rapporti difficili coi colleghi, i litigi con Huston, i non proprio felici trascorsi nel periodo del maccartismo, il libro ci presenta un Bogart tutto sommato non molto diverso da quello che potevamo immaginare dai suoi film, duro e “cattivo” ma anche uomo dal cuore tenero, capace di picchiare, ubriaco le sue donne, ma allo stesso tempo innamorato premuroso e attento. Alla fine, infatti, la figura di Bogart in famiglia non interessa molto Coe, che, fatta eccezione per la mitica storia d’amore con Lauren Bacall, che a sua volta si ridimensiona nei suoi percorsi ordinari di famiglia, concentra la sua attenzione sull’icona cinematografica di Bogart. Manca però al volume, in questo senso, lo spessore di un racconto più armonico, cioè a dire meno frammentato e più d’insieme, Coe infatti rifugge, giustamente, dal trarre conclusioni, ma il risultato è quello di oscillare, quasi di perdersi, viaggiando fianco a fianco alla figura mitica del suo eroe, dando l’impressione di non volercelo raccontare fin in fondo. Rimangono quindi gli episodi, gli aneddoti dei film più noti di Bogie da Casablanca a Il grande sonno, da Acque del Sud a Il tesoro della Sierra Madre, da Sabrina a La Regina d’Africa.

La storia che Coe racconta descrive quindi meglio i film da lui interpretati che il personaggio, riuscendo a trovare i toni da romanziere di livello quale è quando ripercorre i film più memorabili e gli incontri più proficui per Bogart e per il cinema, vale a dire quelli con Huston, che amava, con il Ray degli esordi, con Wilder, che non sopportava, con Curtiz e Walsh, che rispettava. Più che una biografia, come pomposamente il titolo italiano tiene a sottolineare, il libro di Coe è l’indagine su una figura dell’immaginario, partita, forse, con velleità analitiche, e finita per diventare succube dell’immagine stessa. Un po’ come il Bogart del Grande sonno, Coe s’ è lasciato invischiare nella storia, perdendo in lucidità ma dando una grande prova di passione cinematografica.

Biografia di un mito Scritto da Marcella Musacchia Noteamargine

venerdì 21 maggio 2004

La vita e la carriera di una leggenda del cinema

«Humphrey Bogart – scrive Coe nell’introduzione di questa sua breve biografia dedicata all’attore e appena edita da Feltrinelli– è storia antica» e in parte anche dimenticata, visto il rarefarsi delle pubblicazioni incentrate sulla sua figura e la sostanziale non conoscenza del pubblico cinematografico più giovane. E forse anche la pubblicazione di questo libro la dobbiamo, più che ad un vero interesse nei confronti dell’argomento-Bogart, al buon riscontro di vendite che gli altri libri dello scrittore inglese hanno avuto in Italia. La biografia di Coe (la seconda da lui dedicata ad un attore), uscita in Inghilterra nel 1991 con il titolo Humphrey Bogart take it & like it, e ora edita in Italia dalla Feltrinelli, ripercorre la carriera di ‘Bogie’ dai faticosi e malcerti esordi nel mondo del teatro di provincia fino alla notorietà internazionale.

In meno di 130 pagine Coe riesce a creare con leggerezza un racconto appassionante che ha per tema un uomo, un attore, una star, un’epoca e un mondo, restituendone un ritratto di sorprendente completezza. Continuamente, dalle pagine del libro, traspaiono l’affetto di Coe per questo mito della vecchia Hollywood e il suo pudore nell’affrontare il racconto dei capitoli della sua vita privata – peraltro ineludibile per conoscere e comprendere Bogart – senza mai indulgere al pettegolezzo gratuito. Una vita privata a lunghi tratti infelice che appare quasi come il logico pendant di una celebrità sofferta e in parte insoddisfatta a causa della “prigionia” dei ruoli impostigli dalle Major. Eppure proprio questi personaggi da“uomo che ha visto troppo” sono quelli che hanno consacrato Bogart come mito, facendo si che nell’immaginario popolare quel personaggio fosse Bogart. Dal Mistero del falco – primo, straordinario film di John Houston – all’ultima apparizione ne Il colosso d’argilla, passando per Il grande sonno, L’ultima minaccia e, naturalmente, per lo straordinario successo di Casablanca, il personaggio del cinico sentimentale dalla battuta pronta si sovrappose al volto di Bogart. La leva degli attori, allievi di Lee Strasberg all’Actor’s Studio, che presto si sarebbe imposta con un nuovo modo di recitare, un modo che non piaceva a Bogart «Questa scuola di recitazione alla ‘mi gratto il culo e mi mangio le parole’» avrebbe in qualche modo determinato la fine della “età dell’oro” di Hollywood.

Dispiace costatare che le 160 foto che corredavano l’edizione americana del libro sono qui ridotte ad una ventina di immagini, peraltro molto conosciute. Un’omissione che certamente fa di quella italiana un’edizione assai più povera di quella originale.

Jonathan Coe, Caro Bogart. Una biografia

di Giovanni Petitti

su Frameonline

Prima dei suoi romanzi più noti e premiati: La famiglia Winshaw (1995) e La casa del sonno (1998), Jonathan Coe (Birmingham 1961) ha scritto due biografie di attori cinematografici: James Stewart e Humphrey Bogart. Humphrey Bogart, Take It & Like It venne pubblicata in Gran Bretagna nel 1991 ed esce ora per le edizioni Feltrinelli tradotta da Anna Mioni. Chi abbia letto qualche pagina del Coe narratore non rimarrà certo stupito del suo interesse per la settima arte, visto che in molti suoi testi non mancano riferimenti cinematografici, a partire dal titolo originale della Famiglia Winshaw: What a Carve Up!, tratto dal titolo, identico, di un film horror parodico del 1961. Vinta quindi una nostra certa ritrosia nella lettura delle biografie cinematografiche, più spesso esercitazioni per giornalisti del gossip che reali scandagli nell’universo degli artisti, abbiamo affrontato questo testo con ottime aspettative. Nei primi capitoli le nostre attese sono rimaste un po’ deluse, perché dopo una premessa piuttosto banale: il segreto del volto di Bogart è nel saper prendere la vita come viene, abbiamo incontrato pagine scritte con stile anodino. Né carne (critica): pochi dati sui suoi esordi, filmografia senza i nomi dei registi, né pesce (letteratura), niente biografia reinventata come in quel magnifico libro di Sciascia dedicato all’attore Ivan Mosjoukine. Insomma, sulla giovinezza privilegiata e un po’ scapestrata di Bogart ci dobbiamo accontentare di qualche dato, elencato senza troppa verve: la cacciata dal college, la guerra vissuta di striscio. Tra l’altro Coe non accenna alla parziale paralisi da ferita che connoterà il suo volto di cui parla Il dizionario universale del cinema di Di Giammatteo. Ci racconta gli esordi teatrali, da fattorino ad attore di seconda fila a Broadway. Una vita fatta di film fiasco, ormai dimenticati, ma anche di incontri come quello con Spencer Tracy, in Up the River di John Ford, commedia d’ambiente carcerario (1930). Fu proprio Spencer Tracy, con cui strinse una lunga amicizia, che coniò il soprannome Bogie. Bogart si ritaglia spesso ruoli da “belloccio sportivo” ma finisce presto in quel gorgo di alcolismo cui si affrancherà solo in parte durante il suo quarto matrimonio con la Bacall. Dopo aver interpretato, ne Il ritorno del dottor X, un vampiro con affascinanti occhialini tondi e ciocca bianca (avrà ispirato Coppola per Dracula-Oldman?), trova il vero successo con Una pallottola per Roy di Raul Walsh, scalzando fortunosamente la concorrenza per tal ruolo del rivale George Raft. Accanto ai film scorre la travagliata vita matrimoniale con Mayo, le loro violenze alcoliche finiscono spesso sui giornali americani e la sua fama non è delle migliori nell’ambiente. Tanto che Ida Lupino fa mettere nel contratto Warner la possibilità di evitarlo come partner. Ciò che traspare nella biografia di Coe è il ritmo da catena di montaggio imposto dalle Majors hollywoodiane: un film dietro l’altro, e Bogie non si tira quasi mai indietro. Un altro film che lo porta a incrementare la sua fama è l’esordio di John Houston, Il mistero del falco. La regia, la fedeltà alle atmosfere di Hammett, un cast eterogeneo e affiatato ne fanno un archetipo del genere noir. Per la carriera di Bogie, il film di svolta è Casablanca, non certo un capolavoro di regia e tanto meno un film di sceneggiatura, visto che vi misero le mani in tanti, ma una di quelle pellicole entrate nell’immaginario collettivo in tutto il globo. Un film che ne contiene tanti, come ha scritto Eco, citato da Coe, con tutti i luoghi comuni di Hollywood: divismo, romanticismo, avventura, guerra, idealismo. È interessante sapere che doveva inizialmente essere un film di serie B, e indirizzato a Ronald Reagan. Si girò a braccio, tanto che la Bergman non sapeva a chi dovesse fare gli occhi dolci tra i due personaggi maschili. In questa parte del libro la prosa di Coen si fa più avvincente e viene sostenuta da informazioni più dettagliate e intriganti. Del rapporto con Bogart, la Bergman dirà: “L’ho baciato, ma non l’ho mai conosciuto veramente”. Coe ci racconta come ella fosse spesso in sala a rivedere Bogart sullo schermo nelle vesti di Roy per cercare di penetrarne il mistero. Certo nella carriera di Bogart continuano a esserci anche ruoli poco plausibili, specie quando incarna eroi idealisti. Lo stesso Rick di Casablanca risulta un po’ inverosimile come ex volontario in difesa della repubblica spagnola. Però ora il divo può imporre alla Warner un contratto da duecentomila dollari l’anno con l’obbligo di un solo film e una lista di registi compilata da lui: John Huston, William Wyler, John Ford, Billy Wilder, Edward Dmytryk. Un elenco dove Coe sottolinea l’assenza di Hawks, cui Bogie deve Il grande sonno, uno dei suoi capolavori, film in cui avverrà l’incontro artistico e amoroso con la Bacall. Altre pagine interessanti sono quelle dedicate alla caccia alle streghe quando fu dapprima a fianco di Huston nel contestare il diritto della commissione di accusare registi e attori solo per le loro opinioni politiche, e successivamente abiurare pubblicamente tale battaglia. Nel 1948 Bogart fondò la Santana, casa di produzione indipendente con la quale girò I bassifondi di San Francisco di Nicholas Ray, dove interpretò un ruolo fuori dalle convenzioni dei generi. Un altro incontro importante fu quello con Katharine Hepburn ne La regina d’Africa, un set difficile e impervio, adatto più all’avventuriero Huston che non allo stile di vita di Bogart. Per questa interpretazione vinse l’unico suo Oscar. Vorremmo salutare l’icona del noir, cui Allen chiedeva consigli in Play it Again, Sam, ricordandolo sulla costiera amalfitana con la stramba crew del film Il tesoro d’Africa (1954) di Huston, con Truman Capote, spiritoso dialogista, e accanto a lui interpreti assortiti: Peter Lorre, Gina Lollobrigida, Jennifer Jones, Saro Urzì. La morte lo avrà nel 1957, a soli cinquantotto anni, vissuti con la sigaretta perennemente accesa e il whisky a portata di mano.

(29/06/2004)

‘Caro Bogart’: una biografia come un romanzo

di Silvia di Paola da Cinespettacolo.it

Un attore divenuto icona ed emblema di una certa stagione del cinema americano e uno scrittore poco più che quarantenne divenuto voce di una generazione inglese e londinese doc. Humphrey Bogart e Jonathan Coe.

Che cosa hanno in comune l’attore e il suo biografo? Praticamente nulla. Anche perché Coe il cinema lo ama, ma al cinema è arrivato scoprendo i vecchi film attraverso la tv e nel cinema non ha mai lavorato.

Ma, forse proprio per questo, è riuscito a scrivere una biografia come un romanzo. Soprattutto: come un romanzo su se stesso.

L’impassibile Humphrey, allora, in questo ‘Caro Bogart’ edito da Feltrinelli, diventa un uomo ‘in cui potersi identificare’ e cessa di essere il duro e maschio impresso nella memoria di molti, anche perché a forza di investigare sulla virilità non solo sua ma dell’uomo in crisi di oggi le crepe si mostrano e l’emotività trabocca.

L’emotività del fragile Bogart che da duro recitava e da duro si copriva anche nella vita quotidiana ma che, all’occorrenza sapeva mostrare ciò che era: un uomo che sapeva anche perdere.

E qui sta ogni insegnamento possibile, al maschio di oggi. Qui sta ciò che Coe voleva raccontare su quello che si vince quando si sa perdere.

Recensioni ‘Girls’

Posted on 9 Novembre 202229 Novembre 2022 by AnnaMioni

da LAIN BLOG

Voci dal Wired

30/12/2003

Pensiero di fine anno

tratto da ‘Girls’ di Nic Kelman, di cui sto leggendo le bozze in questi giorni: ‘Perché la vanità più grande non è credere di poter vincere, è credere di non aver bisogno di combattere’ (traduzione, davvero bella, di tutto il libro intendo, di Anna Mioni) La tonsillite sta andando via, anche se gli antibiotici mi hanno indebolito alquanto, ma quando ci sarà da combattere, e ci sarà, ci sarà di nuovo, sarò pronto… Buon 2004 pieno di coraggio e progetti nuovi a tutti, un bacio vostro affezionato s.

postato da Simone | 16.43.30

(…)

13/12/2003

sabato pomeriggio

è bello avere questo luogo in cui raccontarmi, magari anche di cose che interessano solo me. thomas mi ha detto che il mio cyber ego è pazzesco. forse è vero…ma non è che me ne preoccupi tanto… lunedì pomeriggio, mentre la città sarà bloccata da 24 ore di sciopero, saremo al palladium per la serata dedicata a John Fante (insieme a Manlio Cancogni il primo scrittore che ho proposto di pubblicare alla Fazi, stiamo parlando del 1995…mamma mia che impressione!), anzi mi sa che mi tocca presentarla a me la serata… intanto in questi giorni lavoro su ‘girls’ di nic kelman, esce a febbraio e ‘temo’ (spero) che farà parecchio casino, certo non migliorerà la mia reputazione come editore ‘serio’…lo sto rileggendo (la traduzione è ottima) e mi sta scuotendo di nuovo, gli abissi del desiderio maschile, i lati più oscuri e inconfessabili, anche i miei quindi, e vederli così sulla pagina, in una prosa a dir poco superba, beh è forte… buon sabato sera a tutti, vostro s.

postato da Simone | 16.16.53

Le novità del 2004

BAD GIRLS

Sulle orme di Melissa

Ecco subito, una sorta di risposta dalla parte del maschio a Melissa con il romanzo Girls targato Lain di Nic Kelman, trentenne esordiente che sta dividendo l’America «lussuria, ossessione, denaro, potere e ragazze, un ‘tour de force’ nei recessi proibiti del desiderio maschile, nei suoi lati più oscuri e inconfessati…»;

Mirella Appiotti Tuttolibri, La Stampa, 27 dicembre 2003

Le Girls sbavano per il portafoglio

scandaloso, misogino? No, soltanto furbo

Tuttolibri, La Stampa, 13 marzo 2004, di Alessandra ©

LE ultime parole stampate sono di un bel rosa confetto su sfondo nero opaco, nel retro copertina. Queste ultime sillabe di Girls, romanzo d’esordio di Nic Kelman, proposto in Italia nella collana Lain di Fazi, lanciano al lettore un interrogativo: E dov’è che abbiamo incominciato a perderci?

Addentrandoci nell’opera di Kelman, che tanto ha sdegnato le femministe americane e diviso pubblico e critica, più che porci l’interrogativo, dovremmo chiederci da quando consideriamo un oceano di luoghi comuni, condivisi, più o meno inconfessabili, desideri maschili. Da quando? Se dessimo retta all’autore, faremmo coincidere quel momento con la pubblicazione di Lolita di Vladimir Nabokov. Riflettendo, invece, tale perverso istante potrebbe combaciare con la seconda trasposizione cinematografica del classico. Non in versione Kubrick ma in mod Adrian Lyne. È in quella patinata pellicola che lo stereotipo del maschio attempato ma piacente, innamorato della ninfetta, si rivela in tutta la sua potenza. Come si scopre nelle pagine di Girls, dove tutte le ragazze scopabili hanno meno dell’età della figlia maggiore del protagonista. Dove le donne papabili sono studentesse, al massimo al secondo anno di college, oppure fanno interessantissimi lavori quali: l’osservatrice trimestrale in riserve navajo, la volontaria per il controllo degli scarichi inquinati, l’aspirante supermodella, la coniglietta di Playboy, la barista sadomaso, l’hostess, l’entraîneuse, la puttana. E tutte, indistintamente tutte, sono attratte dallo stagionato, ricchissimo uomo di successo. E tutte, indistintamente tutte, sbavano come lumachine, non solo metaforicamente, davanti al suo portafoglio in pelle di struzzo griffato Gucci, alla sua auto, rigorosamente sportiva, inglese, inaccessibile al volgo. Le girls di Girls si fanno comprare bikini da trecento dollari, si fanno accompagnare a fare acquisti nella boutique Versace e amano esclusivamente ristoranti e locali di tendenza. E gli uomini non possono che compiacerle, elargendo mazzette da cento dollari con un sorriso e a piene mani. Devono stupirle, per poi nutrirsi di quello stupore come un vampiro con il sangue. Perché non esiste l’eguaglianza fra sessi, il tutto si riduce a una mera questione di potere. Potere che alcuni maschi possiedono e tutte le donne subiscono. Questo semplice concetto, inframmezzato da coltissime citazioni dall’Iliade, è urlato a pieni polmoni nel romanzo di Kelman. Bieco? Scandaloso? Geniale? Misogino? Girls non è niente di tutto questo. Girls è furbo, involontariamente esilarante. Il suo autore appare come un ragazzetto americano dall’aria irriverente che negli Anni Settanta ha studiato scienze cognitive al MIT. Qui ritorna il discorso sugli stereotipi. Kelman, per confezionare il suo esordio, li ha usati tutti. Ha utilizzato l’uomo di successo con i soldi, le ragazzine con quoziente intellettivo azzerato, le donne in carriera stronze e tristi, le mogli rompicoglioni, la sindrome maschile del galletto. Modellando sapientemente questi elementi ha edificato la sua trama, costruendo un caso letterario a tavolino. E per le prime cinquanta pagine di Girls il cocktail funziona, i lettori e, soprattutto, le lettrici si indignano, potrebbero arrivare ad adirarsi, se il gioco non fosse così ripetitivo, così spudorato da cadere nel ridicolo. Perché non è irriverente ma è esilarante immaginare un cinquantenne, con calvizie incipiente, che scatta polaroid erotiche alla sua ultima fiamma. Una ninfetta rappresentata più come una pornodiva che come una Lolita. Immancabile piercing sulla lingua e fluenti chiome bionde che cadono sulle iconografiche tettine abbronzate.

Suvvia, signori, se Playboy ha venduto milioni di copie in tutto il mondo un motivo ci sarà.

recensione su La Repubblica online

di Dario Olivero

C’è un libro che insegna come si può avere soldi, auto di lusso, una ragazza e tutto il resto e uscirne a pezzi. La voce narrante parla direttamente al lettore come se sapessimo quello che il protagonista sta facendo e perché lo sta facendo. E nemmeno pietà. Questo libro Girls di Nic Kelman (12,50). Lo pubblica Lain, nuovo marchio editoriale di Fazi. C’è sesso, tanto sesso come lo vedono i maschi: ossessivo e irresistibile. Che lascia sensi di colpa che finiscono sotto il tappeto o lavati via da una doccia. Sesso che vuole andare oltre i limiti, soddisfare fantasie ataviche. Sesso per coprire il vuoto dell’abbandono. Sesso a tre, sesso mercenario, sesso illegale, disperato, tradito. E c’è, come corollario, un modo di considerare le donne che ha fatto infuriare diverse associazioni femministe americane. ‘Con loro non parli mai del tuo lavoro, non parli mai della cosa che occupa la maggior parte del tuo tempo e dei tuoi pensieri, non solo perché non capiranno, non solo perché le annoierà, non solo perché nella loro ingenuità, ti criticheranno per i tuoi metodi, perché vinci, perché generi la ricchezza che loro stanno godendo proprio in quel momento, ma perché le inquinerà, le insudicerà, proprio come era successo con la prima di tutte, quella che ti eri tenuto vicino più a lungo, quella che avevi scambiato per amore’. Nessuna via d’uscita. Nessun alibi. Non cercate amore in questo libro, non lo troverete. O non lo riconoscerete.

da LETTERA.COM

Un vero e proprio ‘peana’ della contemporaneità sullo stato attuale degli uomini, sui loro rapporti con donne sempre più assenti e sul loro desiderio per ragazzine sempre più incoscienti, lontane dall’alienazione di un mondo adulto e asservito al profitto.

Girls: due parole su un caso letterario

Non desideriamo reprimere la vostra forza nascente, ma negare la nostra sottomissione continua. Sì, perché questo Girls ha scatenato non pochi commenti, e pare doveroso dare un contributo.Spezzo una lancia a favore di questo giovane e furbo scrittore, accusato di misoginia e, più prosaicamente, di usare esplicite descrizioni di sesso, inframezzate da stralci dell’Iliade, solo al fine di vendere più copie. Ora, senza chiedersi se Omero potrebbe ritenersi offeso dal venire preceduto da una fellatio patinata praticata a un manager, è giusto dire che nonostante un’operazione (anche letteraria, certo) sia unicamente guidata da logiche di marketing, se è ben guidata va apprezzata. E’ lo stesso discorso del saper mentire. Qui non si discute di etica, ma di buon leggere e, a dispetto di femministe e critici spocchiosi, questo è un libro che in metropolitana come sul divano si legge benissimo. No, non siamo di fronte a I Fratelli Karamazov, ma neppure davanti a polpettoni new age tanto in voga o a saghe familiari ebreo americane ormai appiattite su modelli ancestrali. C’è da riconoscere a Kelman la capacità di creare degli sprazzi di poesia degni di quell’Easton Ellis che solo così sapeva salvare il suo American Psycho. Gli uomini di Girls sono soltanto portatori di una viltà superiore, di una sofferenza soffocata dagli affari e da quella grossa catena di montaggio che è la vita. Le ragazzine che amano portarsi a letto non sono vittime, ma donne consapevoli che non sono ancora state toccate dalla routine, dai soldi e dalle strategie delle loro compagne più adulte; sono oasi di pace.Si consiglia questa lettura alle donne che hanno perso l’incanto, a quelle che vorrebbero capire cosa passa nella testa di un uomo, a quelle che devono comprendere cosa non si dovrebbe mai diventare. Un unico, lecito dubbio…Dopo l’altro caso Melissa P.: Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire, non sarà che la collana Lain è tendenzialmente mirata a creare mormorii?Suvvia… Nessuno più dovrebbe sconvolgersi per il sesso… A quando un bel romanzo sui prati in fiore e sulle mani strette di sfuggita?

M. M. su lettera.com (19-03-2004)

SESSO MOZZAFIATO FRA MELISSA E KELMAN

di PIA CAPELLI

PER LA PRESENTAZIONE DI ‘GIRLS’, A MILANO L’INCONTRO PIU’ EROTICO DELL’ANNO

«Vuoi che lui ti sc…?» «Forse». «Credi che ce l’abbia grosso? Vuoi succhiarglielo mentre io ti sc…?» «Vuoi che lui ti v… in bocca mentre io ti sc…?» «Sì».A sussurrare nel microfono, dal palco di una libreria milanese (la Feltrinelli di piazza Piemonte) all’ora di punta, è la voce di una diciottenne. Inguainata in un completino nero, collant rossi, capelli che sfiorano il fondo schiena, la ‘scandalosa’ scrittrice Melissa P recita qualche brano del librobomba di queste ultime settimane: ‘Girls’ di Nic Kelman (Lain – Fazi Editore). E chi ha già letto il romanzo non fatica ad immaginarla nella pelle di una delle protagoniste: lolite, prostitute bambine, teenager vogliose, fidanzatine disinibite, businesswomen disposte a pagare per il proprio piacere. Un campionario di umanità femminile contemporanea raccontato da una giovane penna americana che ha già scalato le classifiche USA e fatto imbufalire le femministe. Trent’anni, fascino tenebroso alla Johnny Depp con capello lungo e occhialino, laurea in Scienze Cognitive al Mit di Boston con Noah Chomsky e master in scrittura creativa, il newyorchese Nic Kelman non poteva escogitare un tour promozionale migliore di questo, con gli uomini che si bevono ogni parolaccia della scrittrice erotica siciliana e le donne che, arrossendo, tendono le orecchie per imparare che «si capisce quant’è lungo il pene di un uomo solo guardandogli il naso». Ma ‘Girls’, a ben leggere, non ha molto a che fare con le ricerche sessuo-esistenziali della piccola esibizionista catanese: ricco di allusioni letterarie, accenni di sociobiologia, digressioni etimologiche sull’origine delle parole ‘sporche’, il romanzo disturba meno e cattura più di quanto prometta la sua fama controversa. Soprattutto, si giova di una scrittura giovane e cruda, figlia a suo modo della letteratura erotica online, che crea atmosfere e personaggi di grande verosimiglianza – «Mi sono molto eccitata leggendo», tiene a precisare Melissa. Prime pagine: Pusan, Corea. Un uomo d’affari americano deve concludere un affare che vale un quarto di milione di dollari. La stanza d’hotel puzza di moquette bagnata e lui non riesce a dormire. Uno squillo in reception, e alla sua porta bussa una creatura che avrà si e no quattordici anni: «seni piccoli e naturali. Il ventre scoperto completamente piatto, smilzo, liscio. Capelli neri belli e folti e splendenti e sani. Intorno ai grandi occhi eurasiatici e alla bocca piccola non le vedi nemmeno una ruga». Sopraffatto da un’ondata di desiderio, l’uomo sa che dovrebbe sentirsi in colpa, e si ritrova in mente una parola: illegale. Ma quando la creatura dirà «Basta. Scopami» finirà per farsela. E quell’«illegale» sparirà tra i gemiti, nella sensazione di onnipotenza di un quarantenne medio che scopre il turismo sessuale, un paradiso di adolescenti ambrate e lascive che sembrano fatte apposta per mettere in ombra le mogli occidentali pallide e represse. Cambio di scena: St. Barth, villa sulla scogliera, esterno giorno. I padroni di casa escono a far shopping di batik, l’ospite resta solo con Cassandra. Lei esce dalla piscina senza asciugarsi le goccioline d’acqua dalla pelle. Lo guarda, ed è fatta. Inizia una vacanza di sesso senza frontiere: sul bancone della cucina poco prima che gli altri rientrino, nel retro della jeep durante una gita, nel bagno degli ospiti la notte di ferragosto. L’ultimo flash sarà in un tribunale. Perché Cassandra ha tredici anni, e di quegli amici che ospitavano il suo maturo amante è la figlioletta amatissima. Qualche pagina più in là, lui ha una macchina nuova, di quelle «con più potenza di quanta te ne potrà mai servire». Dovrebbe tornare a casa dalla moglie, lo sa, e invece si ferma in una sala biliardo di periferia, dove la ragazza più timida di tutte, e più carina, vedrà la sua auto e si lascerà portare a letto. Nel dormitorio femminile di un college privato. Questi uomini senza nome, queste donne senza ritegno sono gli strumenti che Kelman usa per la sua piccola indagine socio-letteraria nell’universo del desiderio contemporaneo, maschile e non solo. Dove la sfida per il maschio è sopravvivere all’immagine mediocre di se stesso che a volte lo sguardo della femmina gli offre. E la donna viene a patti con i nuovi modelli di femminilità e di eros, sempre più affidati a postadolescenti spudorate e viziose. Tra un racconto e l’altro, Kelman rivela poi il suo cotè intellettuale, citando qua e là Omero e Virgilio e aprendo parentesi etimologiche per spiegarci da dove vengono termini come ‘cunt’ (vagina) e ‘cock’ (pene), o per farci notare che persino le nostre nozioni sulla Grecia classica sono edulcorate: «I greci antichi non avevano una parola per l’amore romantico. Quando Odisseo tornò ad Itaca, lui e Penelope non si fecero le coccole. Scoparono» . E tornando al mondo d’oggi, descrive senza peli sulla lingua un pianeta sesso-dipendente: «I maschi americani spendono ogni anno più soldi pro capite nell’industria del sesso che per portare la moglie al cinema e comprare videogiochi ai figli. La tratta mondiale delle schiave sessuali incassa ogni anno più del traffico di droga mondiale». Accusato di misoginia, di materialismo, di amoralità, bruciato pubblicamente dalle associazioni femministe e in procinto di essere tradotto in tutta Europa (quella italiana è la prima edizione dopo l’americana), il libro d’esordio di Nic Kelman naviga tra scene esplicite di sesso (a due, a tre, orale, anale, a pagamento) e incursioni dissacranti nel cervello maschile, alternando guizzi di vero erotismo a stereotipi della letteratura di genere. Tra fantasie maschili che prendono corpo (anzi, corpi) e parentesi più giornalistiche sui nuovi costumi sessuali, in realtà il grande scoop di Kelman («Tutti gli uomini del pianeta vorrebbero farsi le ragazzine. Gli uomini ricchi hanno molte più probabilità di riuscirci») fa quasi sorridere. Sarà forse che non siamo americani, sarà che nel Paese delle Veline ci vuole ben altro per stupire. Ma il ragazzo ha stoffa, ricorda il Woody Allen aforistico («Il sesso è sporco solo se è fatto bene»), è quasi simpatico quando scrive della guerra dei sessi. O quando a pagina 71 annota quello che le donne emancipate non vogliono sentirsi dire: «fare del buon sesso non ha niente a che vedere con la parità».

[recensione da Libero]

per leggere lo speciale comparso su Bol.com

Dallo speciale comparso su News 2000 del portale di Libero.it per leggere lo speciale completo cliccare qui

Viaggio nel desiderio maschile

Esaurito nel primo week end di uscita, il libro ‘Girls’ di Nic Kelman fa infuriare le femministe e divide i lettori

Poco più che trentenne, laureato al Massachusetts Institute of Technology (Mit), allievo di Noam Chomsky e Marvin Minsky, Nic Kelman è il nuovo fenomeno letterario, in Italia come Oltreoceano. ‘Girls’ è il suo primo libro. Il San Francisco Chronicle e il New York Journal lo hanno definito il migliore dell’anno, le associazioni femministe inglesi e americane lo hanno stroncato. È un viaggio nell’universo del desiderio maschile, è brutale, a volte scioccante, seducente, affascinante, disincantato e molto polemico. Il racconto è portato avanti da diversi io narranti, anzi, come dice l’autore, diversi masch-io narranti. Ognuno racconta della propria vita sessuale, delle mogli e delle amanti, delle fidanzate e delle ballerine di lap dance, delle prostitute e delle adolescenti provocatrici (soprattutto di quelle). Delle donne si fa un ritratto sconcertante. Si sfiora la pedofilia attraverso la ricerca di una purezza perduta da parte di uomini che fanno sesso con giovanissime ragazze, piccole ninfette estremamente provocanti.

Niente a che vedere con Melissa P. e i suoi ‘Cento colpi di spazzola’, niente a che vedere con l’affollamento di romanzetti e pseudo-diari pruriginosi, a sfondo erotico, che affollano le librerie in questi giorni. La prosa di Kelman è trascinante, cerebrale, vergognosamente sincera e a tratti lirica.

Tra un paragrafo e l’altro, al racconto quasi ipnotico delle ossessioni sessuali dell’uomo contemporaneo, si alternano digressioni filosofiche, riflessioni sull’origine di alcune parole considerate ‘sporche’ e passi tratti dall’Iliade e dall’Odissea. «I greci antichi – spiega Kelman – non avevano una parola per l’amore romantico. Per loro, l’amore per un oggetto e l’amore per una donna erano proprio lo stesso. Quando parlavano o scrivevano della relazione tra un uomo e una donna usavano parole che significavano possedere, tenere in gran conto, avere rapporti sessuali con. Quando Odisseo tornò a casa, lui e Penelope non si fecero le coccole. Scoparono».

Il ritratto che esce delle donne non è confortante, né tantomeno lusinghiero: isteriche, bugiarde, interessate ai soldi e a poco altro. Negli Stati Uniti le femministe si sono infuriate con le solite argomentazioni: sfruttamento dell’immagine della donna, violenza morale, eccetera. In Italia le 13mila copie della prima tiratura sono andate esaurite in quattro giorni. «I desideri di fondo – ha risposto Kelman – non sono mai cambiati nella storia dell’uomo, è cambiato il modo in cui li giudichiamo. Il rapporto che un uomo o una donna hanno con il sesso è legato alla cultura di appartenenza. In America per esempio c’è l’ossessione di una relazione equilibrata, in cui nessuno domina. È l’ossessione della società moderna. I giapponesi si sentono invece in colpa quando fanno sesso perché perdono il controllo e lo stesso è per gli inglesi. L’ossessione e il desiderio sono gli stessi in tutti i popoli e in tutti i millenni, quello che cambia è ciò che ci fa sentire colpevoli perché legato ai modelli della società a cui si appartiene e alle costrizioni sociali». E l’obiettivo di Kelman, che sull’onda del successo sta già scrivendo un secondo libro, è proprio questo: provocare e scardinare pregiudizi e sensi di colpa.

Giorgia Camandona, 7 aprile 2004

Recensione su Stradanove.net

di Pietro Loprieno

GIRLS, NIC KELMAN L’identità maschile vista come insaziabile desiderio sessuale

C’È DEL GENIO IN NIC KELMAN. E’ POSSIBILE APPASSIONARE E COLPIRE, FAR RIFLETTERE E far eccitare, essere maledettamente sinceri eppure ammaliare con una scrittura brillante e ben strutturata. Girls ha tutte queste qualità.

In una ventina di ritratti di quarantenni rampanti, urbani e di cultura medio alta, Kelman tratteggia uomini che hanno lottato per arrivare primi, che dirigono società, banche, compagnie di assicurazione. Uomini che hanno conquistato tutto quello per cui valeva la pena lavorare: sicurezza, auto di lusso, case sfarzose, aerei privati, e soprattutto potere e rispetto.

Questi uomini arrivati ma incompleti, inseguono l’unica cosa che può renderli felici, l’unica in grado di dargli sensazioni forti, l’unica capace di dare un significato alla vita: il sesso con ragazzine giovanissime.

Kelman non scrive niente di misogino o di trasgressivo, non può essere tacciato di maschilismo o di superficialità. Si trova a scrivere, con una spontaneità fresca e difficilissima da raggiungere, di qualcosa di reale come il desiderio.

Il sesso è molto diverso dall’amore, e se sul secondo ci si può interrogare per ore, sul primo ci si trova d’accordo molto più velocemente.

Le lolite viziose eppure genuine, adorabili e raggiungibili, sono al centro dei frammenti letterari di Girls, e si rimane risucchiati nelle situazioni ad alta temperatura descritte nel libro, ci si ferma a pensare quando dalle righe di Kelman emergono verità che abbiamo sempre cercato di tenere sotto traccia, quando capiamo che l’autore parla direttamente al lettore, ed è capace di far ritrovare ognuno dei lettori in almeno una delle situazioni narrate.

Spregiudicato, onesto, vibrante, sanguigno e diretto. Qualche volta ironico, qualche volta amaro, ma sempre intrigante e reale.

Se i lettori uomini hanno voglia di guardare dentro sè stessi, e ritrovare alcune sensazioni vissute o desiderate, e se le lettrici, abbandonata ogni diffidenza, hanno voglia di scoprire cos’è il desiderio sessuale maschile, che in fondo governa buona parte delle nostre azioni e della nostra vita, allora Girls è uno scritto imperdibile.

Recensione su GQ online

AMATE E ODIATE GIRLS

di Monica Romanò

Preparatevi perché questo è un libro che fa paura, un libro che racconta la sessualità maschile come nessuno l’ha mai raccontata, con un cinismo e un’onestà brutali, con una razionalità spietata e priva di qualsiasi tipo di illusione romantica. Il sesso come lo vedono gli uomini mentre lo fanno con le donne, il sesso come desiderio allo stato puro, senza impalcature sentimentali, culturali o sociali. Il sesso, dopo aver letto Girls, non potrà più essere lo stesso, nemmeno per il lettore più disincantato.

Dopo Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire di Melissa P. e Platonic Sex della giapponese Ma Ai, la voce maschile dell’americano Nic Kelman racconta per l’editore Lain quali sono zone più oscure della sessualità maschile.Girls è il primo romanzo di Kelman, autore nato all’inizio degli anni ’70, che ha studiato scienze cognitive al MIT con Noam Chomsky e Marvin Minsky. Il romanzo è in libreria con due copertine: una nera e l’altra rosa, in una prima tiratura di 13 mila copie (10 mila nere e 3 mila rosa) e inaugura il passaggio di Lain da collana della Fazi editore a marchio editoriale indipendente.

Ecco un estratto:

Tu stai tremando. Manca così poco perché sia tua. Questa non è una scolaretta cattolica su un autobus, non è una ragazza che guardi e pensi ‘Cacchio, se solo fosse legale’, e scuoti la testa e non ci pensi più perché è illegale e non vuoi correre il rischio e comunque cosa faresti, o cosa riusciresti a fare – siete in pubblico. Questa è una puttana. Stavolta, in questo caso, basta una parola e può essere tua. Potresti metterle le mani sul corpo, la bocca sulla nuca, sui capezzoli, l’uccello dentro, mentre l’interno delle sue cosce ti si sfrega contro il bacino, mentre ti preme le mani sul petto, mentre con gli avambracci strizza le tettine sode, mentre si getta i capelli da un lato della testa e abbassa lo sguardo verso i tuoi occhi e dice ‘Basta. Scopami’, con quella boccuccia minuscola e impudente, nel suo inglese privo di accento. Guardi da entrambi i lati del corridoio. E’ vuoto. ‘Aspetta un attimo’, gridi. E senza fare pause, senza perdere un passo, lei si gira e torna verso la tua camera e oltrepassa la tua soglia senza nemmeno guardarti. Ti sorprendi a pensare: ‘Forse qui non è nemmeno illegale – forse qui l’età limite per i rapporti sessuali è di quindici o sedici anni – lei potrebbe averne persino diciassette o diciotto’. E ti chiudi la porta alle spalle.

Nic Kelman in Italia alle librerie Feltrinelli:

EVENTI / LIBRI

Girls – Nic Kelman

In America è il libro-scandalo del momento. Da noi si prepara a diventarlo…E’ Girls: brutale ritratto di un universo maschile in rovina. A Roma e Milano, l’incontro con l’autore e Melissa P. Due visioni dell’eros a confronto.

Sull’onda del sorprendente debutto autobiografico di Melissa P. con il suo Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire, arriva da oltreoceano quello che in America è già considerato il romanzo-scandalo del momento.

Parliamo di Girls, prima prova letteraria del trentenne Nic Kelman, traghettato in Italia da Lain, nuovo marchio editoriale dell’editore Fazi. Un romanzo erotico, per palati robusti. Autentico e vergognosamente onesto.

Stroncato e osannato dalla critica americana, messo alla berlina dalle associazioni femministe che sono insorte di fronte alle sue avvenenti ninfette, acclamato come miglior libro dell’anno da testate come il ‘San Francisco Chronicle’ e il ‘New York Journal’, Girls è un viaggio nei recessi proibiti e inconfessabili del desiderio maschile. Un’immersione allucinata negli abissi più oscuri della sessualità dove indistintamente si smarriscono le anime dannate cui Nic Kelman dà voce.

Facile tracciare il loro identikit. Sono uomini potenti, manager rampanti all’apice del successo e della riuscita economica. Che viaggiano su auto di lusso e hanno il portafoglio sempre gonfio.

Potreste invidiarli, ma non li invidierete.

Ubriachi di carne, alla disperata ricerca di qualcosa per cui valga davvero la pena di vivere, un pensiero irrefrenabile li ossessiona: fare sesso.

Sesso sfrenato, clandestino, illecito, mercenario. Meglio se consumato con giovanissime lolite (le donne mature sono fin troppo prevedibili), meglio se intraprendenti e spudorate, come la tredicenne che un apparentemente onesto dirigente d’azienda si porta a letto e che si scopre essere la figlia del suo migliore amico.

Seducente e dissacrante, acido e senza ricette di redenzione, Girls è il ritratto impietoso di un’epoca patologicamente deviata e in disfacimento, di un mondo disgregato e pervaso da un’incontenibile pulsione di morte.

Nic Kelman, trentanni, vive e insegna a New York. Allievo di Noam Chomsky e Marvin Minsky, si è laureato in scienze cognitive al MIT (Massachusetts Institute of Technology) di Boston. Oggi è al lavoro al suo secondo romanzo.

Doppio appuntamento, mercoledì 18 marzo alle ore 18, presso la Feltrinelli Libri e Musica in galleria Alberto Sordi a Roma. L’incontro è con Nic Kelman, in coppia con l’altro caso letterario dell’anno, Melissa P. Due visioni dell’eros a confronto.

recensione da http://www.provincia.venezia.it/cinit/girls.htm

– Un peana di contemporanea desolazione nel nome del mito epico –

Bizzarro Nic Kelman, che studia con Noam Chomsky e scrive un romanzo veloce in cui inserisce ampi riferimenti omerici, sfalsando di continuo i piani della lettura. Scorre fluido, lo stile, nessuna stonatura davvero, col trucco della seconda persona singolare dà del tu al lettore, si prende confidenza l’americano. Anche con le ragazze, che a loro volta gliene danno perché pagate, o perché minorenni. Chi narra è un uomo senza particolare fascino, non più cinico di altri, mai felice. E’ un dolore sottile che spinge alla ricerca di ‘carni fresche’, esotiche o meno, un’insoddisfazione che non trova requie e scalpita nei sensi anestetizzati, mai davvero percettivi. E’ una narrazione definita oltreoceano ‘mozzafiato’, ‘scabrosa’ – oltre ad altri aggettivi di femminile/sta indignazione – che sa nascondere bene quel che vuole davvero: intristire. Girls di Nic Kelman è un libro triste, che racconta di stanchezza e sovraesposizione dell’apparire. Lacrimae volvuntur inanes si legge a esergo, come anche il sangue e l’eccitazione e il tempo vanno a scorrere vani. ‘Se rinuncia alla collera, Agamennone ti offrirà doni preziosi’ si ammonisce nell’Iliade, e per il denaro si rinuncia a molto altro ancora. Ma la collera resta, e incancrenisce il vivere, non dà tregue e spinge ad agire pericolosamente, a discapito di un impiegato da licenziare, di una ragazzina da illudere, di una prostituta da sfruttare ancora una volta. La morale è carta velina, va a coprire quel che vuole ricalcare e si strappa facilmente. Kelman scrive un libro che può non interessare, ma riesce ad accartocciare un po’ di morale, e quel che viene chiamato cinismo o crudezza non è che realtà da dare per scontata, a tratti anche un po’ banale. Non è un libro che tratta di ‘ragazze’, né di rapporti amorosi o sessuali, è uno scivolare cupo lungo membra femminili mai abbastanza audaci, mai abbastanza fresche, che perdono di fascino al primo cedimento organico; è una paura folle della morte, dell’inconsistenza assordante della vita che si conduce, di quel che progressivamente si perde convinti di guadagnare, allora quell’ ‘odore che hanno solo le ragazzine’ corrisponde all’unico possibile balsamo – che svanisce appena applicato. Quando portare avanti la finzione di una vita intera è talmente pauroso, i sensi vanno aggrediti per spaccare il ghiaccio che li umilia e una ‘non ancora donna’ è più facile da prendere e consumare prima che anche lei pretenda, prima che anche il piacere implichi un lavoro di comprensione. Per subito ricominciare a correre, con la paura che insegue di un passo che obbliga a non fermarsi, ‘perché la vanità più grande non è credere di poter vincere, ma credere di non aver bisogno di combattere’.

Gloria Caccia Redig

Recensioni ‘La vita fuori dal tempo di Ivan Dolinar’

Posted on 9 Novembre 202229 Novembre 2022 by AnnaMioni

A Est della speranza

di Tiziana Lo Porto

Donna di Repubblica, 13.5.2005

Josip Novakovich, nato e vissuto in Croazia fino ai vent’anni, lasciato l’Est non ha mai smesso di scrivere in inglese. Ed è in inglese che a Cincinnati, dove abita e oggi insegna all’università, ha scritto il suo romanzo d’esordio, La vita fuori tempo di Ivan Dolinar. Perché è partito dalla Croazia? All’epoca era Iugoslavia. Sono andato via perché ero innamorato della lingua inglese, e volevo vedere l’Occidente. In quegli anni molti di noi che vivevamo il socialismo dell’Est avevamo l’impressione di perderci tutto il nuovo che poteva succedere solo in Occidente. Ora che vive in America, che cosa non smette di mancarle? Le strade, camminare tra gente di tutte le età… Di tanto in tanto mi manca il burek [sfoglia ripiena di formaggio di capra, ndr] e flirtare con le donne… In America la gente non flirta molto. All’inizio del suo romanzo, Ivan scrive una lettera a Tito in cui gli domanda, insieme al pane quotidiano, palloni da calcio di cuoio. Com’era il calcio nella Iugoslavia di Tito? Era lo sport più importante. Ed è stranissimo che Serbia e Croazia siano diventate entrambe squadre migliori di quanto lo sia mai stata la Iugoslavia… Anche se sono state sempre frutto della stessa vecchia severa scuola di calcio. Quando vivevo in Iugoslavia seguivo le partite alla radio tutte le domeniche e tifavo per l’Hajduk Spalato. E adesso tifa per la nazionale croata? Non pensavo che avrei mai tifato per la squadra nazionale croata. Prima, in nazionale, tifavo per l’Olanda, ma nell’era di Suker e Boban ho seguito il calcio croato appassionatamente. La vita fuori tempo di Ivan Dolinar è pieno di gente che crede in qualcosa. Lei in che cosa crede? Nell’amicizia e nell’amore dei genitori per i figli. In Dio ci crede? A distanza sì… ma non come ti insegnano nei libri illustrati che avevo da bambino. Ho avuto un’educazione battista e per anni ho letto la Bibbia una volta all’anno. La mia fede di adesso è astratta, filosofica, tende al misticismo… Ma non sono un praticante. In Chiesa non ci vado. E nel Papa, ci crede? Vuol dire nel nuovo Papa? Be’, per credere in lui devi essere cattolico. I protestanti mi hanno indottrinato a non credere a nessun essere umano, solo in Dio. Il giovane Ivan Dolinar è triste perché la bellezza femminile lo distrae. Una cosa del genere l’ha scritta Bob Dylan da giovane, definendo la bellezza come un qualcosa che quando la incontri ti spiazza. È questo per lei la bellezza? Sì, la bellezza è un istante di nostalgia che nobilita. Quando vedo qualcosa di bello, capisco cos’è che mi manca. E non parlo solo della bellezza femminile. Negli anni ’90 Emir Kusturica ha cercato di dare una lettura di quello che accadeva nella ex-Iugoslavia, suscitando polemiche. Cosa pensa di lui? Kusturica è un assurdista e ho capito quello che ha cercato di fare mentre vivevo a Belgrado e il regime commetteva atrocità. In parte lui è un prodotto di quella vecchia Iugoslavia che amava, e credo ci abbia messo un po’ a capire che non esisteva più nessuna Iugoslavia.

Il tempo è magia nera

di Antiniska Pozzi da Hideout

Ivan bambino, Ivan ragazzo, Ivan prigioniero, Ivan soldato, Ivan padre di famiglia, Ivan fantasma: un’intera vita raccontata nella sua in-completezza. Croazia, 1948: iniziano qui sia il racconto che la vita del protagonista, e da subito le vicende personali di Ivan s’intrecciano indissolubilmente con gli accadimenti del XX secolo, in un legame misterioso che ripropone l’interrogativo eternamente irrisolto sui rapporti tra individuo e Storia. Ivan Dolinar cresce nella Jugoslavia di Tito, procedendo a tentoni in una società in cui sembra che tutti sappiano quale dev’essere il proprio posto. Fin dalle prime righe la narrazione è ricca di episodi-simbolo dell’inadeguatezza del protagonista (che è poi quella di ogni essere umano di fronte alla propria esistenza): il romanzo si configura come una serie di istantanee, vividissime e di un’ironia caustica, tenute insieme dal soggetto principale, ma anche abitate da una galleria di personaggi indimenticabili, uno su tutti lo scultore Marko Kovacevic, cinico e disilluso portatore di una concezione in cui «Dio non ci farà bruciare all’inferno come le rane che gli italiani cucinano ai ferri. Dio non è un cuoco italiano. Non esiste l’inferno. E non esiste nemmeno il paradiso». Ivan è perennemente in balia degli eventi e dei cambiamenti sociali: dagli anni del comunismo alla guerra civile, Novakovich letteralmente disegna per noi il percorso formativo del protagonista, dai tentati studi di medicina e filosofia all’incontro col dittatore Tito e Indira Gandhi in un campo di lavoro, regalandoci immagini memorabili per la loro efficacia metaforica. E ancora, le pagine della guerra, l’incapacità del protagonista di capire su che fronte combattere e la difficoltà di uccidere per la prima volta un altro essere umano: ma, del resto, «non puoi essere in guerra e non uccidere, è come lavorare in un bordello e restare vergine». Tutto è raccontato con uno stile ibrido che alterna momenti di vera poesia del quotidiano, riflessione filosofica e toni cronachistici talora tendenti al triviale, uno stile che rispecchia appieno gli elementi della vita del protagonista, della Vita in generale. Qua e là, mentre gli anni scorrono e il mondo si trasforma, possiamo udire i pensieri di Ivan, le sue piccole prese di coscienza, mai definitive e sempre cariche di stupore: «il tempo è magia nera… prosciuga i tessuti da sotto la pelle e li trascina fuori dal corpo», commenta osservando il volto decadente di Marko, che un tempo gli era parso durevole come le lapidi che egli scolpiva. «Abbiamo tutti personalità multiple; una di noi è il passato, l’altra è il futuro, e non ne esiste una presente. In questo momento siamo vuoti, siamo spazi in cui il passato e il futuro discordano». A suo modo uno sguardo puro, riportato dall’autore senza tradirlo, evidenziato da un’abilissima ed efficace ironia. Stupefacente il finale. Che differenza c’è tra un fantasma e un’anima? L’autore Josip Novakovich (1956) emigra dalla Croazia negli USA a vent’anni. Attualmente, insegna scrittura all’Università di Cincinnati. Vincitore di numerosi premi letterari, tra cui The Book Award e Guggenheim Fellowship. Ha scritto una raccolta di saggi dal titolo Apricots from Chernobyl e un romanzo breve, Yolk; numerosi suoi racconti sono inoltre stati pubblicati su riviste quali Los Angeles Times e New York Times.

Recensioni Cinematerapia 2

Posted on 9 Novembre 202229 Novembre 2022 by AnnaMioni

Invece di una medicina, un film. Al posto di un antidepressivo, al posto di una seduta d’analisi, ma anche per sedare un’ ulcera da ansia o una crisi di mezza età, una botta di isterismo da frustrazione o una mazzata di angoscia da abbandono. Per ognuno, il suo film. Letteralmente e sistematicamente. Basta non trovarsi, all’occorrenza, impreparati. E, perciò, munirsi di apposita guida da lasciare a un passo dalle nostre mani: perché ormai, si sa, trovare un film e vederlo (tra videoteche private e pubbliche, tv tematiche e grandi schermi) è un soffio ma meno facile è sapere quale film vedere se di medicinale deve trattarsi. E anche alla svelta. Così come, alla svelta, può consultarsi questa guida firmata da Nancy Peske e Beverly West (la già premiata coppia di ‘Cinematerapia’), titolata poeticamente ‘Un film dopo l’altro verso la felicità’ (edita da Feltrinelli) ma ben più scherzosamente articolata tra capitoletti che rimandano a film per ‘ogni stato d’animo’ e esilaranti parentesi dedicate alle citazioni (sempre filmiche, s’intende) che sarebbe carino vedere stampate sulle tazze da tè o alle ‘citazioni da maschi stupidi’ o alle immancabili ‘ultime parole famose’ che, anche queste, a volte spintonano se non verso la felicità, verso un sorriso. Che aiuta sempre.

Silvia Di Paola, da Reflections

(…) E nel film del 1964 Chi giace nella mia bara? Edith (Bette Davis) arriva a uccidere la malvagia gemella e ad assumerne l’identità: «Una metafora cinematografica di raffinatissima fattura che rappresenta i nostri istinti omicidi più profondi nei riguardi dei nostri fratelli» – scrivono Nancy Peske e Beverly West nell’originale Cinematerapia 2 (Feltrinelli 2005). Le autrici, in questo divertente libro, suggeriscono «un film dopo l’altro verso la felicità» e li suddividono in categorie decise in base a problemi specifici. Non a caso, ed eccoci al nostro tema centrale, c’è un capitolo dedicato alle famiglie disastrate, tra cui rientrano le rivalità tra fratelli e anche i difficili rapporti con la madre o con il padre. Vien naturale, a questo proposito, pensare a Incompreso (1966) di Luigi Comencini e aGente comune (1980) di Robert Redford. (…)

Paola Babich su Famiglia oggi

Recensioni ‘Kalimantaan’

Posted on 9 Novembre 202229 Novembre 2022 by AnnaMioni

L’AVVENTURIERO CHE DIVENNE RAJA

Il notevole romanzo di un’esordiente ambientato nel Borneo, durante il colonialismo inglese

di Renzo S. Crivelli, il Sole 24 Ore Domenicale, 7/11/2004

‘S’imbatterono in una certa luce madreperlacea, senza vedere nulla, e poi apparve un lungo sperone bianco che si stagliava lontano e poi spariva. Dopo varie ore sopra il bianco apparve una nebbia verde, che si estendeva lungo tutto l’orizzonte orientale’: questa e altre luminosissime descrizioni ci accompagnano, a bordo d’una goletta partita da Londra, nel viaggio di avvicinamento agli scenari incantevoli del Borneo, che un tempo si chiamava Kalimantaan. Su questa nave, insieme a una ciurma raccogliticcia, sta Gideon Barr, che con i risparmi del padre si è gettato in un’avventura incredibile sfruttando le rotte di penetrazione commerciale dell’Impero britannico.

Barr è una sorta di entrepreneur vittoriano, roso da un’ansia di conquista e di conoscenza – due aspirazioni opportunamente bilanciate -, che pensa a come arricchirsi in un contesto geo-politico in cui, ai danni dei nativi, molte potenze straniere europee stanno costruendo una rete di sfruttamento commerciale che si scontra soltanto con quella cinese, legata alla coltivazione e alla vendita dell’oppio. Egli sa sfruttare una situazione complessa, facendo leva sull’inclinazione, certo lungimirante, del Governo di Sua Maestà, che lascia spazio ad azioni individuali di conquista (a patto che sulle navi sventoli invitta l’Union Jack), pronto anche a sconfessare il tutto in caso di fallimento. Per Barr, invece, il successo è assicurato, grazie anche a una tattica astuta: quella di assecondare le lotte intestine dei popoli nativi, spostandosi, con il rilevante peso dei cannoni imbarcati sulle anvi inglesi, da una parte o dall’altra, a seconda delle necessità. In questo modo il novello conquistatore riesce ad appoggiare il sultano del Brunei in una dura guerra contro i ribelli Daiacchi, e ne ricava una bella investitura (la rajaship), divenendo un Rajah bianco, con tanto di regno e diritti di discendenza.

La storia di questa ‘occupazione’ è narrata, con una straordinaria capacità di ricostruzione ambientale, da Christina S. Godshalk nel suo primo romanzo intitolato, appunto, Kalimantaan, frutto di dieci anni di studi specifici sul Sud-Est asiatico che le hanno permesso di dare vita a un vasto mosaico storico-geografico, sulla scia (e trattandosi di navi che solcano stevensoniani Mari del Sud è proprio il caso di parlare di scia) d’una biografia reale, quella di James Brooke, che nel 1840 si staccò dall’East India Company per mettersi in proprio, fondando una dinastia, appoggiata informalmente dalla Gran Bretagna. Il suo Regno – noto come quello dei Rajah Bianchi di Sarawak – durò ben cento anni e si dissolse soltanto con l’occupazione giapponese durante la Seconda guerra mondiale. L’area governata da Brooke era vastissima, un territorio che poteva contenere sia l’Inghilterra che l’Olanda.

Godshalk, va detto subito, si è documentata assai bene (ne fa fede la lunga bibliografia di riferimento che sta alla fine del romanzo, unitamente a un indispensabile glossario). E nel ‘suo’ personaggio, a cui ha cambiato il nome in Barr, infonde tutto lo spirito vittoriano utile a ricreare un’atmosfera di entusiasmo commerciale ed esplorativo, affiancandolo a una serie di co-primari indispensabili in un nuovo insediamento (dal missionario al medico al colono ai comandanti del suo piccolo esercito, tagliatori di teste esattamente come i nativi). Al centro di tutto, però, sta la figura di Amelie, la ‘ragazzona inglese un po’ rozza’ che Barr ha sposato, trapiantandola in Borneo. Dai suoi occhi, dapprima ingenui e catatonici (immersa nello stupore di quella terra ‘estrema’) e poi, via via sempre più consci del suo ruolo di ‘osservatrice della storia’ apprendiamo, in filigrana, i termini sociali della lettura di Godshalk del colonialismo britannico, il cui prezzo politico, anche in vite umane, fu altissimo. Amelie è una sorta di Adela Quested (in Passaggio in India di E.M. Forster), che perà non disdegna di contaminarsi con quel mondo e che, alla fine, lascerà Barr. In lei rivive anche il narratore di Cuore di tenebra di Conrad: una sorta di Marlow che narra il suo irraggiungibile e feroce Kurtz.

SOGNARE NELLE FORESTE DEL BORNEO

Noi, ormai ingrigiti lettori giovanili di Salgari e, in anni più maturi, di Kipling e di Conrad, apriamo le pagine di Kalimantaan, un romanzo di C. S. Godshalk edito da Bookever (pp. 543, €16,50), e ci perdiamo ancora una volta tra i fiumi e le foreste del Borneo, tra pirati malesi e tagliatori di teste dayak, in un tumulto pittoresco di sangue acro e spezie pungenti. In Lord Jim Conrad rimpiangeva gli anni eroici dell’epopea delle spezie, quando isolati e cocciuti avventurieri smarrivano loro stessi nei labirinti verdi di terre ostili. Kalimantaan ci narra la più grande di queste storie, la fondazione del regni di Sarawak nel Borneo da parte di un inglese, mescolando introspezioni a crude descrizioni di ciniche crudeltà e corpi rosi e disfatti da malattie tropicali, interni brulicanti di insetti e parassiti, praho pirateschi mossi da schiavi incatenati, ceste piene di teste mozzate date come unica forma di pagamento ai dayaki che servivano gli inglesi. Culmine del libro è la tremenda rivolta, repressa nel sangue, dei coolie cinesi: ecatombe finale di un potere che si regge sulla violenza. Il romanzo, che tra ricerche e stesura ha richiesto dieci anni, rende con esattezza lo spirito dei tempi e dei luoghi. Per conoscenza diretta, tra le varie testimonianze posso citare i racconti malesi di Cliffold, un volume di viaggio della Bird e le lettere della moglie di Brooke, l’originale di Barr nel romanzo. Una mappa d’epoca può offrire un ultimo brivido: vi appare una località denominata Sandakan. Sognare è ancora possibile, forse.

Alessandro Monti, TuttoLibri della Stampa, 15 luglio 2005

Recensione da IoDonna del Corriere della Sera, n. 49/2004

Nel 1839 un avventuriero inglese di nome James Brooke giunse sulla costa nordoccidentale del Borneo con l’incarico di consegnare al sultano del Brunei una lettera che garantisse la salvezza all’equipaggio di una nave britannica dispersa in zona. Da quella regione popolata da cacciatori di teste, pirati e mercanti di schiavi, molti europei non erano più tornati. Ma la sorte di Brooke fu diversa: dopo aver lavorato al servizio del sultano, l’avventuriero venne nominato governatore di Sarawak e, in pochi anni, diventò il rajah di uno stato indipendente. Se questo è lo spunto storico di Kalimantaan, ponderosa opera prima di C.S. Godshalk, tutto il resto, compreso il nome del protagonista, Gideon Barr, è fantasia. Ne nasce un romanzone di stampo ottocentesco, con lampi ironici quando racconta le bizzarre abitudini dei colonialisti, che è molte cose insieme: la storia di un amore, di un regno, dell’incontro tra la convenzionale società vittoriana e una cultura potente e selvaggia. La Godshalk, vissuta a lungo nel Sud-Est asiatico, ha vinto la scommessa di far rivivere un mondo scomparso dal fascino ipnotico.

(Cristina Taglietti)

GRANDI SCENEGGIATORI I ROMANZIERI DELL’800

da Panorama, 12/11/2004

(…) È il Fëdor Dostoevskij dei Demòni a modellare le 604 pagine di I cospiratori del giovane Michael André Bernstein appena pubblicato da Guanda. Mentre è il più moderno E.M. Forster ad alimentare Kalimantaan, il perfetto romanzo di C.S. Godshalk (Bookever) che narra le avventure di lord Brook nel Borneo settentrionale, seconda metà dell’Ottocento. Esplicito omaggio agli amati autori romantici, in particolare Victor Hugo e Charlotte Brontë, è La bambinaia francese di Bianca Pitzorno, fresco di stampa da Mondadori. (…)

(Manuela Grassi)

Recensioni ‘Cinematerapia’

Posted on 9 Novembre 202229 Novembre 2022 by AnnaMioni

L’Espresso

Cinematerapia: arriva il nuovo manuale Usa

Due studiose newyorchesi spiegano quali film sono più adatti a curare gli stati d’animo negativi, dall’ansia alla depressione

di Cesare Balbo

Già da qualche anno negli Usa si parla di cinematerapia: quella capacità tipica delle storie del grande schermo e dell’immaginario filmico di curare gli stati negativi dell’anima, lenendo le ansie e gli affanni esistenziali che ingorgano la vita interiore.

Adesso Nancy Peske e Beverly West, due studiose newyorkesi, ripropongono il tema con un libro edito in Italia da Feltrinelli, ‘C’è un film per ogni stato d’animo’ disponibile nei prossimi giorni anche nelle librerie italiane. ‘I film sono ben più di un puro e semplice divertimento, sono dei medicinali che possiamo autoprescriverci’, spiega la Peske. ‘Una buona pellicola è come un ricostituente lenitivo che, se somministrato correttamente può curare di tutto, dalle crisi d’identità nei giorni di scarsa autostima agli stati di tristezza più profonda’.

Il manuale di 224 pagine individua in una serie di pellicole, dagli anni Trenta in poi, il rimedio naturale per certi stati ombrosi poiché la visione ‘ ad hoc’ di certi film trasmette emozioni e vissuti in grado di mutare positivamente lo stato d’animo. A chi è troppo stressato, ad esempio, farebbe bene la visione di ‘Full Monthy’ o ‘ Bread and Roses’, a chi ha problemi di inserimento e di comunicazione fa meglio ‘Chocolat’ o ‘Babe’, per le coppie in crisi è più indicato ‘Kramer contro Kramer’ o’ Harry ti presento Sally’, per dipanare i conflitti edipici tra genitori e figli c’è ‘Il buio oltre la siepe’ mentre ‘Il padre della sposa’ è più adatto ai genitori che devono elaborare il distacco dai figli. Se infine si desidera ricevere una sferzata di ottimismo e fiducia, è d’obbligo la positività dei film di Frank Capra in particolare de ‘La vita è meravigliosa’ , l’alternativa è ‘Cantando sotto la pioggia’, capaci entrambi di far reagire alla stasi rinunciataria, da cui si può uscire anche con ‘Sostiene Pereira’ di Roberto Faenza. Lo stesso regista di ‘Prendimi l’anima’, l’amore proibito tra l’analista Gustav Jung e la sua paziente Sabina Speilrein, il cui titolo è simbolico di ciò che inconsapevolmente lo spettatore chiede anche al cinema: di prendersi in cura l’anima. Un po’ come il piccolo protagonista di ‘Nuovo Cinema Paradiso’ di Tornatore, di fronte a una locandina di ‘ Via col Vento ‘ , altro non faceva che cinematerapia per tornare a sorridere alla vita nonostante il padre morto in guerra.

C’è un film per ogni stato d’animo Nancy Peske – Beverly West Traduzione: Anna Mioni Collana: Super Universale Economica ­ Feltrinelli 10,0 euro

da RAILIBRO

Cinematerapia

Un film per ogni stato d’animo, nella guida tutta al femminile di Nancy Peske e Beverly Westdi Valeria Merola

Per chi crede nei poteri terapeutici di un buon film, per chi è convinto che ogni stato d’animo debba trovare un suo corrispettivo in una storia appassionante, per chi cerca una videocassetta particolare, in grado di regalare le emozioni giuste al momento giusto, è finalmente uscito un libro per soddisfare tutte le esigenze.

Peccato però per i signori maschi, perché questo manuale, pubblicato recentemente da Feltrinelli, è pensato per un pubblico di sole donne. Scritto da due cugine newyorkesi, già conosciute ai lettori americani per altre guide analoghe, come Meditations for Men Who Do Next to Nothing (and Would Like to Do Even Less), Nancy Peske e Beverly West, Cinematerapia è un divertente vademecum alla ricerca del film adatto ad ogni occasione.

Dalla sindrome premestruale ai rapporti tra madre e figlia, dalle storie d’amore squilibrate al desiderio di evasione, dallo stress del lavoro alla perenne insoddisfazione per lo stato della propria acconciatura, dalla serata tra sole donne ai rapporti tra padre e figlia, la guida propone il rimedio cinematografico per risolvere ogni problema, curandosi, appunto, con i film.

I sedici capitoli di cui si compone il libro si aprono con una breve introduzione al “problema” da risolvere, in cui le autrici si rivolgono direttamente alla lettrice, elencandole la sintomatologia del caso. Se ci si riconosce nella descrizione, si può procedere con la lettura, avventurandosi tra tante schede di film consigliabili per guarire il malessere di turno. Cinematerapia passa in rassegna la storia del grande schermo, per aiutare le donne a scegliere il film adatto al proprio umore.

Le recensioni sono però tutt’altro che tradizionali, ma tendono, come tutto il libro del resto, a un tono ironico e decisamente divertito. Più che ai meriti artistici della pellicola, si guarda all’immagine femminile che ne emerge e ai sentimenti che il film mette in evidenza. Assolutamente non convenzionali sono poi le pagine, diciamo di approfondimento, in cui le autrici rubricano I finti film da donna, o la Classifica pratica dei fusti. Strumenti utili per non cadere nella trappola dei film solo apparentemente rivolti alle donne (tipo Il matrimonio del mio migliore amico) o per conoscere la versione più sexy del divo di turno, da Brad Pitt in Thelma e Louise a Harrison Ford in Il fuggitivo.

Le recensioni sono spesso intervallate da citazioni, vere “perle di saggezza” tratte dalla storia del cinema, ben evidenziate per una rapida consultazione, in modo che per esempio, chi fosse “afflitta dall’equivalente psicologico di un’acconciatura rovinata dal cappello” o chi avesse “le doppie punte emotive” possa trovare sollievo, oltre che nella visione di Susanna!, anche dalle parole di Bette Davis quando in Eva contro Eva dice “Devo ammettere che ho visto giorni migliori…ma non mi do ancora via al prezzo di un cocktail, come un’arachide!”.

Divertenti sono poi le schede del tipo Sognando crinoline: film con vestiti da urlo, in cui le autrici ricordano “vestiti talmente incredibili da ispirare persino chi non si interessa di moda”, come “il bel vestito bianco luccicante” di Winona Ryder nell’Età dell’innocenza, o il “famigerato vestito di velluto verde ricavato da una tenda” di Rossella O’Hara. O anche A Luglio come se fosse Natale, una rubrica che raccoglie quei film (da La vita è meravigliosa a Il miracolo della 34a strada) capaci di mettere “tutti di quell’umore euforico e cordiale che ti viene prima di ricevere l’estratto conto di gennaio della carta di credito”.

Cinematerapia è un libro simpatico, spensierato e magari anche utile, ma non può certo essere considerato una guida attendibile, né tra l’altro pretende di esserlo. Non solo per il punto di vista dichiaratamente parziale (che senso ha classificare il cinema in maschile e femminile?), ma anche perché le recensioni proposte sono volutamente concentrate su aspetti ben poco artistici. Un merito indiscutibile è quello di affrontare il tema del cinema in modo giocoso, lontano dalle imbalsamate guide tradizionali, dimostrandone i benefici sulla nostra vita di tutti i giorni, oltre l’esperienza estetica.

Un limite è invece il taglio esclusivamente femminile, che spesso condiziona negativamente le scelte, anche al di là del gioco, che è l’assunto di fondo, e su cui si modella tutta la scrittura. Negativa è poi la prospettiva “americanocentrica” (i film sono selezionati pensando a un pubblico che se li somministrerà “in combinazione con l’inerzia assoluta e qualche cibo oscenamente ricco di grassi”), cui la redazione italiana ha tentato di porre rimedio, aggiungendo, alla fine di ogni capitolo, qualche titolo “fatto in casa”. Ma forse il rimedio è peggiore del male.

da zoooom.it

Nancy Peske, Beverly West

Cinematerapia. C’è un film per ogni stato d’animo

Feltrinelli, 2003, pag.296, euro 10,50

traduzione di Anna Mioni

Nancy Peske e Beverly West sono due cugine newyorkesi, appassionate di cinema, che hanno messo su una fiorente impresa multimediale (libri, sito, programmi tv…), partendo dall’idea che in un film molti spettatori e soprattutto molte spettatrici cercano le risposte ai loro problemi affettivi. L’intuizione non è originale, ha fatto oggetto di studi e saggi, è stata sfruttata anche al cinema. Bev & Nancy, però, l’hanno abilmente riconfezionata scrivendo una serie di guide dedicate alle donne che vogliono scegliere un video o un dvd per la serata in base all’umore o alle fortune sentimentali, e ora il primo dei volumi, Cinematerapia, è arrivato in Italia, edito da Feltrinelli nella spiritosa traduzione di Anna Mioni. Costruito a uso e consumo del pubblico Usa (come dimostrano i film recensiti, quasi esclusivamente americani, e l’uso sfrenato di interiezioni e punti esclamativi) e mortificato dagli stolti consigli aggiunti dalla redazione italiana (perché suggerire la visione di Senso di Visconti e del Ciclone di Pieraccioni in coda al capitolo dedicato al cliché della donna come ‘madre comprensiva’?), il libro ha però il buon senso di non porsi come un manuale di terapia cinematografica – una disciplina consolidata, a giudicare dalla quantità di link sul tema – e passa in rassegna oltre duecento titoli, da Via col vento a Camera con vista (trovate la scheda nello Zoooom) fino a Scream 1 e 2. Chi invece volesse sapere qualcosa di più sui (fortissimi) rapporti fra cinema e psicoanalisi, dovrebbe leggere Freud a Hollywood di Simona Argentieri e Alvise Sapori, pubblicato qualche anno fa dalla Nuova Eri.

ZOOOOM su: Camera con vista (dal capitolo ‘Quando le donne erano vere donne e gli uomini ne avevano soggezione: film in cui gli uomini si comportano bene’)

Recensioni ‘Mi fa male la pancia del cuore’

Posted on 9 Novembre 202229 Novembre 2022 by AnnaMioni

i giovani non hanno perso le ali dai loro cuori bevono le parole dello stupore che non sono altro che il vento verde del futuro’

di Alessia Malfetta

‘Se Maria ha tre mele/ e ne dà una a Nicolas,/ quante gliene restano?/ A cosa pensi, Nicolas?/ Non sai la risposta?/ Se Maria mi dà una mela,/ mi resta ancora una speranza’. Questa è una delle 56 poesie raccolte in ‘Mi fa male la pancia del cuore’. Titolo originale e ancora più dal dolce suono: ‘La alegria de querer’. Ed è proprio la gioia di amare che in ‘Mi fa male la pancia del cuore’ i giovani raccontano dicendo cosa provano non appena una ragazzina dalle trecce bionde sbatte gli occhioni a un ragazzino pronto a tirare un calcio di rigore alla Zico. Gli innamoramenti fatti di sospiri di illusioni e di speranze di delusioni, fatti di forti emozioni. Ci si innamora alla loro età di tramonti, di sorrisi, di piccoli gesti, della professoressa di fisica, o del profumo del gelsomino. Lo sappiamo che l’amore e la vita fioriscono tutti i giorni nelle nostre mani e nei nostri pensieri, ma solo un bambino o un poeta con l’animo di un bambino sa coglierne l’essenza. Ognuna delle 56 sensazioni è accompagnata e, allo stesso tempo, commentata da disegni in acquarello, immediati ed essenziali come il disegno di due cuori con incise le nostre iniziali e quelle del nostro innamorato che rientrano nel repertorio dei nostri ricordi. Allo stesso modo e con le stesse frasi di quel tempo Jairo Anibal Nino presenta questo libro, illustrato da Paolo Gennari. Aníbal Niño (nato a Moniquirá, in Colombia, nel 1941) è uno degli scrittori più apprezzati del Sudamerica. E’ noto per il suo lavoro in campo teatrale come attore, regista e drammaturgo. Importantissima è soprattutto la sua produzione rivolta al pubblico infantile. In questo libro racconta l’infanzia nei suoi aspetti più belli e più veri. Parlando della gioventù in Colombia – ma che in fondo è la gioventù pulita di tutto il mondo – ne dà una definizione altissima e poetica quasi come fosse una delle poesie raccolte in questo libricino. Una definizione da leggere e conservare, per grandi e per piccoli, per tutti coloro che vogliono tornare adolescenti per scrivere sulle pagine di un diario l’amore senza riserve: ‘i giovani non hanno perso le ali dai loro cuori bevono le parole dello stupore che non sono altro che il vento verde del futuro’. da www.pickwick.it

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