Categoria: Articoli e interviste
Anna Mioni, dalla traduzione al mestiere di agente letterario. “L’editoria attuale soffre di pigrizia; vincerà chi saprà essere flessibile e andare incontro alle nuove sfide digitali”.
Alla ricerca di approfondimenti e nuovi punti di vista sul mercato del libro e i suoi mestieri, oggi Bibliocartina.it intervista Anna Mioni, protagonista del mondo letterario italiano da quasi 15 anni, nota traduttrice letteraria segnalata due volte (2008 e 2009) al prestigioso Premio Monselice per la traduzione, e da qualche mese anche titolare dell’agenzia letteraria internazionale AC²Agency.
Cominciamo traendo spunto da un articolo di qualche giorno fa. Il quotidiano Repubblica ha recentemente pubblicato un’intervista a Jonathan Safran Foer in cui l’autore, criticando una deriva patriottica in atto secondo lui negli USA “che somiglia alla xenofobia”, fa riferimento anche alle traduzioni dei libri, che in America costituiscono (sono le cifre fornite da Foer stesso) circa il 3% dei libri pubblicati, a fronte di una percentuale di libri tradotti in Europa che andrebbe dal 30 al 45%. Secondo Foer questo significa che gli Stati Uniti stanno rinunciando al “dialogo col mondo”. Qual è, in merito, la tua opinione di traduttrice letteraria dall’inglese e di agente letterario internazionale?
Proprio l’anno scorso ho avuto modo di recarmi negli Stati Uniti con una borsa di studio. Ho incontrato vari editor, alcuni dei quali si occupano di collane di testi in traduzione, e ho sentito discorsi simili a quelli di Safran Foer. Pare che i lettori americani non siano interessati ad altri mondi che non siano il loro, e fatichino ad accostarsi a testi ambientati in contesti che non gli sono famigliari: non gli interessa nemmeno conoscerli, a meno che non si tratti di esotismi oleografici che confermano i loro stereotipi. Quindi, gli editori che vogliono fare editoria di ricerca traducendo da altre lingue spesso sono costretti ad appoggiarsi a finanziamenti universitari o a donazioni. È più facile che si pubblichi un autore straniero che ha vinto un premio o è campione di incassi, ma non è affatto scontato. Spesso persino gli scrittori inglesi faticano a diffondere i propri testi in America. Ma può darsi che questo stato di cose non duri a lungo: il predominio economico e culturale degli Stati Uniti cede il passo rispetto a quello dell’Asia; bisogna vedere se quest’ultima saprà proporre un modello forte anche dal punto di vista culturale, che soppianti il colonialismo americano subìto dal resto del mondo nel dopoguerra.
Non è possibile, dunque, che la realtà per quanto riguarda l’Europa sia ben più prosaica, e che tanti libri tradotti che vengono dagli Stati Uniti siano spesso selezionati secondo criteri puramente commerciali piuttosto che di effettivo interesse letterario, e spesso sull’onda del marketing letterario invece che di tendenze culturali indipendenti?
Per quanto riguarda il mercato italiano, spesso si compra e si fa tradurre ciò che è americano a scatola chiusa, per pura esterofilia, e per la presunzione che una storia possa vendere meglio e risultare più appetibile per il solo fatto che è straniera. Si arriva al paradosso, nella narrativa di genere, di far firmare con pseudonimi anglicizzanti scrittori che in realtà sono italianissimi. C’è una certa pigrizia di fondo della filiera editoriale, per cui quello che non passa tra le sue maglie rimane escluso dal processo di selezione, senza che necessariamente sia peggiore. Bisognerebbe ritrovare un po’ di spirito critico, e soprattutto leggere i libri prima di proporli al pubblico, invece di affidarsi solo al tam tam degli addetti ai lavori.
Quali credi che siano in generale le regole sottostanti al mercato della narrativa estera in Italia? Credi per esempio che copra generi poco usuali per gli scrittori italiani, o sono altri i motivi per cui in Italia si tende a dare molto peso alla narrativa estera?
Intanto voglio far rilevare che negli ultimi anni è molto cresciuta l’importanza della narrativa italiana, a livelli che fino a dieci anni fa erano impensabili; però secondo me dipende semplicemente dal fatto che pubblicare e promuovere uno scrittore italiano per gli editori ha dei costi molto più contenuti, e purtroppo non è dovuto a motivi più nobili (altre riflessioni interessanti sul turn-over degli esordienti si trovano per esempio nel pezzo di Ida Bozzi recentemente pubblicato sull’inserto La Lettura del Corriere della Sera). Fino a una decina d’anni fa, invece, la narrativa straniera predominava su tutto, per una combinazione di provincialismo, di sudditanza culturale, e forse anche per l’eccessiva litigiosità delle varie conventicole delle lettere nazionali.
Non credo ci siano regole sottostanti al mercato della narrativa estera in Italia, o meglio, sono le stesse che valgono per tutto il mondo editoriale moderno: ci sono i piccoli editori che fanno un lavoro di scouting secondo i propri gusti e i propri ideali, mentre gli editori commerciali sono più attenti a fiutare le tendenze globali per cercare di cavalcarle. Spesso e volentieri si importano acriticamente i successi esteri, convinti che debbano per forza replicare il loro successo da noi in patria, cosa non assolutamente scontata, date le differenze culturali di fondo che per fortuna ci sono ancora.
Ritieni che il ‘marketing di ritorno’ di cui opere tradotte possono godere in Italia abbia un peso nella scelta di acquisizione di un titolo? Sempre più, fra l’altro, i tempi per le traduzioni nelle case editrici si accorciano proprio per esigenze relative al calendario d’uscita, è il caso per esempio dei romanzi di Ken Follett che vengono fatti uscire in Italia in contemporanea con l’estero, o degli stessi romanzi della saga di Twilight o di altri, tradotti da squadre di traduttori, con tutto il rischio che ciò comporta in termini di stile, per accorciare i tempi. Usufruire di una sorta di campagna di marketing internazionale comune, risparmiando quindi fatica e risorse per una più mirata in Italia, secondo te è una scelta felice per gli editori italiani?
Non so nemmeno se è una scelta. Credo che ormai il mercato globalizzato contempli solo una possibile scelta, starne dentro o starne fuori. Per gli editori sarebbe un suicidio commerciale non approfittare del traino di grossi eventi promozionali (film, tournée, lanci internazionali) legati a un libro, e quindi si adeguano al sistema ormai consolidato in quasi tutto il mondo. Purtroppo questo implica, come sottolinei giustamente, il forzato ricorso a metodi di lavoro che non permettono di dedicare a un testo le dovute attenzioni in fase di traduzione e revisione. Si spera che gli editori ne comprendano l’importanza e si ricredano.
Che opinione hai, in generale, del marketing del libro? Marino Buzzi da noi intervistato qualche giorno fa ha espresso un’opinione molto critica a riguardo.
Ho scritto da poco un articolo molto dettagliato su Agorà, il blog di Scuola Twain dove avanzo anche delle proposte di soluzione per la crisi del mercato editoriale, oltre a tentare di identificarne alcune delle cause. Inutile dire che la mia analisi coincide in molti punti con quella di Buzzi.
Recentemente sei diventata un agente letterario internazionale. Puoi spiegarci brevemente in cosa consiste questo mestiere e le ragioni della tua scelta?
L’agente letterario rappresenta gli interessi degli autori presso gli editori, sia dal punto di vista contrattuale (cercando di stipulare il contratto più vantaggioso possibile e occupandosi degli aspetti amministrativi del rapporto) che da quello promozionale (cercando una casa editrice per l’autore, in Italia e all’estero). Ci sono agenti che lavorano esclusivamente a piazzare autori italiani in Italia, e altri come me che inoltre rappresentano in Italia agenzie e clienti esteri, e i propri autori all’estero, autonomamente o con l’aiuto di altri co-agenti. È una professione molto recente che in Italia non è ancora regolamentata; fino a poco tempo fa le agenzie erano poche e lavoravano in modo invisibile ai non addetti ai lavori.
È un’idea nata quando nel 2006 e 2007 ho lavorato come editor interna nella casa editrice padovana Alet, occupandomi anche dell’ufficio diritti. Ho seguito da vicino la parte gestionale dei diritti del libro e i colloqui con le agenzie straniere alle fiere italiane ed estere. Nel farlo ho notato che il meccanismo consueto di rapporto tra agenzie letterarie ed editori si poteva migliorare in vari punti; ma allora aprire un’agenzia per lavorare in modo diverso dalle agenzie tradizionali non sarebbe stato possibile, perché a quei tempi la maggior parte del lavoro si svolgeva su carta e aveva costi per me insostenibili. Ora che i manoscritti si scambiano solo via e-mail, è stato possibile far partire il progetto AC² Literary Agency e provare a mettere nel lavoro di agente anche tutte le esperienze acquisite come traduttrice e redattrice interna, oltre alla mia idea di letteratura e di mercato editoriale virtuoso. Inoltre, in un periodo di cambiamento come quello attuale, la transizione verso l’editoria elettronica è fonte continua di nuovi stimoli e rappresenta una sfida per chi vuole essere in grado di rispondere immediatamente a tutti i nuovi bisogni che questo nuovo mercato creerà per gli autori.
Pochi giorni fa, Antonio Tombolini fondatore della piattaforma di pubblicazione di ebook Simplicissimus Book Farm ha pubblicato sul suo blog una serie di considerazioni sui cambiamenti in corso nell’editoria italiana, data piuttosto per spacciata dall’editore nella sua forma tradizionale. Il cambiamento, la novità, a quanto sembra risiedono nella forma del libro elettronico e nell’affermazione che sta sperimentando in Italia, a fronte di un crollo del mercato librario tradizionale. Fra le altre cose, Tombolini sembra elogiare indirettamente la tua scelta di aprire un’agenzia letteraria, sostenendo che sia un ottimo momento per questo tipo di attività, purché non ci si attacchi alle vecchie abitudini ma si possiedano capacità intuitive e dimestichezza con i numeri. Che cosa ne pensi?
L’articolo di Antonio Tombolini di Simplicissimus Book Farm mi conferma alcune intuizioni di lungo corso che fa piacere ritrovare nel discorso di uno dei più grossi esperti di editoria elettronica in Italia. Lo scenario sta cambiando, l’editoria tradizionale non sarà più la stessa e chi non è pronto ad affrontare il suo nuovo assetto in modo flessibile e moderno non riuscirà più a restare sul mercato. In compenso, per chi è agile e duttile si prospettano nuovi scenari molto interessanti. Credo che nel giro di pochi anni il panorama editoriale italiano sarà cambiato enormemente. Il successo di vendita degli ebook quest’estate ne è la prova.
“C” di Tom McCarthy: lo scrittore come dj e produttore (e il traduttore come enigmista)
“C” di Tom McCarthy: lo scrittore come dj e produttore (e il traduttore come enigmista)
di Anna Mioni
(già uscito su Senza Zucchero, blog di Del Vecchio editore)
Remixare i segnali: questo è l’intento da cui parte lo scrittore e artista d’avanguardia inglese Tom McCarthy per il suo terzo romanzo, “C”, nella cinquina del Booker Prize 2010 e pubblicato nel 2013 da Bompiani, dopo “Déja vu” e “Uomini nello spazio” usciti da ISBN edizioni. Si tratta di un romanzo di impianto molto articolato, zeppo di richiami. “Volevo che C funzionasse proprio in questo modo”, spiega McCarthy: “il lettore può scoprire riferimenti audio-video molto approfonditi, ma anche leggere il mio libro come una semplice storia di avventura. Volevo riconciliare entrambe queste possibilità di lettura, e anche molte altre”1. Lo stesso effetto sortito da esperimenti come i cartoni animati dei Simpson, che i bambini possono fruire in modo semplice, e nei quali invece gli adulti colgono lunghe ramificazioni di citazioni culturali più o meno pop.
Qui non proprio di pop si tratta: McCarthy è un veterano delle provocazioni ai confini tra letteratura e arte (alla fine degli anni Novanta ha fondato la Società Necronautica Internazionale, per creare un linguaggio di avanguardia sulla traccia della morte); tra i riferimenti nel sottotesto di “C” troviamo influenze di teorie letterarie che vanno da Barthes a Derrida, a Joyce, a Blanchot, ai ricorsi di Vico, al caso clinico dell’Uomo dei lupi di Freud, che possono cogliere i suoi lettori più intellettuali (tra i quali si annovera Zadie Smith, sostenitrice della prima ora).
McCarthy costruisce il libro come un romanzo storico, con gli stessi schemi narrativi, rinunciando deliberatamente a dare una profondità psicologica ai personaggi e appiattendoli su una dimensione bidimensionale, come i buoni e i cattivi dei fumetti a lui tanto cari (non dimentichiamo che è anche autore di un saggio su TinTin). Ma la vicenda è infarcita di particolari dettagliatissimi, frutto di una ricerca durata quattro lunghi anni.
Il romanzo è ambientato tra il 1898 e il 1922, “nella fase decisiva che ha visto l’esplosione nella coscienza pubblica della radio come strumento di comunicazione. E questo ha avuto un impatto notevolissimo sulla produzione artistica (poetica, letteraria, figurativa), da quel tempo in avanti”, spiega sempre l’autore. È un libro costruito a più strati «e allo stesso tempo è un libro che dissotterra molto modernismo, da Marinetti a Ezra Pound a T.S. Eliot. Non a caso finisce nel 1922: l’anno dell’Ulisse, della Terra desolata e di Le onde di Virginia Woolf»2.
Il protagonista Serge Carrefax e sua sorella Sophie crescono in una vasta proprietà nell’Inghilterra del sud dove la madre, francese ugonotta e sordomuta, alleva bachi da seta e tesse preziosi arazzi, e il padre dirige una scuola per sordi di tipo “oralista” (gli insegna a parlare con la propria voce, e non con la lingua dei segni); i due fratelli sono immersi nella tecnologia e nelle scienze naturali, circondati da trasmettitori (il padre è l’inventore di un proto-telegrafo e conserva vari pezzi di archeologia radiofonica), e con un laboratorio intero a disposizione; Serge eredita la passione del padre per la comunicazione senza fili, Sophie è affascinata da botanica ed entomologia, ma si suicida a 17 anni dopo un rapporto sessuale con il crittografo Widsun, amico e coetaneo del padre e padrino di Serge. Sophie viene sepolta in una cripta nel giardino della villa; Serge, traumatizzato, si ritira insieme al precettore in un sanatorio cecoslovacco per liberarsi dalla “bile nera” che gli avvelena il sangue. Poi, grazie al padrino Widsun, Serge si arruola come operatore radio sugli aerei da ricognizione inglesi che volano sulla Francia nella Prima Guerra Mondiale: un’esperienza che ha marcate reminiscenze futuriste (intercalate da numerosi estratti di poesie e canzoni, che Serge usa come ritmo quando deve sparare con il mitragliatore del suo aereo); già lì scopre l’eroina e la cocaina, che continuerà a usare a Londra, dove studia architettura con poco profitto e si lega a un’attrice di varietà seguace di un falso spiritista che sarà proprio lui a smascherare durante una seduta spiritica pubblica; nel fatidico 1922 Serge per conto dell’imperatore si recherà in Egitto a organizzare la creazione di un sistema telegrafico che precorre Internet; in un sopralluogo sul campo tra gli scavi archeologici, nella galleria sotterranea di una tomba, mentre fa l’amore con una giovane archeologa, verrà morso dall’insetto che poi causerà la sua morte per un’infezione.
La C del titolo (che sta per il simbolo del Carbonio nella tavola periodica) si ripete anche nei titoli dei capitoli, e nel fatto che il protagonista Serge è nato con la camicia; rimanda al suo cognome, Carrefax, ma anche agli archeologi esploratori dell’antico Egitto (Lord Carnarvon e Howard Carter), alla cocaina, al cianuro con cui si suicida la sorella, alla cripta della tomba di Sophie (e poi a quelle dei faraoni egizi), al CC che nella corrispondenza sta per «copia carbone». La C, che in inglese si pronuncia “si” (/si:/), nell’originale si aggancia a un’altra serie di richiami in “si” (come per esempio “sister” che significa sorella, ma è anche un vecchio termine gergale americano per indicare l’eroina che McCarthy usa volutamente), che non sempre si sono potute riprodurre in italiano, per non stravolgerne il senso.
L’altra catena sonora che sta al fondo di tutto il libro è quella di insect > ink set > incest > inset > in sections, che ho reso in italiano, rispettivamente, con insetto > scatola di inchiostri > incesto > inserto/inserito > in sezioni. Sono tutti nomi di oggetti e situazioni chiave del romanzo, che poi ritorneranno intersecati e amplificati nell’ultima scena, la morte del protagonista, che si svolge durante il sogno febbrile di un matrimonio incestuoso con la sorella, tra gli insetti, sullo sfondo di una serie di interferenze radiofoniche; e infatti secondo Tom McCarthy il ruolo che spetta allo scrittore oggi è simile a quello della radio: «Non essere la persona che origina il segnale, ma quella che lo riceve e lo remixa». Lo scrittore come dj e produttore, quindi.
“In quell’interferenza giace il senso, ma l’interferenza è per sua natura incomprensibile, impossibile da configurare in chiave semantica: da questo paradosso nasce la tremenda scena finale di C, dove la morte prende appunto la forma di una assordante interferenza che tutto cancella e dissolve. E tuttavia, poiché il paradosso può essere ancora una volta ribaltato, è in quel rumore (…) che si trova l’unico senso possibile”3.
Come accostarsi alla traduzione di un microcosmo così denso di informazioni? Il compito più arduo non è stata tanto la traduzione in sé (è il terzo libro di Tom McCarthy che affronto, ormai conosco bene i suoi stilemi e in caso di difficoltà abbiamo un dialogo costruttivo e proficuo), quanto piuttosto le ore dedicate a decrittare la parte dei riferimenti scientifici, sui quali il libro non riportava alcuna nota. Ho letto pagine e pagine di wikipedia e siti specializzati in inglese e poi in italiano. In quei mesi sono diventata un’esperta in radiotelegrafia degli esordi, notazione scacchistica arcaica, egittologia, chimica, entomologia, botanica, aerei, armi e uniformi della prima guerra mondiale… Sono stata molto grata di avere frequentato il liceo scientifico a suo tempo; e dell’esistenza di quella miniera di informazioni che è internet; e di avere un compagno competente in questioni tecnologiche e militari (comprese le miriadi di sfumature della parola “gun”, che per una donna è una pistola, e poco altro; e invece in certi casi può essere persino una postazione di artiglieria). In seguito, quando ho incontrato l’autore di persona, gli ho esposto il mio suggerimento di preparare una guida per i traduttori con un compendio delle sue ricerche per il libro.
Per quanto riguarda la ciclicità dei riferimenti, e i ritorni all’interno della scrittura di McCarthy, ho adottato la strategia di affrontarli in modo enigmistico, con le antenne pronte a cogliere gli echi (e il dialogo con l’autore, ovviamente, è stato d’aiuto; come anche gli articoli in inglese già disponibile sul romanzo). Certo, non so come avrei potuto tradurre un libro simile agli inizi della mia carriera, quando l’internet veloce non esisteva.
“C” è una sfida molto interessante per il mondo letterario italiano, spesso troppo diffidente nei riguardi del sapere scientifico, al punto da snobbarlo e guardarlo quasi con sospetto, senza usarlo come una chiave per interpretare il nostro mondo. Non escludo il motivo della fortuna limitata di questo libro in Italia risieda nei retaggi crociani della nostra cultura umanistica, dove le lettere e le scienze continuano a restare antitetiche. Eppure, i compagni di Serge Carrefax davanti al solco lasciato da un commilitone morto cadendo da un aereo commentano: «Tutti i suoi ricordi, e tutto quello che ha mai pensato o fatto, ridotti a un mucchio di sostanze chimiche». E Serge, il protagonista, risponde: «Perché no? È quello che siamo, dopo tutto».
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Online Summer School 2012
“Eccolo il compiaciuto pubblico post-hippy, che in teoria dovrebbe essere tanto rilassato, liberato, meraviglioso e vorace, gli anarchici che sono il terrore delle notti insonni dell’America moderata.”
Anna Mioni
ha tradotto
Guida ragionevole al frastuono più atroce – Psychotic Reactions and Carburetor Dung di Lester Bangs (minimum fax 2005)
Il traduttore è (anche) un autore
Online Summer School 2012
La quarta edizione della Online Summer School è dedicata ad alcune competenze, spesso trascurate, che possono permettere ai traduttori di sviluppare il proprio profilo professionale e migliorare la propria visibilità. La scrittura in primo luogo.
I quattro cicli di seminari serali online dedicati all’arte e alle tecniche dello scrivere (e del riscrivere) ci aiuteranno a scoprire alcune professionalità molto vicine alla traduzione, specializzazioni che possono offrire sbocchi lavorativi interessanti e creativi in ambito tecnico ed editoriale, dalla scrittura per il web e per i social media al technical writing e all’editing.
E poi, oltre alla scrittura, affronteremo in una serie di laboratori pratici opzionali le competenze indispensabili del marketing personale, le opportunità offerte dall’interpretariato in consecutiva, le tecniche più avanzate di impaginazione con i sistemi di word processing e le tecnologie che permettono di produrre e tradurre libri elettronici.
E non basta. Insieme ai contenuti presentati in diretta durante le tre settimane del nostro tradizionale appuntamento estivo offriamo il meglio delle tre edizioni precedenti della OSS, con più di 10 ore di contenuti registrati fruibili a piacimento entro la fine del 2012.
Ledig House intervista Anna Mioni
October, 25 2011 – Ledig House is home to one of the nation’s only international writers’ residencies. Every year, two dozen critically acclaimed writers and translators from around the world visit the Ledig House, where they work on their individual projects and learn from their fellow writers. And for the past three years, we’ve been privileged to have some of their residents visit Rochester and read from their work.
This year’s event includes: Mads Mygind (Denmark), author of several poetry collections and the founder of the Verbale Pupiller poetry festival; Chika Unigwe (Nigeria/Belgium), a former Rockefeller Foundation Fellow and author of “On Black Sisters Street”; and Anna Mioni (Italy), translator of more than fifty novels and works of non-ficiton.
Associazione Griò – Traduzione editoriale ha intervistato Anna Mioni
Alla Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna Associazione Griò – Traduzione editoriale ha intervistato Anna Mioni, una degli autori de “Il mestiere di riflettere”, presentato presso lo spazio Centro Traduttori il 23 marzo 2009
Articolo sulla residenza per artisti Tyrone Guthrie Centre in Irlanda
Articolo sulla residenza per artisti Tyrone Guthrie Centre ad Annaghmakerrig in Irlanda,uscito sulla rivista Traducendo Mondi della Sezione Traduttori del Sindacato Nazionale Scrittori.
Una villa in Irlanda per i ‘cottimisti della letteratura’
Il Tyrone Guthrie Centre di Annaghmakerrig, nella campagna settentrionale dell’isola, offre ospitalità non soltanto a scrittori e traduttori, ma anche a pittori, scultori e musicisti, in maggioranza locali. L’organizzazione della permanenza è assai flessibile e in sostanza ci si deve autogestire. L’unico appuntamento collettivo fisso è la cena, che diventa un momento prezioso di confronto con i colleghi, un aiuto a superare la condizione di isolamento della professione, prima di rientrare in camera per macinare altre cartelle da tradurre.
Nel marzo 2006 ho avuto la fortuna di poter soggiornare al Tyrone Guthrie Centre di Annaghmakerrig in Irlanda, grazie ai bandi di concorso dell’Irish Translators’ and Interpreters’ Association che esistevano allora.
Per la mia crescita lavorativa ritengo essenziale mantenere un contatto vivo con ambienti di lingua anglosassone, idealmente in un contesto internazionale. Trovo che mi arricchisca nel bagaglio culturale e nello spirito, e cerco di vivere queste esperienze all’estero ogni volta che posso, lavorando per qualche settimana nelle residenze per artisti e traduttori, che offrono la possibilità di raccogliersi a tradurre nella concentrazione assoluta, e dove la nazione ospitante spesso promuove la sua letteratura e il suo mondo editoriale e artistico. Se la residenza si trova in un territorio in cui si parla la lingua da cui traduciamo, quindi, rappresentano anche un’ottima occasione per raccogliere idee e aggiornamenti.
I luoghi che offrono residenze sono diversi tra loro, ma hanno quasi tutti in comune, oltre all’aspetto di confronto costante con altre culture, il fatto di trovarsi in luoghi remoti non inseriti nel tessuto urbano, e riducono quindi la possibilità di divagare e distrarsi. In molti casi il loro lato più prezioso è che tutta la parte logistica della vita (pasti, incombenze domestiche) rimane a carico della struttura, e ci si può preoccupare quasi solo di dedicarsi a tradurre indisturbati nella propria stanza, spesso in ambienti meravigliosi e di pregio: come è appunto il Tyrone Guthrie Centre, villa nella campagna irlandese settentrionale, a fianco di un lago, con quadri, tappeti e mobili antichi (lascito testamentario di un celebre attore teatrale), che dal 1981 ospita artisti di ogni disciplina, alcuni nella villa principale, altri in casette sul retro.
Accolta dall’Irlanda con una tempesta di neve a Dublino, dopo un lungo viaggio in autobus giungo alla mia destinazione, quasi al confine con l’Irlanda del Nord. Mi è toccata la stanza che era della moglie del padrone, dieci metri per dieci, letto matrimoniale, chaise-longue, vista sul lago. Stare a tavolino diventa un vero piacere; persino un bambino che soffre di deficit d’attenzione riuscirebbe a concentrarsi in un contesto così magnifico.
Siamo in tanti, come al solito di tutte le età ma non solo scrittori e traduttori: anche pittori, scultori e musicisti, in maggioranza irlandesi. Quanto agli orari, tutto è molto flessibile e in sostanza ci si deve autogestire, nessuno si occupa di organizzare le giornate dei residenti: unico appuntamento collettivo è la cena, allietata dai manicaretti splendidi delle quattro cuoche; poi si prova a smaltire gli eccessi alimentari con passeggiate quotidiane. Nel ripostiglio ci sono stivaloni di gomma per tutti, che è tassativo indossare se si esce dalla villa.
La natura intorno è selvaggia ma un po’ ingrata, dicono che queste terre d’inverno si allagano e quindi non sono adatte alle coltivazioni. È una stagione in cui gli animali si nascondono, mi spiegano, perché sono nelle fasi finali della gravidanza e fra un paio settimane usciranno con i cuccioli neonati, che non vedrò perché sarò già ripartita. Di notte il vento fischia forte come non mi è mai capitato di sentirlo. L’ultima notte della mia residenza sarò da sola nella villa, prima che arrivi un nuovo gruppo di ospiti, e il pensiero mi inquieta non poco, ma alla fine sopravviverò.
Oltre a me altri tre residenti sono traduttori: una lituana, uno spagnolo e un israeliano che ho già conosciuto in una residenza americana. Gli altri sono per la maggior parte scrittori e artisti figurativi irlandesi, ai quali andrà ad aggiungersi un contingente musicale nella seconda settimana. Dopo cena si parla di letteratura, di arte e di politica, ma non solo: si possono visitare gli studi degli artisti, si fanno jam session musicali o giochi di società, e rare volte ci si spinge fino al paese più vicino. Gli altri artisti hanno sempre il tempo per evadere; noi traduttori invece, come ho constatato durante le mie residenze all’estero, siamo i più oberati di scadenze e i meno spensierati, spesso costretti a rientrare in camera dopo cena per rispettare l’obiettivo di pagine prefissato. Insomma, siamo i cottimisti della letteratura: gli altri creano liberi da pensieri, e noi maciniamo cartelle con l’orologio alla mano. Certo, parlo di chi deve vivere di traduzione e non di chi la esercita solo saltuariamente.
Durante la residenza è prezioso potersi confrontare con i colleghi traduttori sulla situazione lavorativa negli altri paesi (in Lituania ovviamente stanno peggio di noi, in Spagna e in Israele ci sono condizioni più o meno analoghe all’Italia); e avere decine di madrelingua a disposizione per tormentarli con i nostri dubbi linguistici (per quanto io cerchi sempre di non esagerare). Ma soprattutto è preziosa la condivisione: toccare con mano che siamo in tanti ad avere in comune la solitudine del processo creativo, e discuterne i meccanismi durante una cena conviviale, aiuta a superare l’isolamento delle nostre professioni, a creare solidarietà tra le varie categorie, e magari anche a costruire belle amicizie che potranno accompagnarci in futuro.
Anna Mioni
Il Venerdì di Repubblica intervista alcuni traduttori letterari…
Il Venerdì di Repubblica intervista alcuni traduttori letterari…
…tra i quali la sottoscritta, nell’agosto 2009.
L’articolo, di Matteo Nucci, si può leggere o scaricare a questo link.

