Autore: AnnaMioni
Leggere, tradurre, pubblicare non è La via più facile
StradeStream #6 – Incontri con la filiera #5 – Anna Mioni (ADALI)
Anna Mioni racconta ai soci di STradE della neocostituita ADALI (Associazione degli Agenti Letterari Italiani)
Anna Mioni intervistata da Maristella Petti – Insula Europea
Condividiamo con grandissimo piacere questa intervista ad Anna Mioni, rinomata traduttrice letteraria dall’inglese e dallo spagnolo, fondatrice dell’agenzia letteraria AC2 Literary Agency, ma soprattutto nostra stimata docente.
Come si destreggia un traduttore letterario (di tutto rispetto) nel 2018? Che rapporto ha con le case editrice e con gli autori? Esiste l’”intraducibile”?
Sono solo alcune delle affascinanti (quanto complesse) domande a cui ha risposto Anna Mioni in merito al suo stimato lavoro di traduzione letteraria, e non solo. Link e spunti di riflessione sul futuro digitalizzato dell’editoria, sul lavoro di agente letterario (http://www.ac2.eu/intervista-angolo-lettura/), alcune considerazioni sui diritti dei traduttori passando per le associazioni AITI e STRADE e, non da ultimo, anche un’idea per un argomento tesi davvero tosto.
Insomma, questa intervista non ve la dovete perdere.
www.insulaeuropea.eu/2018/09/03/maristella-petti-intervista-anna-mioni
https://www.ssml.eu/corso-di-laurea/anna-mioni-intervistata-da-maristella-petti-insula-europea/
Tradurre in italiano Lester Bangs, Douglas Coupland, Tom McCarthy, Jon McGregor e altri. Un’intervista con Anna Mioni
Tradurre in italiano Lester Bangs, Douglas Coupland, Tom McCarthy, Jon McGregor e altri. Un’intervista con Anna Mioni
Librobreve intervista #61

Prosegue la serie di interviste ai traduttori, che fra l’altro sono fra i post più letti di Librobreve, quasi a segnalare un beffardo distacco tra l’interesse che l’argomento suscita e il disinteresse con il quale la voce “traduttori” è trattata da un certo universo di editori. Oggi è Anna Mioni a rispondere alle domande. Padovana, laureata in italianistica, traduce principalmente dall’inglese e dallo spagnolo. La traduzione tuttavia non è il solo versante del lavoro editoriale che la vede o l’ha vista impegnata, dal momento che si è occupata anche di diritti, revisioni e scouting. Insegna traduzione al “Master Tradurre la Letteratura” di Misano (RN) e alla “Scuola Superiore per Mediatori Linguistici” di Vicenza, e ha tenuto inoltre seminari per l’Associazione “Griò” e online per la “European School of Translation”. Questo il suo sito personale mentre questo è il sito di AC² Literary Agency, agenzia che ha fondato e che rappresenta.
LB: Qual è l’ultimo libro su cui ha lavorato? Ce lo può brevemente raccontare?
R: In occasione dei 60 anni della casa editrice Feltrinelli, mi è stata assegnata la traduzione di La dolce luce del crepuscolo di Richard Seaver, l’autobiografia di una figura cardine del mondo editoriale che dovrebbe essere una lettura obbligatoria per chi lavora nell’editoria. Si parla dei protagonisti principali della letteratura del Novecento in Francia e negli USA, tutti transitati per le varie sigle editoriali curate da Seaver.
LB: Il suo tavolo di lavoro è abbastanza ordinato quando traduce o preferisce un “normale disordine”? Potrebbe descrivere il “posto del traduttore”? Sente il corpo rilassato o in tensione quando è alle prese con un lavoro di traduzione?
R: Il mio tavolo di lavoro è il computer, dato che uso dizionari online e su CD, e a volte anche un programma di dettatura. Il posto del traduttore è ovunque si possa posare un computer, a casa e in giro. Grazie a una serie di accorgimenti ergonomici di solito quando lavoro a casa il mio corpo è rilassato, ma a volte si tende quando la ricerca di una soluzione traduttiva è più difficile del solito.
LB: Passa qualche differenza (o è necessaria qualche precauzione) quando si traduce un libro che si ama rispetto a quando si traduce un libro con il quale si è meno in sintonia?
R: La precauzione necessaria è quella di comportarsi in maniera professionale, e quindi non fare alcuna differenza tra libri che si amano o no, se dobbiamo occuparci di tradurli.
LB: Anche il mondo della traduzione ha ormai i suoi “topos”, ovvero quegli argomenti immancabili che sempre saltano fuori quando se ne parla. C’è però a suo avviso un tema o un problema che quasi mai emerge? Se sì, quale? E perché non se ne parla a sufficienza?
R: Il problema più taciuto secondo me è quello delle traduzioni che non funzionano e vengono pesantemente riaggiustate in redazione: capita perché, per diversi motivi, tra i quali anche l’urgenza o logiche economiche, si finisce con l’affidare il lavoro ad un traduttore non adatto a quel libro.
Spesso all’esterno nessuno viene a saperlo, e può capitare che qualcuno lavori su certi testi per i quali è inadatto, grazie alle “pezze” che gli mettono i redattori e i revisori, con la logica conseguenza di escludere traduttori che sarebbero più capaci su quel testo.
Per questo sarebbe essenziale fare sempre una prova di traduzione per ogni libro, perché nessun traduttore è in grado di tradurre tutto. Io non mi offendo mai quando me la chiedono, anzi spesso la sollecito.
E quindi si dovrebbe parlare di più della qualità delle traduzioni, anche confrontandole con l’originale, specie nelle recensioni. Non basta il solo giudizio sulla scorrevolezza dell’italiano, se magari è stato travisato il significato del testo originale.
LB: Può comportare qualche differenza il modo di lavorare e tradurre per conto di un editore rispetto a quello per conto di un altro editore (al di là di differenti norme e consuetudini redazionali)?
R: Se l’editore instaura un dialogo costruttivo con il traduttore, lo mette in contatto con l’autore e il revisore, discute serenamente le varie scelte, il nostro lavoro è più sereno e rilassato. Invece, se siamo pagati poco o non sappiamo se la retribuzione arriverà puntuale, la tensione che si genera influisce negativamente sulla qualità del lavoro. Ma è ovvio che la qualità del lavoro sia legata non solo ai rapporti umani, ma anche a quelli contrattuali.
LB: Propone lei dei titoli agli editori talvolta oppure le vengono sempre commissionate delle traduzioni?
R: Traduco soprattutto dall’inglese, quindi è molto difficile scoprire libri che non siano già stati proposti agli editori da scout o agenti letterari.
LB: E per finire vorrei sapere cosa vorrebbe tradurre, adesso, se le venissero lasciati cinque secondi per scegliere e buttare un titolo (la prima opera che le viene in mente)? Grazie.
R: How to build a girl, di Caitilin Moran (ma ho contattato il suo editore precedente per propormi, non sapendo che era stato acquistato da un altro, e la traduzione era già stata assegnata).
Post di Alberto Cellotto
Intervista alla nostra docente Anna Mioni
Anna Mioni: “Per una buona traduzione è necessario saper scrivere bene in italiano”
La nostra docente Anna Mioni è stata intervistata da “La Matita Rossa”, e ha raccontato cosa significhi per lei tradurre, dispensando anche qualche utile consiglio a chi si appresta ad entrare nel mondo della traduzione.
https://traduzione-editoria.fusp.it/notizie/intervista-alla-nostra-docente-anna-mioni_54.html
Buongiorno Anna, parliamo un po’ di te. Traduci prevalentemente narrativa o saggistica? Vuoi nominare qualche opera da te tradotta?
Traduco prevalentemente narrativa angloamericana contemporanea, con l’eccezione di qualche libro di saggistica o biografie di settori nei quali sono competente (musica rock, arte contemporanea, cinema, letteratura). Ho tradotto quasi settanta libri in ventun anni di attività. Tra i narratori di cui mi sono occupata di recente ci sono Joyce Maynard, Ling Ma, Tom McCarthy, Nell Zink, Lester Bangs, Jon McGregor, Sam Lipsyte; nell’ambito della saggistica musicale ho tradotto le biografie di Johnny Marr, e con altri colleghi quelle di Phil Collins e di Morrissey (quest’ultima mai uscita in lingue diverse dall’inglese, per volere dell’autore). Da qualche anno ho anche una mia agenzia letteraria internazionale ,AC2 Literary Agency , e insegno traduzione in vari corsi di laurea e post laurea di università statali e SSML private.
Come ti organizzi nel tuo lavoro? Esiste un modus operandi?
Non esiste un modus operandi uguale per tutti, in una professione che si svolge prevalentemente da soli. L’importante è il risultato finale, quindi ognuno lo raggiunge con il metodo che gli è più consono.
Per quanto riguarda me, cerco di dividere il numero di pagine del libro che devo tradurre per il numero di giorni che ho a disposizione, lasciandomi una settimana buona alla fine per rivedere il lavoro prima di consegnarlo, e tenendomi larga in caso di imprevisti. Cerco di rispettare questa scaletta in modo da consegnare con puntualità. Mentre lavoro consulto dizionari monolingue, bilingue, di slang, dei sinonimi (prevalentemente in formato elettronico) e altre risorse online attendibili e certificate.
Come entri in contatto con nuovi committenti?
A volte sono loro a cercarmi, perché hanno acquisito un autore su cui ho già lavorato, o perché hanno sentito parlare bene del mio lavoro. Altre volte sono io a contattarli, agli eventi del settore o in altre occasioni, dando la mia disponibilità nei periodi in cui sono libera. Inoltre ho vari spazi in rete (sito, pagina LinkedIn, eccetera) dove tengo una vetrina del mio lavoro.
Qual è la cosa che ami di più di questo lavoro? E quella che ami di meno?
Della traduzione amo di più la varietà: ho scelto questo lavoro anche perché mi stufo facilmente e invece traducendo non ci si annoia mai, è come se si cambiasse lavoro con ogni nuovo libro che traduciamo.
Quella che amo di meno è lo scarso riconoscimento economico. È un lavoro difficilissimo, poche persone in Italia sono in grado di farlo bene, ed essere pagati cifre così basse, che non aumentano con l’anzianità (mentre invece, con gli anni, la competenza aumenta) è quasi offensivo.
C’è un autore che sogni di tradurre, o un romanzo in particolare?
Ormai dall’inglese non rimane quasi più nulla che non sia stato tradotto, se non i romanzi che devono ancora essere pubblicati. Sogno di tradurre sempre libri di qualità, e in particolare mi piacerebbe ritradurre qualche classico moderno, specie uno che richieda un lavoro particolare sulla voce e la lingua dell’autore, o su linguaggi specifici.
Per chiudere, che consiglio daresti a chi vuole entrare nel mondo della traduzione?
La preparazione offerta dai normali cicli di studi non è sufficiente. L’editoria è un mondo lavorativo che richiede di conoscerlo bene per entrarci. Quindi è necessario prima di tutto documentarsi sugli editori italiani, su cosa pubblicano e cosa traducono; per fare questo si possono frequentare le varie fiere del libro sul territorio nazionale, dove spesso si tengono anche conferenze e dibattiti sulla traduzione che sono utilissimi a chi vuole intraprendere questa carriera. Inoltre è necessario scrivere bene in italiano ed essere dei lettori avidi, sia di libri in italiano che di buone traduzioni: è impensabile proporsi per tradurre narrativa o saggistica se non padroneggiamo bene quel registro linguistico, o non ci piace leggere, o scriviamo male in italiano. Se dopo queste verifiche capiamo di essere adatti, si possono frequentare alcuni dei tanti corsi disponibili tenuti da professionisti che lavorano nell’editoria; alcuni atenei più illuminati stanno riconoscendo le loro competenze, chiamandoli a condividere le loro esperienze pratiche con gli studenti, e quindi ora si può seguire qualche corso di questo tipo anche nelle università statali e non solo in corsi privati.
Intervista ad Anna Mioni, traduttrice di SENZA PELLE di Nell Zink
Senza pelle si inserisce in un filone della letteratura contemporanea (da Annie Ernaux a Jenny Offill, gli esempi sono tanti) caratterizzato da scrittrici che raccontano una storia attraverso una narratrice interna, che talvolta ha molto in comune con loro: cosa caratterizza e distingue secondo te il romanzo d’esordio di Nell Zink?
La prima cosa che salta all’occhio: l’autrice non fa niente per renderci simpatica la narratrice, facendo saltare così il meccanismo della potenziale identificazione del lettore con il protagonista. Tiffany è volutamente superficiale, incostante, antipatica. Ma, tramite la sua osservazione della natura, ci apre squarci originali e impensati sul comportamento umano. In questo romanzo molto breve si toccano temi profondi e importanti, in modo più fulminante e condensato di un testo lungo. C’è inoltre un sottotesto filosofico molto forte, ricco di riferimenti, che una persona con una cultura in quel campo dovrebbe cogliere all’istante, anche se è usato in modo da non ostacolare la lettura a chi invece non lo conosce.
Per minimum fax avevi già tradotto altre opere: le hai proposte tu alla casa editrice o sono stati loro ad affidartele? Come hai “incontrato” Senza pelle della Zink e quali difficoltà specifiche ha comportato la sua traduzione (oltre, suppongo, a doversi studiare i rudimenti di ornitologia)?
Quando si traduce dall’inglese è virtualmente impossibile riuscire a proporre un libro da tradurre a una casa editrice: nella maggior parte dei casi gli editori ricevono i libri da agenti italiani o stranieri ben prima della pubblicazione all’estero. Quindi è stata minimum fax a scegliere quali libri affidarmi, basandosi sui registri che mi riesce meglio tradurre e, per i libri musicali, sulle mie competenze in materia.
Le difficoltà di traduzione nel libro della Zink sono state prima di tutto le numerose citazioni letterarie e musicali nascoste nel testo, che in alcuni casi ho smascherato da sola; altre volte, nei casi in cui era necessario un background specifico per notarle, è stata l’autrice a segnalarmele perché non aveva lasciato indizi riconoscibili della loro presenza. Inoltre, l’autrice vive in Germania da molti anni e a volte usa espressioni tradotte di peso dal tedesco, però le segnala quasi sempre. Ma in generale il traduttore esperto ha l’orecchio allenato a queste anomalie del testo e le nota subito, e quando non riesce a risolvere l’enigma con i suoi mezzi consulta l’autore.
Quanto ai riferimenti al mondo dell’ornitologia e del bird watching, in realtà non si tratta tanto di difficoltà, quanto della prassi normale per un traduttore professionale: documentarsi sugli argomenti trattati dal testo e cercare le migliori fonti (e, se necessario, gli esperti) da consultare per renderle in modo equivalente in italiano. Non è un’eccezione, ma la normalità del nostro lavoro, quando viene svolto con scrupolo.
Ti occupi di traduzioni letterarie dall’inglese e dallo spagnolo da circa un ventennio: come hai iniziato e quando hai deciso di farne la tua professione?
Ho cominciato a tradurre per gioco e per passione molto presto, già durante la scuola dell’obbligo. Ho capito che poteva diventare il mio lavoro quando, poco dopo la laurea, su «Repubblica» vidi l’annuncio di un Master in traduzione letteraria all’Università di Venezia. Dopo il Master la fortuna volle che un editore di Padova, il gruppo Aries (Franco Muzzio editore e Arcana editrice) cercasse uno stagista per tradurre e impaginare un libro. Fu così che pubblicai la mia prima traduzione, In Marocco di Edith Wharton; poi l’editore decise di tenermi in redazione con un contratto. Lì cominciò la mia carriera di traduttrice e redattrice.
Non troppo tempo fa l’insolvenza di ISBN nei confronti dei suoi collaboratori ha fatto esplodere il caso della difficoltà dei traduttori (e non solo) di riscuotere i propri compensi: capita spesso di dover sollecitare i pagamenti? Negli ultimi anni cosa è cambiato nel mondo editoriale italiano per i professionisti che vi gravitano intorno?
Capita molto spesso di dover sollecitare i pagamenti, che comunque hanno tempi già di per sé dilatati (da due a quattro mesi); a volte ci sono editori che non pagano perché affrontano periodi difficili. Alcuni si rimettono in pari, altri falliscono lasciando i creditori con il cerino acceso in mano. Negli ultimi anni le condizioni di lavoro sono peggiorate di molto per i professionisti dell’editoria. Abbiamo assistito a una combinazione di fattori: per chi lavorava in redazione, la riduzione all’osso dei dipendenti interni e l’appalto all’esterno di servizi che una volta venivano gestiti in casa editrice; per chi traduce, l’afflusso sul mercato di schiere di aspiranti, disposti a lavorare gratis o sottopagati pur di firmare una traduzione, svendendo la propria professionalità. Questo, in combinazione con la crisi, ha prodotto un abbassamento delle tariffe, che rimangono pressoché invariate, o aumentate di poco, rispetto anche a dieci o quindici anni fa. Se si tiene conto che nel compenso di una traduzione non sono comprese previdenza, ferie e malattia, si capisce quanto sia poco sostenibile il lavoro di traduttore pagato alle tariffe di oggi.
Quanto viene pagato mediamente a cartella un traduttore?
La tariffa minima per poter sopravvivere in modo dignitoso è stata identificata da più fonti tra i 10 e i 12 euro a cartella; all’apice della carriera è difficile arrivare ai 20 per le lingue più diffuse. In giro c’è chi si svende a 3 o a 5 euro a cartella, un compenso che non ripaga nemmeno l’elettricità usata per accendere il computer.

Com’è nata e di cosa si occupa la AC² Literary Agency? Quali sono gli editori con cui collaborate?
Negli anni ho lavorato in due case editrici; nella seconda, Alet, che purtroppo non esiste più, mi sono occupata dell’ufficio diritti e ho pensato che mi sarebbe piaciuto dare il mio contributo allo scambio internazionale di testi da pubblicare. Avrei voluto aprire l’agenzia subito dopo la fine dell’incarico da Alet, ma non avevo i fondi necessari per gestire un ufficio basato sugli invii cartacei come si usava allora. Appena è stato possibile lavorare solo in digitale, ho lanciato il progetto. Sono partita da una selezione di italiani e stranieri conosciuti personalmente; poi, con la costante presenza alle fiere internazionali, sto allargando il raggio d’azione. Al momento AC² Literary Agency rappresenta autori ed editori italiani all’estero, e agenzie letterarie ed editori esteri in Italia. Per quanto riguarda gli italiani, rappresento soprattutto narrativa e saggistica. Per gli stranieri, libri di ogni tipo, anche illustrati e manuali.
Gli editori italiani che promuoviamo all’estero, anche grazie alla nostra rete di coagenti, sono Artebambini, CasaSirio, GEM/Mesogea, Hacca, Las Vegas, Neo, Matilda (ex Mammeonline), Miraggi, Panda, Pendragon, più altri solo per alcuni territori specifici.
Tra gli editori stranieri più rappresentativi ci sono il gruppo editoriale Leya, tra i più grossi del Portogallo; Jacaranda, un editore inglese attento alla letteratura del melting pot; gli americani Lerner Books – editore di libri per bambini e ragazzi – e North Atlantic Books, con uno sterminato catalogo di discipline new age e medicina olistica (è l’editore di Rob Brezsny); il gruppo franco-canadese HMH-Hurtubise; i norvegesi di Cappelen Damm, e molti editori di libri illustrati di qualità dell’Europa Orientale per bambini e ragazzi. Ma ho in catalogo libri indiani, egiziani, neozelandesi, australiani.
Quanto agli autori italiani, sono troppi per citarli tutti qui: vi rimando all’elenco completo, e alle news sul mio sito per gli annunci che riguardano i loro libri e presentazioni. Anche la pagina Facebook dell’agenzia riporta inviti e aggiornamenti in tempo quasi reale.
Come mai è così difficile per la letteratura nostrana riscuotere interesse oltre confine?
Il primo ostacolo è la lingua: pochi editor stranieri conoscono l’italiano, e pochi editori hanno un budget sufficiente a pagare lettori esterni per leggere manoscritti in italiano. Già questo esclude gran parte dei materiali che non abbiano degli estratti tradotti in inglese o in un’altra lingua conosciuta. A meno che l’editore, o l’autore in prima persona, non investano nel far tradurre l’opera in inglese, o un suo estratto, da un traduttore letterario madrelingua inglese. In quei casi si riesce almeno a far leggere il libro dagli editori; in alcuni casi fortunati, come il nostro Francesco Verso con un editore australiano, anche a farlo pubblicare.
Un altro ostacolo è che in molti paesi esteri la percentuale di libri tradotti è molto più bassa della nostra: si aggira sul 3%, mentre noi ci attestiamo intorno al 20%. L’italiano non è una lingua diffusa e importante quanto lo sono altre, quindi non è per forza la prima scelta quando si tratta di scegliere un libro straniero da tradurre.
Spesso gli unici libri italiani che vengono tradotti all’estero sono i classici, i best seller, i vincitori di premi prestigiosi, e solo in rari casi libri proposti da un critico letterario o da un esperto del settore, spesso grazie a finanziamenti ricevuti per la pubblicazione.
Per concludere, quali sono le opere contemporanee che hai apprezzato maggiormente come lettrice?
Fare queste domande agli addetti ai lavori significa metterli in serie difficoltà di conflitto di interessi. Per essere equanime, ti cito alcuni libri con i quali non ho niente a che fare dal punto di vista lavorativo, e che sono tra quelli che ho apprezzato nell’ultimo periodo; tra gli stranieri Città in fiamme di Garth Risk Hallberg e Il cardellino di Donna Tartt, che però ho letto in inglese perché raramente riesco ad avere la pazienza di aspettare le traduzioni italiane. Tra gli italiani, ho apprezzato la satira sociale di Daniela Ranieri e di Michele Masneri, Effetto domino di Romolo Bugaro.
La traduzione editoriale – STL intervista Anna Mioni
Come sei arrivata al mondo della traduzione editoriale, e quali consigli daresti a che volesse intraprendere la stessa strada?
Il rapporto con la traduzione non è qualcosa che si inizia, ma lo si ha dentro dalla nascita. Io ho cominciato a tradurre per gioco molto presto. Non avevo mai pensato che questa passione potesse diventare una professione; capii che era possibile quando, alla ricerca di un lavoro subito dopo la laurea in Lettere, vidi l’annuncio di un master in Traduzione letteraria dall’inglese all’Università di Venezia. Mi presentai subito alla selezione e fui ammessa. Dopo il Master la fortuna volle che un editore della mia città cercasse uno stagista per tradurre e impaginare un libro. Fu così che pubblicai la mia prima traduzione; poi l’editore decise di prolungarmi il rapporto di lavoro con un contratto da redattrice interna. Da lì cominciò la mia carriera nel mondo editoriale.
Questo esempio serve a dimostrare che il percorso formativo per i traduttori letterari non è univoco. Molti traduttori editoriali sono persone laureate in varie materie che conoscono bene le lingue straniere. Alcuni non hanno completato l’università. Inoltre è un mestiere in cui si può entrare a qualsiasi età, anche dopo altri percorsi professionali. La traduzione per il mercato editoriale è orientata alla committenza, e quindi è un tipo di professionalità molto più pratica che teorica, che si acquisisce prevalentemente stando “a bottega” da chi lavora già nel campo editoriale. Una volta questo processo si svolgeva nelle redazioni; ora le redazioni sono praticamente svuotate, quindi l’unico modo di fare apprendistato nella traduzione editoriale è frequentare corsi tenuti da traduttori professionisti, partecipare ad appuntamenti collettivi come le fiere del libro o le Giornate della Traduzione e del Traduttore, e leggere manuali scritti da traduttori esperti.
Tu sei anche agente letterario; quanto conta per un traduttore essere aggiornato sul panorama editoriale nazionale e internazionale?
Per quanto riguarda le lingue più diffuse, i diritti di traduzione dei libri vengono acquistati dagli editori italiani quando ancora sono allo stadio di bozza, se non addirittura di proposta. Ormai è molto difficile che un traduttore possa proporre a un editore un libro che non gli sia già stato presentato mesi prima dai vari agenti letterari o dagli editori stranieri. Può capitare se si tratta di letterature poco frequentate e al di fuori dei circuiti commerciali. Quindi ha senso essere aggiornati sul panorama editoriale internazionale, ma non è necessario approfondire troppo se si lavora con letterature di lingue molto comuni. Può essere utile, invece, se si traduce da lingue minori: in quel caso c’è spazio per fare le proprie proposte editoriali agli editori.
Invece è fondamentale essere ben documentati sul panorama dell’editoria nazionale, per saper fare proposte mirate e per identificare le tendenze in atto. Inutile aggiungere, poi, che per essere un buon traduttore è necessario essere anche un lettore avido, non solo nella lingua da cui si traduce, ma anche in italiano. Quindi si deve conoscere bene la letteratura italiana e avere un solido bagaglio di letture alle spalle.
Quanto è importante, a tuo parere, esercitarsi a tradurre prima di proporsi al mercato editoriale, e quanto contano autoformazione e autovalutazione?
Chi non è in grado di scrivere bene in italiano avrà serie difficoltà nella traduzione di un testo letterario, quindi prima di tutto è necessario esercitarsi a scrivere bene in italiano, scrivendo e leggendo molto.
Per la traduzione editoriale la competenza prima e fondamentale è la sensibilità letteraria, che si acquisisce e si affina con gli anni, anche in proprio.
Però quando si produce un testo proprio, che sia una traduzione o un originale, è difficile autovalutarsi se non si lascia trascorrere del tempo tra il momento della scrittura e quello della valutazione. E, in ogni caso, al nostro occhio di autori sfuggirà sempre qualcosa: per questo servono le figure di valutazione esterna, come il docente di traduzione o il revisore della casa editrice.
Come intendi procedere nella parte laboratoriale del seminario di STL?
Si darà modo a ogni corsista di correggere la sua traduzione secondo le direttive della docente, cercando di lavorare insieme sui punti più importanti per la committenza editoriale. Non solo un testo senza errori quindi, ma anche un testo che soddisfi le norme redazionali e la scorrevolezza, per esempio. Si ragionerà sugli strumenti di lavoro, anche su internet, usandoli insieme. Il corso intende supplire alla mancanza di occasioni per acquisire stando “a bottega” le competenze relative alla nostra professione.
Che tipo di testi proporrai ai partecipanti del seminario di STL?
Nell’ambito della letteratura angloamericana contemporanea, proporrò dei testi che riassumano in sé il maggior numero possibile di problemi che un traduttore si potrebbe trovare davanti quando lavora per un editore.
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Anna Mioni dal 1997 ha tradotto quasi sessanta libri dall’inglese e dallo spagnolo per importanti editori italiani. Tra gli autori che ha amato di più tradurre ci sono Edith Wharton, Jonathan Coe, Douglas Coupland, Lester Bangs, Tom McCarthy, Sam Lipsyte, Jon McGregor, Ben Brooks, Daniel Handler, Luc Sante… È tra i segnalati al Premio Monselice per la traduzione nel 2008 e 2009. Ha lavorato nelle redazioni di Aries (Franco Muzzio Editore, Arcana) e Alet Edizioni. Per tredici anni è stata bibliotecaria digitale part-time. Insegna traduzione dall’inglese al Master “Tradurre la Letteratura” della FUSP di Misano Adriatico (RN) e al Master in traduzione editoriale e tecnico-scientifica della SSML di Vicenza e tiene seminari e conferenze dal vivo e online. Nel marzo 2012 ha lanciato la sua agenzia letteraria internazionale, AC² Literary Agency.
Voci dal mondo dei traduttori
Il mestiere di tradurre – una chiacchierata con Anna Mioni (1/2)
Grafemi: Come è iniziato il tuo rapporto con la traduzione? Riesco a immaginare qualcuno che si mette a scrivere poesie, un diario, un racconto, senza domandarsi per chi lo sta facendo. Tradurre un testo, invece, è un’attività onerosa, complicata, impegnativa: come ti sei avvicinata a questa attività? Quand’è che hai capito che questa era la tua strada?

Anna Mioni: Tradurre è un talento molto simile a una malattia cronica di cui non ti puoi liberare: il rapporto con la traduzione non lo inizi, ce l’hai dentro dalla nascita, temo. A un certo punto emerge. Io ho cominciato a tradurre per gioco molto presto, quando la maestra delle elementari di mio fratello gli insegnò lo spagnolo; mi misi a impararlo insieme a lui, e mi accorsi subito che il volume di traduzioni degli Inti Illimani con testo a fronte sbagliato conteneva molti errori, e cominciai a correggerli a matita. Avevo otto anni. E appena mi innamorai dell’inglese, alle scuole medie, cominciai presto a tradurre i testi delle canzoni che più amavo (sorvoliamo sui risultati, a quell’età). Si può dire che per me la musica è la chiave principale per avvicinarmi a una lingua straniera.
Ho capito che potevo tradurre per professione quando, alla ricerca di un lavoro vero subito dopo la laurea, su Affari e Finanza di Repubblica vidi l’annuncio di un Master in traduzione letteraria dall’inglese all’Università di Venezia. Mi presentai subito alla selezione e fui ammessa. Per la prima volta scoprii che quello che avevo sempre fatto per passione poteva diventare un mestiere.
Dopo il Master la fortuna volle che un editore di Padova, il gruppo Aries (Franco Muzio editore e Arcana editrice) cercasse uno stagista per tradurre e impaginare un libro. Fu così che pubblicai la mia prima traduzione, In Marocco di Edith Wharton; poi l’editore decise di prolungarmi il rapporto di lavoro con un contratto. Da lì cominciò la mia carriera di traduttrice.
G: Sono curioso di capire come funziona, in concreto, il rapporto tra l’editore, il traduttore e l’autore. Di solito come inizia un progetto di traduzione? E’ la casa editrice che ti contatta, o sei tu che proponi un libro che ti è piaciuto? L’autore del testo originale ha qualche voce in capitolo? Ti è mai capitato di contattare un autore per chiedergli dei chiarimenti, delle delucidazioni, sul suo testo? E se sì, come si sono svolti questi contatti?
AM: Di solito i diritti di traduzione dei libri nelle lingue principali vengono acquistati dagli editori italiani quando ancora sono allo stadio di bozza, se non addirittura di proposta. Quindi ormai è molto difficile che un

traduttore possa proporre a un editore un libro che non gli sia già stato presentato mesi prima dai vari agenti letterari o dagli editori stranieri. Può capitare se si tratta di letterature poco frequentate e al di fuori dei circuiti commerciali, come quelle dei paesi post coloniali in inglese, per esempio; o quelle delle lingue straniere meno diffuse (“non veicolari”, in gergo tecnico). In linea di massima, comunque, almeno nell’85% dei casi il libro viene scelto a monte dall’editore, che cerca un traduttore solo dopo averne acquisito i diritti di traduzione per l’Italia.
La casa editrice contatta il traduttore che ritiene più adatto per il libro; nella situazione ideale, sottopone una prova a due o più traduttori, per vedere quale riesce a entrare meglio nelle corde del libro (non tutti possono tradurre tutti i libri: ogni traduttore ha il suo libro ideale, e viceversa. Se interessa approfondire, con il Sindacato Traduttori abbiamo stilato un Decalogo per il processo della lavorazione delle traduzioni), ma sempre più spesso non ce n’è il tempo, e il lavoro viene affidato a professionisti di cui si è apprezzato il lavoro in passato, ricorrendo alle prove solo per i traduttori nuovi da collaudare. Se l’autore del testo originale è già stato tradotto da te in passato e apprezza il tuo lavoro, può insistere tramite il suo agente perché sia tu a tradurlo. In alcuni casi si sono stati stabiliti rapporti proficui e duraturi tra autori e traduttori, che giovano di sicuro alla buona riuscita di una traduzione.
Se l’autore del testo che sto traducendo è vivo, capita di interagire via e-mail per alcuni chiarimenti: io cerco sempre di non abusare di questa disponibilità, e di ricorrervi solo se non trovo le risposte ai miei quesiti nelle numerose fonti che ho a disposizione. La situazione più tipica è quando una parola o un’espressione hanno 7-8 traducenti diversi: solo l’autore, a volte, può dirci con sicurezza quale accezione precisa intendeva usare. In alcuni casi con gli autori ci sono affinità anagrafiche, culturali e musicali, e se ci si conosce si finisce per rimanere in contatto e rivedersi ogni tanto per un caffè.
G: Da un punto di vista economico, si sa che gli scrittori guadagnano poco – sono rare le persone che riescono a mantenersi scrivendo romanzi o racconti. Per i traduttori come vanno le cose? E’ possibile vivere di traduzioni? Quante ore deve lavorare al giorno un traduttore per arrivare a fine mese? Pensi che lo Stato tuteli in modo adeguato i diritti di chi traduce?
AM: Per i traduttori letterari le cose sono sempre andate piuttosto male, tanto che spesso i traduttori affiancano un’altra professione alla traduzione (io stessa sono stata bibliotecaria part-time per tredici anni, e l’anno scorso mi sono licenziata per aprire la mia agenzia letteraria, AC² ). Le retribuzioni dei traduttori sfiorano a malapena la sussistenza (vedi le tariffe esposte nell’inchiesta appena condotta dalla lista Biblit), e per raggiungere un reddito dignitoso spesso si è costretti a lavorare anche il sabato e la domenica, quasi senza ferie. Aggiungiamo che non esiste previdenza e la malattia non è pagata. Per fortuna, con il sindacato Strade, abbiamo raggiunto un accordo con una mutua privata e riusciamo a tamponare le carenze legislative con questo strumento. Lo Stato da un lato tutela i diritti di chi traduce facendo sì che i traduttori godano di un’aliquota agevolata, e in generale esentando dall’IVA i proventi ricavati da diritti d’autore; dall’altro non riconosce in alcun modo ufficiale la nostra professione, né dal punto di vista dell’inquadramento contrattuale né da quello previdenziale e sanitario, esponendoci a una precarietà che una volta forse era più rara, ma ora purtroppo si sta allargando anche a molte altre categorie di lavoratori.
Grafemi: Come avviene, concretamente, la traduzione di un libro? Lo leggi dall’inizio alla fine e poi inizi a tradurlo dalla prima pagina, o lo traduci come un lettore che scopre la storia una pagina dopo l’altra?
Anna Mioni: Non esiste un metodo univoco per tradurre un libro, l’importante è il risultato finale. Quindi, ognuno traduce a modo suo: c’è chi fa una prima stesura molto grezza, riservandosi di intervenire una seconda e una terza volta per chiarire i dubbi e sgrezzare i significati, e chi come me cerca di avere una prima stesura che sia il più possibile esente da dubbi, per dover curare solo la correttezza stilistica durante la rilettura. All’inizio della carriera avevo spesso il tempo di leggere per intero un libro prima di iniziare a tradurlo, ora che lavoro con tempi sempre più serrati questo è praticamente impossibile. Inoltre, con il tempo ho scoperto che è meglio non conoscere a fondo tutto il libro quando si inizia a tradurlo, perché si rischia di esplicitare per il lettore italiano quello che l’autore ha voluto lasciare espressamente sottinteso. In ogni caso, con l’ultima rilettura si riesce a rivedere tutto il libro guardandolo in modo unitario.
G: Ci sono libri che hai odiato tradurre? Non servono i titoli: mi piacerebbe solo capire cosa può rendere pesante la traduzione di un libro – la lingua? La storia? E viceversa, ci sono stati dei libri la cui traduzione ti ha entusiasmato? In questo caso, possiamo citare dei titoli?
AM: I libri che odio tradurre sono quelli che vengono scelti dall’editore solo per la trama o perché appartengono a un filone “di moda”: spesso sono scritti talmente male che l’editore si aspetta che sia tu a riscriverli in un italiano accettabile. È un lavoro che va bene per quei traduttori che si sentono scrittori mancati, non per una come me che non ha alcuna velleità autoriale se non quella di essere il più fedele possibile alle intenzioni originarie dell’autore. Ragion per cui, per onestà cerco di non accettare incarichi di quel tipo. L’ho fatto quand’ero un’esordiente, ma ora cerco di evitarlo.

I libri che ho amato di più tradurre sono quelli con una lingua ricca e stimolante, e uno stile unico che ho dovuto riprodurre in italiano cercando risultati altrettanto creativi. Sono le fatiche più esaltanti per un traduttore. Esempi: l’ironia newyorkese di Sam Lipsyte (tre libri per minimum fax; presto mi metterò al lavoro sul quarto), l’avanguardia modernista di Tom McCarthy (tre romanzi tradotti, di cui l’ultimo, C, appena uscito per i tipi di Bompiani), le sperimentazioni linguistiche di Jon McGregor. Una delle sfide più interessanti è stata quella di rendere in italiano gli scritti del critico rock e gonzo journalist americano Lester Bangs, finora ritenuto intraducibile, che con la sua lingua pirotecnica e le sue recensioni originalissime ha dato forma al linguaggio della critica rock moderna. Non a caso, i suoi libri sono diventati dei long seller anche nella versione italiana.
G: Hai voglia di parlare della tua Agenzia Letteraria? Come funziona, che tipo di servizi offre?
AM: Per approfondimenti rimando al nostro sito, dove vengono esposti tutti i servizi dell’agenzia. Ho scelto di avere una presenza forte su internet e sui social network, contrariamente alle agenzie italiane vecchio stile, proprio per sottolineare il desiderio di lavorare in un modo diverso. La mia esperienza all’interno delle case editrici come editor e ufficio diritti mi ha fatto riflettere seriamente sugli aspetti di questa professione che secondo me si potevano migliorare: nel ventaglio di prestazioni che offriamo c’è un occhio di riguardo alla modernità, nella consapevolezza che non si può più lavorare nell’editoria ignorando i profondi cambiamenti apportati dal digitale, che non è “il nemico”, ma per esempio può offrire nuove possibilità per ridare vita ai libri che ora per problemi di distribuzione non trovano visibilità sugli scaffali.

Il servizio più innovativo dell’agenzia è l’assistenza nel percorso di auto-pubblicazione per gli autori che non vogliono più aspettare mesi prima di ricevere la risposta di un editore, con i tempi rallentati imposti dalla crisi del settore. Cominciano ora a uscire i primi e-book di cui abbiamo curato l’editing, offrendo agli autori quel servizio di filtro e di cura professionale che di solito si trova all’interno delle redazioni, e ottenendo così un prodotto finale sempre più simile a quelli proposti da una casa editrice, ma con modi più snelli e tempi più rapidi.
Non ci occupiamo solo di rappresentanza di autori italiani e stranieri, e di lettura e valutazione di manoscritti, ma offriamo anche servizi di editing per gli autori che vogliono rimaneggiare a fondo la propria opera con l’aiuto di un professionista, di fact checking e tutoraggio per chi ha bisogno di verifiche o di essere accompagnato passo passo nella stesura del proprio romanzo.
Offro anche i miei servizi di traduzione letteraria, ma non sono un’agenzia di traduzione, che è una cosa ben diversa: sono solo un’agente letteraria che è anche traduttrice, ma non smisto lavoro ad altri colleghi come fanno le agenzie.
G: Quest’anno andrai al Salone del Libro? Pensi che sia ancora un evento imperdibile?
AM: Ci andrò anche quest’anno come sempre da più di dieci anni a questa parte: è la manifestazione più importante d’Italia, che ogni anno si conferma tale.
Per chi lavora nell’editoria a tempo pieno è il luogo dove tutti gli specialisti del settore si incontrano per ben cinque giorni e dove si svolgono numerosi dibattiti sul mondo editoriale, tra cui anche gli appuntamenti dedicati ai traduttori con il format L’autore invisibile, di cui sarò ospite quest’anno.

Un particolare ignoto al grande pubblico ma molto importante per gli addetti ai lavori è che da qualche anno c’è una sezione a parte dedicata allo scambio di diritti, l’IBF, dove si svolgono incontri e trattative non-stop tra editori e agenti di tutto il mondo, come nelle grandi fiere internazionali. Quindi a livello di incontri e di aggiornamento professionale si tratta di un evento imperdibile.
Se dovessi ragionare come semplice lettrice, in confronto ad altre fiere Torino è sicuramente dedicata a un pubblico più ampio: si dà molto spazio agli autori o a star dello sport e della TV. Ha senso una visita per vedere gli stand degli editori più piccoli che hanno meno visibilità in libreria: spesso sono presenti di persona allo stand e si può parlare di libri con loro. Gli stand dei grandi gruppi si presentano più come vetrine espositive di tutta la loro produzione, ma per avere un dialogo diverso con i lettori bisognerebbe forse offrire spazi più intimi e differenziati, meno simili alle librerie di catena.
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Per chiudere la chiacchierata, “rubo” dal sito di Anna Mioni questa bellissima striscia di Quino, tradotta da Anna stessa, dove Mafalda e Libertà parlano di traduzioni – mi sembra il modo migliore di concludere!

