Il Venerdì di Repubblica intervista alcuni traduttori letterari…
…tra i quali la sottoscritta, nell’agosto 2009.
L’articolo, di Matteo Nucci, si può leggere o scaricare a questo link.


Traduzioni letterarie dall'inglese e dallo spagnolo
Il Venerdì di Repubblica intervista alcuni traduttori letterari…
…tra i quali la sottoscritta, nell’agosto 2009.
L’articolo, di Matteo Nucci, si può leggere o scaricare a questo link.


Videointervista a Marco Mancassola su La vita erotica dei superuomini, regia di Marco Segato, intervista e ospitalità della sottoscritta.
Armando Adolgiso intervista Anna Mioni per la rubrica Enterprise del suo sito.
Dalla rivista La nota del traduttore, saggio sulla traduzione di Avverbi di Daniel Handler / editore: Alet, 2007
Handler, già famoso per la sua serie per ragazzi a nome di Lemony Snicket, appartiene al gruppo che ruota intorno alle riviste Believer e McSweeney’s, con il quale ha in comune l’impostazione postmoderna. Avverbi è un suo romanzo per adulti in cui ciascun capitolo è intitolato – appunto – con un avverbio (Probabilmente, Chiaramente, Erroneamente, ecc.). Come spiega l’autore, “il miracolo sono gli avverbi, il modo in cui si fanno le cose. È il modo in cui l’amore si concretizza a dispetto di qualsiasi catastrofe”. Il libro si concentra soprattutto sul “come” dell’amore, in qualsiasi sfumatura; la trama del romanzo non è lineare, ma si basa soprattutto su istantanee dei personaggi, che vagano da un capitolo all’altro e su e giù per gli USA, in un fulmineo rincorrersi di dialoghi serrati e situazioni paradossali.
Si potrebbe adattare lo stesso principio anche allo stile: Handler si concentra più sul “modo in cui” narrare, che sull’oggetto della narrazione. L’autore, senza mai abbandonare la chiave dell’ironia, mantiene un saldo controllo stilistico sul testo e occupa persino un capitolo intero per spiegarci la genesi del libro.
In generale, il libro presenta le difficoltà tipiche di molti scrittori a lui affini: un registro aderente al parlato quotidiano, con dialoghi che imitano la naturalezza ma in realtà sono studiati al millimetro e quindi richiedono estrema fedeltà e precisione nella resa. Il tono di apparente semplicità viene alzato con il ricorso a preziosismi linguistici e giochi di parole, o ad ammiccamenti e citazioni della cultura pop o classica.
Al traduttore non resta che usare in prevalenza una lingua informale, poco letteraria, tutt’altro che elevata, come ci si potrebbe invece aspettare da uno scrittore raffinato come Handler. D’altra parte, alzando indiscriminatamente il tono si sarebbe fatto un torto alla levità e alla grazia di questo libro.
Altra difficoltà, le acrobazie linguistiche a cui costringono i giochi di parole, le reiterazioni, i paradossi, i pastiche presenti in tutto il testo. Le battute si basano su un tipo di umorismo anglosassone, tutto calembour, doppi (e tripli) sensi e slittamenti semantici. C’è stata una continua negoziazione tra il renderli nel modo più fedele possibile, dato che spesso contengono particolari fondamentali per la comprensione del testo, e il dargli una patina che li rendesse divertenti anche per un lettore italiano, cercando di non perdere elementi chiave del libro. Il gioco di parole può avere uno sfondo colto (in un capitolo basato su reminiscenze di Sir Gawain e il Cavaliere Verde, la frase “It was a pretty green night” foneticamente contiene anche un “green knight”, ed è diventata “una bella notte verde come il cavaliere verde”), ma anche pop (una battuta su un licenziamento – in inglese “to be fired” – cita il “Ring of fire” del Pacifico, lungo il quale si trovano molti vulcani, che a sua volta è il titolo di una canzone di Johnny Cash citata nella frase).
In Avverbi sono spesso le reiterazioni e gli intercalari a guidarci per distinguere i vari personaggi che migrano da un capitolo all’altro: e, a volte, questi punti del testo creano uno straniamento voluto: era fondamentale perciò lasciare al lettore le coordinate per riconoscerli.
Quanto al pastiche, è palestra di traduzione tra le più stimolanti. Qui l’autore si diverte a citare canzoni, film, gruppi musicali, poesie e persino cocktail, senza esplicitarne l’origine. Si mescolano strofe di autori illustri (Stevens e Donne, p. es.) a calchi operati da Handler, e titoli di canzoni o nomi di cocktail inventati, che portano spesso indizi rilevanti per il testo. In quest’ultimo caso, ho dovuto cercare di far trasparire in italiano una traccia del significato.
Avverbi è una sfida interessantissima per chi traduce; per il lettore prevale sulle prime l’aspetto ludico e giocoso (tra l’altro, è un libro che ha una sua colonna sonora indie rock e contiene una ricca collezione di fulminanti aforismi sull’amore), ma col tempo si riuscirà anche ad apprezzare la rete elaboratissima di fili che Handler ha disseminato lungo tutto il testo e la sottile catena di rimandi che ne costituiscono la cifra stilistica forse più significativa.
Anna Mioni
Dal Magazine di minimum fax Nº41 – gen/feb 2006, saggio sulla traduzione di Deliri, desideri e distorsioni di Lester Bangs, minimum fax, 2006
Tutti alla ricerca di Lester Bangs
[Le radici della traduzione di Deliri, desideri e distorsioni]
di Anna Mioni
Tradurre Bangs è un’esperienza totalizzante: Lester Bangs è il più grande critico rock di tutti i tempi. Si è già parlato molto della sua vita; queste saranno invece delle istantanee sull’esperienza di tradurre la sua prosa.
Bangs era anche scrittore versatile su qualsiasi argomento in qualsiasi stile, e alla critica musicale alternava osservazioni sociologiche e personali. I suoi libri quindi sono vera letteratura e non solo roba per addetti ai lavori. Chi legge letteratura “seria” spesso snobba la critica rock, ma per lo zio Lester vale la pena di fare un’eccezione. Accidenti se ne vale la pena. I suoi libri sono un affresco a tutto tondo dell’America di quegli anni, in pura prosa beat, e accumuli di microcosmi stilistici. Ci si può sguazzare dentro per mesi alla ricerca di stimoli e riferimenti.
Bangs nella stessa pagina sa vestire i panni di un poeta ottocentesco e di un punk, trasformando tutto in una presa in giro. Tradurre Bangs significa essere poeti e punk senza perdere mai di vista l’ironia.
Ma sono cose che in parte ho già detto nella Nota della traduttrice del primo volume, Guida ragionevole al frastuono più atroce, e in questo articolo sulla rivista N.d.T.. Quindi è meglio che vi racconti anche qualcosa di diverso.
I libri di Bangs sono da tenere dove più vi piace (sul comodino, in bagno, nella borsa) e da leggere a pezzi secondo i vostri gusti e l’umore del momento. Tradurre Bangs invece significa leggerli tutti di seguito e rendersi conto di quanto siano monumentali.
Si sa che Bangs fu tra i primi a utilizzare la parola punk e, nel pezzo a cui si ispira questo articolo (scritto per una fanzine nel 1977; è a p. 340 di Deliri, desideri e distorsioni), ci regala una serie di illuminazioni sull’argomento, quando ormai l’ondata punk è già conclusa (“È difficile fare l’anormale di questi tempi: mettiamola così, è come comprare un chiodo nero nuovo e darsi molta pena per cercare di non sgualcirlo mai”, tanto per citarne una). E questo ci dà l’idea di quanto fosse diffidente verso qualsiasi fenomeno che gli sembrava artefatto.
Bangs amava le persone semplici e immediate ma scriveva in modo complicato e contorto. Tradurre Bangs a volte significa contorcere la semplicità e rendere immediata la complicazione.
Bangs amava le improvvisazioni jazz e la scrittura beat e la sua prosa a volte è un miscuglio delle due.
Tradurre Bangs significa non imbrigliare la sua improvvisazione, ma salire sul cavallo brado della sua macchina da scrivere e lasciarsi portare dove vuole lui.
Bangs è uno che non era mai sobrio ma era sempre di una lucidità impressionante. Tradurre Bangs significa capire quando non era sobrio ma sapere che era comunque lucido.
A volte tra i suoi scopi mentre scrive c’è quello di “mettere estremamente in imbarazzo” i suoi lettori, “o quantomeno irritarli a morte”. Tradurre Bangs significa cercare di fare la stessa cosa anche in italiano.
Bangs è un allupato femminista. Tradurre Bangs, per una traduttrice donna e femminista (seppure all’acqua di rose come si usa oggi), significa accettare che lui potesse essere entrambe le cose contemporaneamente. E commuoversi quando descrive la femminilità geniale e travagliata di Patti Smith o di Nico. E ridere con lui quando sfotte Stevie Nicks che usa due parrucchieri diversi per le foto di copertina di un suo disco.
Nei libri di Bangs si parla di musica di ogni tipo, dalle dive commerciali ai pionieri dell’avanguardia rumorista. Bangs usa lo stesso sarcasmo con tutti e da tutti ha le stesse pretese di eccellenza e autenticità. Tradurre Bangs vuol dire riprodurre quel sarcasmo e quelle pretese. E finire ad ascoltare musica talmente rara da essere quasi introvabile, per dare uno sfondo sonoro alle sue parole.
Bangs è uno che rivendica il proprio diritto ad avere gusti personali in fatto di musica, e persino di avere cattivo gusto, al di là delle mode. Tradurre Bangs è trovare la lingua per trasmettere la forza delle sue rivendicazioni.
Bangs disprezzava profondamente i critici musicali foraggiati dalle etichette major e non perdeva occasione per punzecchiarli. Tradurre Bangs significa ricordare che oggi nessuno oserebbe scrivere quelle punzecchiature, e trattarle come una cosa rara e pregiata.
Bangs ha creato una lingua per la critica musicale che nel mondo anglofono ha fatto subito scuola. Tradurre Bangs vuol dire cercare di offrire ai critici rock italiani quel serbatoio per una “lingua della critica” che non avevano trent’anni fa, ai tempi in cui questi pezzi uscirono solo in inglese. Parlo di assorbire la ricchezza linguistica, la spontaneità e la passione di Bangs, non di copiarne lo stile: lui stesso consigliava ai suoi seguaci di non imitarlo. Ma, per esempio, non è troppo tardi per abolire gli anglicismi nati dalla pigrizia e incistati nell’italiano del rock.
Bangs scrive in un modo torrenziale, che ti invade. Tradurre Bangs vuol dire lasciarsi invadere, anche la vita, per riemergere alla fine del libro stanca ma felice. E grata per aver potuto dare una voce italiana a queste parole travolgenti che, senza saperlo, da anni una musicofila accanita come me sperava di leggere nella nostra lingua.
Dalla rivista La nota del traduttore, saggio sulla traduzione di Guida ragionevole al frastuono più atroce di Lester Bangs / editore: minimum fax, 2005
Guida ragionevole al frastuono più atroce
di: Lester Bangs / editore: minimum fax (2005)
traduttore: Anna Mioni – Traduzione dall’inglese
Correte qui, miei cari lettori, e lasciate che vi racconti un po’ com’è stato tradurre Lester Bangs, uno dei critici rock e gonzo journalist più idolatrati di tutti i tempi, morto giovane prima che scoppiassero gli anni Ottanta; uno che scriveva di musica come un uragano che deflagra in mille direzioni. Aspettate, ora mi metto a ruminare, boh, vediamo, tra le tante esperienze diverse di traduzione contenute nei pezzi antologizzati in Guida ragionevole al frastuono più atroce, quale vi posso raccontare oggi?
Lascio la voce di Bangs, riprendo la mia e vi dico che libri poliedrici come questo sono le sfide più interessanti per un traduttore: il testo contiene infiniti stili e forme e per ognuno di essi ho dovuto trovare una voce diversa.
L’ispirazione principale di Bangs scrittore e personaggio sono i Beat: ecco quindi scrittura automatica, libere associazioni, cronache di notti brave passate a scrivere con l’ausilio di tutti gli stupefacenti possibili, tranne quelli illegali. In alcuni punti si intuisce chiaramente la scarsa sobrietà dell’autore.
Un tratto essenziale di Bangs è la versatilità stilistica. È capace di passare, nello spazio di cinque righe, dal turpiloquio slang alla parodia di versi di sir Walter Scott. Oppure, nel descrivere un paesaggio, scomoda Joyce e Dylan Thomas e poi conclude parlando dei malviventi protagonisti di un vecchio blues di Dixon. Inventa testi di canzoni, titoli di dischi, notizie di quotidiani e persino rivoluzioni. Finge di intervistare capi di stato dell’epoca a proposito di dischi e gruppi rock. Tra le vette della sua creatività ci sono i pezzi dedicati ai musicisti che idolatrava, con i quali era molto esigente, e che non si faceva alcuno scrupolo a schernire e insultare, se deludevano le sue aspettative.
Bangs era totalmente incapace di scindere la propria vita dalla musica: nello scrivere di musica scrive anche e soprattutto di sé. Spesso si lancia in divagazioni su ricordi ed esperienze adolescenziali, e partorisce accorate pagine da Bildungsroman; o in invettive a sfondo sociale (ebbene sì, era un moralista, per quanto sui generis) che diventano pregevoli trattatelli sociologici sulla sua epoca, di cui è stato tra i primi a intuire profeticamente le possibili evoluzioni.
Forse non si può parlare di narrativa in senso stretto a proposito di Guida ragionevole, perché quello che abbiamo tra le mani non è un romanzo, ma il testo ha a tutti gli effetti una sua dignità letteraria (non a caso il critico Greil Marcus nell’introduzione definisce Bangs “il miglior scrittore americano”) e meriterebbe di essere inserito nel canone letterario novecentesco; del resto in America Bangs è già entrato da anni nei programmi dei corsi universitari. Inoltre ha lasciato vari abbozzi di romanzi incompiuti, compreso quello che si accingeva a scrivere prima di morire, quando aveva già deciso che si sarebbe dedicato alla narrativa, abbandonando almeno in parte la critica rock.
Il primo approccio che ho utilizzato per avvicinarmi a Bangs è stato quello mimetico. Ho cercato di inseguirlo nei meandri dei suoi deliri; mi sono lasciata guidare dall’istinto alla ricerca degli slanci e delle idiosincrasie dell’autore. Ho ripescato la lingua con cui parlavamo di musica tra amici a vent’anni, quando un disco o un gruppo rock avevano ancora il potere di salvarci la vita e suonare insieme era l’illusione di cambiare il mondo. Per restituire certe impennate sloganistiche e i titoli provocatori ho attinto alla lingua viva delle scritte sui muri e degli slogan dei movimenti. Ho tenuto conto anche della lingua dei critici rock italiani degli ultimi vent’anni, ma l’ho usata quasi come un rumore di fondo da cui distaccarmi, per mettere in risalto la creatività di Bangs rispetto al milieu critico consueto. Bangs ha già influenzato molti critici musicali italiani che l’hanno letto in lingua originale; con questo libro si trattava di offrire loro una materia che potesse essere fonte di ispirazione in italiano come lo è già stata in inglese.
L’operazione in alcuni punti è stata quasi di tipo enigmistico, specie quando mi sono occupata di scovare tutti i riferimenti nascosti tra le pieghe del testo (titoli di canzoni, poesie, parodie…). Ho svolto poi una ricerca certosina di riscontri per tutte le informazioni, a partire dai nomi e dagli eventi. In questo mi è stato prezioso collaborare con la revisora e la redazione.
Certo, mi ha aiutata anche l’aver amato molti dei gruppi di cui parla Bangs, e l’avere attribuito un simile potere messianico, se non proprio agli stessi, ad altri gruppi musicali; e il fatto di credere anch’io che la musica sia una delle chiavi più efficaci per comprendere i giovani e la nostra società. Rileggere questo messaggio nei testi di Lester Bangs e cercare le parole per ritrasmetterlo ai lettori italiani è stata un’esperienza impagabile.
Anna Mioni
Dalla rivista La nota del traduttore, saggio sulla traduzione di La vita fuori tempo di Ivan Dolinar di Josip Novakovich / editore: ISBN, 2005
La vita fuori tempo di Ivan Dolinar è un romanzo picaresco; il protagonista riassume in sé tutta la storia della Jugoslavia del dopoguerra, quasi ne fosse la personificazione. È una continua satira del carattere nazionale slavo e dei suoi difetti, che in alcuni punti assume il tono di una farsa con sfumature tragiche. Lo stile oscilla in continuazione tra l’orripilante e il satirico, oltrepassando i confini del genere; non è privo di rare virate poetiche, ma spesso ricco di particolari grandguignoleschi.
Ivan nasce in Croazia nel 1948 e cresce patriota negli anni di Tito; interrompe gli studi di medicina quando due poliziotti fraintendono una battuta sul suo desiderio di uccidere Tito e lo spediscono al confino. Lì Ivan incontra Tito in persona, in visita al campo di prigionia con Indira Gandhi. Al rientro dal campo, per via della condanna, può riprendere gli studi solo nella facoltà di filosofia, ma non li conclude; per vivere svolge i lavori più disparati.
Anni dopo scoppia la guerra civile e Ivan viene arruolato a forza dai serbi per combattere i suoi compatrioti croati. Poi diserta, è catturato dai croati e costretto a combattere i serbi finché il suo reggimento non si arrende all’esercito che lo aveva arruolato all’inizio. Sopravvive per miracolo a una marcia forzata, alla fine della quale lo attende la libertà e la costruzione di una famiglia nel suo paese natale, di cui Ivan descrive con sarcasmo tutti i cambiamenti provocati dalla guerra e dagli eventi successivi, fino all’epilogo della sua morte.
Insomma, una vita a cui l’autore fa sfiorare tutte le vicende più importanti del suo paese.
Eppure Ivan è quasi un anti-eroe, pieno di difetti; ma queste debolezze finiscono per renderlo più umano e accattivargli la simpatia del lettore.
Siamo di fronte a un autore che scrive in una lingua acquisita in età adulta: Josip Novakovich ha lasciato la Croazia a vent’anni per frequentare il college negli Stati Uniti.
L’esotismo del testo, però, non si regge su citazioni slave: persino le canzoni sono in inglese nel testo originale. La sensazione è che l’autore sia pienamente assimilato alla cultura anglofona; e che forse per questo riesca a gettare uno sguardo così distaccato e sarcastico sulla patria natia.
L’impronta più marcata del suo essere culturalmente “altro”, quindi, non viene tanto dalla lingua (chiara, diretta, concisa; priva di tracce evidenti del croato), quanto dallo spirito: Novakovich foggia l’inglese intorno all’esigenza di esprimere una Weltanschauung tipicamente slava. Chi ha familiarità con quei popoli riconoscerà subito tratti caratteristici come l’umorismo nero e il sarcasmo costante: i dialoghi, fatti di surreali botta e risposta, ne sono un esempio perfetto.
L’ironia ha quell’amarezza a volte necessaria per difendersi dalla tragedia: nel libro non mancano scorci sulle atrocità della guerra civile, sempre descritti con dovizia di particolari. È un aspetto di quella presenza costante del grottesco e del macabro a cui ci ha già abituati Emir Kusturica nei suoi film: una specie di realismo magico in salsa slava in cui i confini tra vivi e morti sono talmente labili che il finale del romanzo segue il funerale di Ivan, che in realtà non è morto (o sì?), con i suoi stessi occhi dall’interno della bara.
Una nota di colore per i lettori di NdT: tra le varie professioni di Ivan, per un breve periodo, c’è anche quella di traduttore di testi religiosi dal tedesco. Un traduttore un po’ sui generis, che ogni tanto interrompe il lavoro su quei libri “edificanti” per andare a vedere film porno soft italiani, e che non è certo un modello di fedeltà: Anche se Ivan non riusciva ad afferrare il significato della lingua di partenza, ciò non interferiva con la produzione di un testo che suonasse piuttosto bene nella lingua d’arrivo. (…) Gli riusciva facile improvvisare un intero paragrafo anche solo leggendo la prima frase. (…) Passava almeno dodici minuti su tredici a guardare fuori dalla finestra le colombe (o meglio, i piccioni) sul tetto, lasciando che fosse il suo intuito a lavorare per lui, e quindi che il testo venisse tradotto in modo olistico.
Infine, questo libro è anche un’occasione preziosa per scoprire di più su un paese che confina con l’Italia e su una guerra che si è svolta a poca distanza da casa nostra.
Anna Mioni
Dalla rivista La nota del traduttore, saggio sulla traduzione di Malcom X di: Andrew Helfer e Randy DuBurke, Alet edizioni 2007
Malcom X
di: Andrew Helfer e Randy DuBurke / editore: Alet, 2007
traduttore: Anna Mioni – Traduzione dall’inglese
“Malcolm X” di Andrew Helfer e Randy DuBurke fa parte della nuova collana GraphicAlet, dedicata a un genere che si può definire graphic non-fiction. La differenza rispetto alla graphic novel è che i volumi hanno l’impianto grafico del fumetto, ma narrano vicende vere: in questo caso la vita del leader nero musulmano Malcolm X, a partire dalla sua autobiografia, scritta a quattro mani con il romanziere Alex Haley. Facciamo così conoscenza con Malcolm Little, un ragazzo intelligente e vivace indotto a delinquere dal disagio sociale, che, dopo essersi convertito all’Islam in prigione nel 1948, assumerà nel 1952 il nome di Malcolm X e diventerà uno dei predicatori più in vista della setta “Nazione dell’Islam”, fautrice dell’autonomia dei neri americani, fino al suo assassinio durante un comizio nel 1965, a soli quarant’anni, per mano dei suoi stessi confratelli.
Grazie ai disegni di forte impatto, all’uso sapiente dei contrasti, all’efficacia sintetica della narrazione, le vicende di un personaggio storico così importante risultano accessibili a un pubblico vasto.
Questa è la mia prima traduzione di fumetti a vedere la luce presso un editore; in passato mi ero già cimentata in qualche esperimento, partendo dall’originale o provando rifacimenti di versioni italiane poco aderenti alle forme idiomatiche e alla lingua viva, che perdevano perciò ironia.
Pensando alla traduzione di un fumetto si tende a immaginare che il problema principale sia quello dei dialoghi: come tradurre il linguaggio colloquiale in modo efficace, e come far rientrare i testi nelle nuvolette; e credevo mi sarei trovata davanti a una situazione di questo tipo.
In realtà, nel caso di “Malcolm X”, la parte più densa di testo sono le didascalie. Quindi la difficoltà maggiore nel tradurre non è stata tanto riprodurre l’immediatezza dei dialoghi, quanto piuttosto riuscire a condensare le parti descrittive in modo da farle rientrare nella gabbia grafica senza costringere ad acrobazie chi si sarebbe occupato del lettering. Si sa che un testo inglese, tradotto in italiano, ha più parole. Da parte mia si è trattato quindi di prestare un’attenzione costante alla scelta del sinonimo o dell’espressione più breve possibile per restituire i significati, in modo da non dover comprimere troppo il testo, sacrificando il piacere e la comprensione della lettura. Fortunatamente, nel cercare di raggiungere questo obiettivo non si è dovuto rinunciare ad alcuna parte fondamentale di senso.
Si è trattato inoltre di controllare eventuali corrispondenze con la biografia scritta a quattro mani da Malcolm con Haley, e verificare la congruenza di date e fatti. Malcolm X, una volta assurto alla fama, tendeva a distorcere alcuni particolari della sua vita passata. Helfer e DuBurke, quando è necessario, lo fanno rilevare contrapponendovi la verità. Dove si citavano le parole precise di Malcolm X, si è cercato di stabilire se ne esistevano versioni italiane già conosciute dal pubblico. Nel caso dell’elogio funebre pronunciato dall’attore Ossie Davis, che chiude il libro, ho scelto di riportare la versione usata nel film Malcolm X di Spike Lee (che nel 1992 contribuì a ridestare l’attenzione verso il personaggio), per ricordare ai lettori italiani qualcosa di conosciuto.
Caratteristica saliente del libro, oltre alla perfetta capacità di sintesi che riesce a narrare tutti gli episodi fondamentali della vita di Malcolm X senza tralasciarne alcuno, è l’obiettività. Gli autori (mostri sacri nel loro genere, che vengono dall’esperienza dei fumetti DC Comics e Marvel) sono sinceri su ogni aspetto della vita di Malcolm X, anche quelli più riprovevoli (l’escalation da piccolo delinquente a spacciatore e ladro su larga scala, l’arresto e la detenzione). Non nascondono nulla, fornendo così ai lettori gli strumenti per crearsi una propria opinione su un personaggio che, nonostante la sua statura internazionale, era pur sempre un uomo partito da una storia personale difficile. Nella giusta stigmatizzazione del razzismo negli Stati Uniti di allora, Helfer e DuBurke sanno raccontare anche il problema della violenza fratricida e delle rivalità che minavano dall’interno la lotta per i diritti dei neri. Nel tradurre mi sono prefissa di utilizzare un linguaggio il più possibile neutro, che rendesse onore a questa difficile opera di condensamento e di imparzialità.
Anna Mioni
Il Manifesto, recensione a Memorie di un nano gnostico di David Madsen, Meridiano Zero 2005
Alla corte dei papi tra eretici, inquisitori e fenomeni da baraccone
di Anna Mioni
Interessante trouvaille della casa editrice padovana Meridiano Zero queste Memorie di un nano gnostico, di David Madsen (traduzione di Lorenzo Borgotallo e Filippo Patarino, pp.281, € 14), uscite in Inghilterra nel 1995 e proposte in Italia solo ora. Questa circostanza temporale, se sfugge, può far passare inosservata l’originalità di un romanzo storico nato molto prima della moda di Dan Brown, e assimilabile piuttosto a opere come Q di Luther Blissett e i romanzi del tedesco Peter Dempf. Nei paesi anglosassoni il libro è già di culto, anche grazie all’utilizzo sapiente di cliché già tipici dei feuilleton ottocenteschi, oltre alla descrizione efficace della vita quotidiana dell’epoca.
L’autore, che scrive sotto pseudonimo, è un teologo e filologo inglese con particolare interesse per il Rinascimento, che ha studiato a Roma. Poco altro si sa di lui, se non che ha firmato altri due libri ancora inediti in italiano (in cui compaiono temi di cannibalismo). Questa è la sua opera prima.
Proprio a Roma, a cavallo dell’anno 1500, sono ambientate le vicende delle Memorie, che l’autore finge di aver tradotto da un manoscritto originale dell’epoca.
Il protagonista è il nano Peppe Amadonelli, figlio deforme di una sguaiata venditrice ambulante di vino che vive nei bassifondi di Trastevere. Per strada viene notato da Laura de’ Collini, la bella figlia di un nobile che è maestro gnostico; la giovane decide di iniziarlo allo gnosticismo, insieme ad altre creature deformi. L’iniziazione culmina in un amplesso tra Laura e Peppe che è gravido di simbolismo, dato che significa la rinuncia futura ai piaceri della carne: per alcune sette gnostiche l’anima è assolutamente estranea al mondo materiale e quindi si giudica la corporeità in termini addirittura dispregiativi. Di qui il riscatto delle creature deformi, che accettano la loro condizione fisica in quanto prodotti dell’infausto demiurgo Jaldabaôth, che lo gnosticismo identifica con lo Yahweh vendicativo di biblica memoria, in contrapposizione con il Dio buono dei Vangeli.
La cattura dell’adorata Laura da parte dell’inquisitore fra Tomaso della Croce comporta la sua morte sul rogo, e la vendita di Peppe a una carovana di fenomeni da baraccone gestita da tale mastro Antonio, che li fa esibire sulla pubblica piazza in giro per l’Italia. In Toscana Giuseppe viene riscattato, complici i buoni uffici di Andrea de’ Collini, padre di Laura, ed entra al servizio del cardinale Giovanni de’ Medici, che di lì a poco sarà eletto papa col nome di Leone X. Il protagonista diviene il suo Gran Ciambellano ed è testimone di intrighi e custode di segreti (non ultima l’omosessualità del papa, che lo manda a procacciargli aitanti giovanotti nei quartieri malfamati). Entriamo così in contatto con vizi e virtù di alcuni dei personaggi più eminenti del nostro Rinascimento: oltre al papa e alla sua corte, leggiamo, tra gli altri, di Raffaello, grande amatore, e di Leonardo, descritto come un vecchio sudicio. La Roma dei papi viene illustrata con dovizia di particolari in tutta la sua corruzione, mostrando come il Vaticano avesse perso di vista ogni spiritualità per ridursi a esercizio di poteri temporali, di vizi e di decadenza. Ma Peppe Amadonelli prova sincero affetto per Leone X, pur essendo consapevole dei suoi difetti e restando fedele al credo gnostico; e persiste al suo servizio fino alla morte per avvelenamento del papa. Di altri particolari della trama taccio, per lasciare intatta la suspense.
Nel frattempo si snodano sullo sfondo le vicende storiche dell’Italia e dell’Europa di allora, ricostruite con brio e fedeltà (attingendo anche al Guicciardini), tra la vendita delle indulgenze e l’affacciarsi sulla scena di Lutero, l’Inquisizione e gli eretici (interessanti i brani che riproducono le cerimonie gnostiche), i banchetti luculliani e soprattutto tanti (forse troppi) particolari truculenti, in un turbinio di sapori, odori, fetori e umori che a volte stordisce. Il tutto in una prosa colta e vivace, nella buona traduzione di Borgotallo e Patarino.
Memorie di un nano gnostico è un romanzo che appassiona, che non risparmia lunghe digressioni erudite ma riesce a essere avvincente fino alla parola finis.
Il Manifesto, recensione di Noi non dormiamo di Kathrin Röggla, ISBN 2005
Kathrin Röggla, Noi non dormiamo
di Anna Mioni
Già da qualche mese ISBN edizioni, il marchio del gruppo Il Saggiatore attento alla modernità e alle culture giovanili, ha pubblicato Noi non dormiamo : L’insonnia dei precari di successo (traduzione di Cristina Vezzaro, revisione di Laura Ghirini, 188 p., 13 €) di Kathrin Röggla. L’autrice, una trentacinquenne austriaca trapiantata a Berlino, è drammaturga radiofonica e teatrale, giornalista e performer e vincitrice di numerosi premi letterari. Tra le sue opere ancora inedite in Italia c’è really ground zero, un libro di reportage da New York il mese dopo l’11 settembre.
Per sua stessa dichiarazione, la Röggla discende dalla tradizione di avanguardia austriaca del dopoguerra, dalle riflessioni sul modernismo e il postmodernismo in atto in Germania a metà del Novecento, e dalla musica techno. Tutte le sue opere sono di stampo fortemente sperimentale e l’intento è quello di sottoporre la lingua e le esperienze della Berlino contemporanea a una critica giocosa, spesso parodistica.
Per questo romanzo che è anche un documento e una potenziale pièce teatrale ha intervistato decine di lavoratori del terziario avanzato, condensando i risultati in un affresco corale affidato alle voci di sei personaggi (una key account manager, una stagista, una redattrice online, un it-supporter, un senior associate, un partner) impegnati in professioni con quei paradossali nomi inglesi modaioli e svuotati di significato, che non sfigurerebbero tra quelli che si trovano in internet nei “generatori di qualifiche assurde per la web economy”.
Evidentemente anche nella cultura aziendale tedesca prevale questa equivalenza tra anglicizzazione e modernità, infatti i dialoghi dei protagonisti sono punteggiati di parole come life-style, first-class, headhunter, e simili.
In trentadue capitoli di scrittura tutta minuscola si intrecciano i punti di vista degli intervistati, presi singolarmente o giustapposti, sui vari aspetti problematici del lavoro moderno, con titoli icastici come: “fallimenti”, “raccontare favole”, “finire di parlare”, “inquietudine”, “evitare il dolore”.
Il pretesto narrativo che fa da cornice è una fiera di settore, dove tutti i protagonisti sono presenti e interagiscono tra loro. Dalla loro viva voce sentiamo quindi tutta una gamma di esperienze e di sensazioni.
L’angoscia di non riuscire a entrare nel mondo del lavoro: la stagista sottolinea che per “infilarsi” bisogna avere entrature, oppure “genitori che ti procurano stage retribuiti e posti di volontariato”; oggi come oggi bisogna avere soldi anche per pagarsi uno stage. La ragazza dichiara di essere disposta a tutto pur di trovare un lavoro: “Cercare lavoro è un lavoro a tempo pieno”.
La cessione totale del tempo libero e della vita privata all’azienda: il senior associate racconta di giornate lavorative di 14-16 ore, di gente che usa l’aereo come se fosse un autobus e passa le settimane in anonimi residence senza intrattenere rapporti amicali. Dormire non sta bene, non è di buon gusto, si regala anche il sonno all’azienda. A chi esce dal lavoro alle 18 si chiede scherzosamente se si è preso mezza giornata di permesso. E la key account non ha una vita privata al di fuori del suo contesto lavorativo perché è “faticoso cambiare aria, imbarcarsi in altri contatti sociali che si svolgono in tutt’altro mondo”.
La socializzazione coatta per intrattenere contatti di lavoro: le innumerevoli “serie di vinelli” che si cominciano a bere già dal pomeriggio, e che per alcuni si trasformano in alcolismo.
Le leggi di mercato, i consulenti che sfoltiscono personale e chiudono ditte in perdita; i funzionari costretti a sfoltire i ranghi, e a dividere tra persone a (“i nostri top performer, quelli che vogliamo tenere in ogni caso), b (“se se ne vanno non crolla tutto), e c (“di questa gente non sappiamo cosa farcene”); per questi ultimi ovviamente scatta il mobbing, sperando in un licenziamento spontaneo, che altrimenti viene imposto dall’alto.
La vita alienante di una fiera, il cibo scadente, il caldo, il rumore, il pervasivo senso di inutilità frenetica di chi vi è coinvolto.
Le persone che, in assenza dello stress lavorativo, si generano altre situazioni di stress perché ormai sono drogate da adrenalina.
La falsità endemica dei rapporti lavorativi: la redattrice online si lamenta che “la sua sincerità lascia di stucco: produce sincerità dove prima non se n’era mai vista, all’improvviso piazza sincerità in una stanza, se ne sta lì come un mobile che non può essere spostato, e nessuno la vuole più, la sua sincerità”.
La rapida esclusione di chi non ce la fa e cede psicologicamente o fisicamente, quando addirittura non si suicida.
Insomma, un affresco completo sui lavoratori del terziario all’inizio di questo millennio, chiaramente enfatizzati ed estremizzati nei “personaggi-tipo” creati dall’autrice, che riassumono in sé le caratteristiche di tutta una categoria.
Tutto questo narrato con piglio incalzante, in una lingua moderna e asettica e crudele, non certo consolante o facile, che sortisce l’effetto di un pugno nello stomaco. Viviamo proprio in un mondo terribile e la Röggla con questo libro apre gli occhi anche a chi non vuole vedere. È bene leggerlo e fortificarsi per resistere al disastro della situazione attuale del mondo del lavoro; Noi non dormiamo è un ottimo strumento per riflettere sull’argomento, anche se chi vive ritmi lavorativi del genere sulla propria pelle riuscirà difficilmente a ritagliarsi il tempo necessario per leggere un libro, o anche solo per pensare, come suggeriscono molte delle testimonianze qui incluse. Sarebbe interessante vederlo adattato da una compagnia teatrale italiana che lo mettesse in scena in tutta la sua polifonicità. Magari davanti ai vertici di qualche azienda del terziario avanzato, perché tocchino con mano il risultato devastante delle loro strategie.