Anna Mioni

Traduzioni letterarie dall'inglese e dallo spagnolo

Menu
  • Home
  • Chi sono
  • Who I am
  • Articoli e interviste
  • Contacts
Menu

Autore: AnnaMioni

Recensioni ‘La danese’

Posted on 9 Novembre 202229 Novembre 2022 by AnnaMioni

ARTE E LETTERATURA / STORIA DEL PRIMO TRANSESSUALE

Marito mio, sei meglio donna

Einar e Gerda. Tutti e due pittori. Una coppia modello. Con un unico problema: il cambio di sesso Tutta colpa di un vestito di seta. Un giorno Einar Wegener, apprezzato paesaggista danese, accetta di vestirsi da donna per permettere alla moglie Greta, anche lei pittrice, di completare il ritratto di una cantante lirica. Il contatto con quella stoffa ‘tanto delicata e ariosa che sembrava una garza’ è una folgorazione che provoca un doppio effetto: Greta trova finalmente, nel marito vestito da donna, la musa ispiratrice per i suoi quadri migliori, e Wegener sarà, nel 1930, il primo uomo a cambiare sesso. Il romanzo che racconta questa storia vera, ‘La danese’ di David Ebershoff (Guanda), si chiude con l’ex Einar, ribattezzato Lili Elbe, che guarda trasognato un aquilone dal balcone della clinica. Un lieto fine che risparmia gli eventi che seguono: Lili muore poco dopo il secondo intervento, che avrebbe dovuto permetterle una gravidanza; Greta (nella realtà si chiamava Gerda) finisce povera e dimenticata dopo essersi guadagnata da vivere con disegni erotici. Comunque il libro, come spiega una nota, è ‘un’opera di fantasia liberamente ispirata alla storia di Einar Wegener e di sua moglie’ (un resoconto più fedele si trova su Internet, nel sito: gerda.utopian.net). Si spiega forse così perché il romanzo non sia corredato dalle foto e dai quadri che pubblichiamo in queste pagine: l’edizione originale ha in copertina uno dei ritratti di Einar vestito da donna, l’edizione italiana neppure quello. Negli Stati Uniti il libro, che segna l’esordio del direttore della Modern Library, è stato un successo. Anche perché la storia, che accompagna Einar e Gerda verso nuove vite e nuovi amori, è raccontata con uno stile che non ha nulla di voyeuristico. A Ebershoff non interessa tanto riscoprire il primo transessuale, quanto entrare nella mente di una coppia affiatata anche se apparentemente malassortita: lei alta, forte, sicura; lui esile e minuto, quasi imberbe e dotato di ‘seni morbidi, piccoli come ravioli’. E anche, si scoprirà poi, di un paio di ovaie atrofizzate. I critici si sono divisi tra chi considerare il vero protagonista. Di certo il romanzo lascia al lettore, indipendentemente da qualsiasi appartenenza o preferenza sessuale, la possibilità di scegliere a chi sentire più vicino: se il mutevole Einar (‘Siamo nati tutti dentro il corpo sbagliato. E tutti lottiamo per accettare il guscio che ci trasporta attraverso questo mondo’, ha detto Ebershoff) o l’enigmatica Gerda, che in fondo affronta un dilemma noto a molti innamorati impelagati in storie meno eclatanti: come reagire quando la persona che amiamo cambia radicalmente? Nel romanzo, la moglie sembra fin troppo entusiasta di spingere Einar sulla strada che lo porterà a non essere più un uomo. Un entusiasmo che appare sospetto quando si vedono le foto della vera Gerda con il secondo marito, un macho mediterraneo sposato subito dopo la morte della povera Lili. L’Espresso 18.10.2001

La Danese di David Ebershoff

Realtà storica e invenzione narrativa in una singolarissima storia d’amore Einer Wegener e sua moglie Greta vivono a Copenaghen. Lui dipinge piccoli quadri con il mare in inverno, paludi e brughiere sfumate nella nebbia del Nord; lei, ancora alla ricerca di un’autentica ispirazione, ritrae quasi a grandezza naturale la tronfia committenza borghese cittadina. Un giorno, Greta convince faticosamente il marito, imbarazzato e riluttante, a posare con un abito femminile per poter completare il ritratto di Anna, la cantante lirica loro amica. Ma l’ipnotico movimento del pennello di Greta, animata da un entusiasmo fino allora sconosciuto, e il morbido contatto della stoffa sulla pelle sospingono Einar ‘in un mondo d’ombre e sogni’, in cui il vestito che indossa potrebbe appartenere a chiunque: ‘persino a lui’. Quel giorno Einar scopre che il suo cervello è una noce spaccata in due metà; una appartiene a lui, l’altra a Lili, l’entità femminile che ha involontariamente richiamato dagli angoli più remoti della sua infanzia, dov’era stata relegata per il brusco intervento degli adulti. Ispirandosi alla vicenda reale di Einar Wegener, il paesaggista che agli inizi degli anni trenta si affidò alla chirurgia per cambiare sesso, Ebershoff muove dai temi dell’ambiguità del sentimento umano, del gioco tra realtà e finzione e della fascinazione dell’arte per scrivere un romanzo di ampio respiro, teso fra passato e presente, tra luoghi diversi e distanti – la Danimarca, la Francia, la California – cogliendo con straordinario talento narrativo le mille diffrazioni psicologiche dell’amore e della sensualità. da http://www.ilnuovopiccolo.it/vedi_art.php?prog=1148

Un uomo e una gonna

Un romanzo racconta la storia vera del primo cambio di sesso, in Danimarca di Monica Capuani Einar Wegener è un pittore di paesaggi danese biondo ed efebico. Greta Waud è un’americana ricca e intraprendente, armata del coraggio spavaldo dei pionieri. Alla scuola di Belle Arti di Copenaghen, decide che quel professore timido e impacciato sarà suo, e lo sposa. Un giorno, però, gli chiede di posare per lei con l’abito d’una cantante d’opera cui sta facendo il ritratto. Da quel momento la loro vita non sarà più la stessa. Perché durante la posa in abiti femminili, in Einar all’imbarazzo iniziale si sostituisce una nuova consapevolezza, un agio mai sperimentato prima. Nasce Lili, il suo sé donna, come una epifania dello spirito, un germoglio di femminilità nel tempo sempre più invadente e incoercibile. Nel suo primo romanzo La danese (Guanda, lire 28 mila) David Ebershoff, che dirige a New York la casa editrice The Modern Library, ha scelto di partire dalla storia realmente accaduta al primo uomo che, negli anni ’30, riuscì a cambiare sesso. Greta accompagna Einar nei suoi primi passi in abiti da donna. In cambio, quando inizia a ritrarre ossessivamente Lili, il destino le regala il successo. Einar è diviso. Nel peep-show di Parigi registra le pulsioni del suo desiderio sempre più orientato verso gli uomini. E finalmente entra in una clinica di Dresda per intraprendere la dolorosa via crucis chirurgica che lo porterà alla realizzazione di sé. da ‘D – Donna di Repubblica’ del 30 ottobre 2001

Storia del primo transessuale

getout.it – 28.10.01 Oh mia musa! E’ una storia vera quella raccontata nel primo libro di David Ebershoff, scrittore ma anche direttore della casa editrice americana Modern Library. E’ la storia di Einar Wegener, pittore paesaggista danese e di sua moglie, Greta, pittrice ritrattista. Un giorno Einar, per permettere alla moglie di completare il ritratto di una cantante lirica, acconsente a vestirsi da donna. Quel momento, quel contatto con la morbidezza degli abiti femminili, furono per Einar una vera e propria folgorazione tanto da diventare, nel 1930, il primo uomo a cambiare sesso. Lili Elbe, la nuova identità di Einar, diventerà anche la musa ispiratrice dei migliori quadri di Greta ( Gerda, nella realtà). Un libro dal rassicurante lieto fine ( Lili è felice e realizzata nella stanza di una clinica dopo l’operazione) ma che cela la parte più dolorosa della realtà. Einer- Lili infatti, sarebbe morta dopo aver subito un secondo intervento che avrebbe dovuto portarla alla fecondità e Greta Gerda avrebbe sposato un macho latino solo pochi mesi dopo la morte del primo marito. Ma anche un’operazione coraggiosa che non si sofferma sul fenomeno da baraccone andando, al di là del comune senso del pudore, a ripescare la storia di una coppia affiatata che sceglie in tutta libertà la strada più praticabile per vivere la propria relazione. Unico rimprovero: nell’edizione italiana, La danese Guanda Editore, non compare nessuna riproduzione, neanche in copertina , delle opere degli artisti che, tutto sommato, sono parte integrante della storia. La risposta, anche se parziale, ce la fornisce lo stesso autore quando puntualizza che la sua è un’opera di fantasia liberamente tratta dalla storia dei due pittori danesi. Perciò, è ovvio, ogni riferimento a cose o persone è puramente casuale… David Ebershoff ,La danese, Guanda http://www.arcigaymilano.org/Notizie/Trans/tra211028.htm

Recensioni ‘Stoned’

Posted on 9 Novembre 202229 Novembre 2022 by AnnaMioni

Dietro gli anni Sessanta

La band raccontata da chi la conosce bene

di Vittorio Castelnuovo (da Il diario della settimana, n. 26/2002)

Stoned di Andrew Loog Oldham traduzione di Anna Mioni Arcana, pp. 361, 16,20 €

Stoned, la biografia di Andrew Loog Oldham, il pigmalione del gruppo rock dei Rolling Stones, è un libro spiazzante.

Innanzitutto perché è scritto bene, cosa poco comune nell’editoria musicale; poi perché narra una storia agrodolce con sincerità e malinconia; e inoltre perché quando sta per approdare alla parte più emozionante, termina, lasciando il lettore con un pugno di mosche in mano. Oldham ha fatto da manager al celebre complesso dal 1963 al 1967. Ma il diario della sua avventura finisce nella primavera del 1964, quando il gruppo stava prendendo la rincorsa verso la celebrità. Il libro dunque pianta in asso il lettore molto prima che i Rolling Stones facciano gol, trascurando di descrivere sia l’exploit di Satisfaction, una delle più belle e potenti canzoni rock mai scritte, sia soprattutto la loro definitiva affermazione. A conferma di questa sfasatura tra ciò che ci si aspetta dal libro e ciò che il libro esattamente offre, c’è da rimarcare come nel corso del testo, costituito da 361 pagine, l’autore introduca i Rolling Stones addirittura a pagina 195 – e la descrizione del loro primo incontro, avvenuto in un albergo fuori Londra, è una sequenza memorabile. All’epoca di quell’episodio gli Stones esistevano già da un anno, essendosi messi insieme nell’estate del 1962, ma erano ben lontani da considerare l’attività artistica come una regolare fonte di sostentamento. In questa selvatica innocenza, in questa sincera, profonda e incantata passione per la musica americana sprigionata dal gruppo risiede, secondo il nostro giudizio, una delle ragioni che rendono attraente la lettura del libro. Non solo, essa ridimensiona anche quella spettacolare e spesso forzata trasgressione che ha dato fisionomia, nel corso del tempo, alla loro leggenda. Se dunque ci si avvicina a Stoned pensando di avere tra le mani l’ennesimo ritratto dei Rolling Stones, c’è il rischio di restare delusi. Bisogna al contrario leggerlo per quello che realmente è: la storia della vita di un giovanotto ambizioso, figlio di una prostituta, che faticosamente si fa strada nella vita partendo dalle strade di Londra devastate dalla guerra, e che dopo aver conosciuto Pablo Picasso e aver lavorato con Mary Quant e i Beatles, trasforma un complessino da balera nel secondo grande gruppo di musica rock di tutti i tempi. Da questo punto di vista il libro è davvero molto bello, ed è tra i più originali che ci sia capitato di leggere sul tema: la vicenda di un ragazzo mosso dalla volontà, assai americana, di ottenere il successo, e che scopre infine che il successo non esiste, che è un deserto. Lo stesso chitarrista Keith Richards ammette, con una serie di dichiarazioni raccolte nel libro, quanto la personalità del loro manager li condizionò. Oldham stabilì il loro comportamento fuori dal palcoscenico; suggerì a Mick Jagger di muoversi in scena, ispirandosi ai performer neri e invitandolo a valorizzare il proprio potenziale erotico; li spronò affinché scrivessero loro stessi le canzoni; decise di pubblicare il primo Lp senza titolo e senza il nome del gruppo, con i cinque musicisti fotografati di profilo. Un omaggio a un romanzo che era uscito poco tempo prima e che lo aveva particolarmente colpito: Un’arancia a orologeria di Anthony Burgess. Per un po’ di tempo Oldham pensò persino di girarci un film. Ma questo particolare, come numerosi altri che proverebbero l’avanguardia del personaggio, non è inserito nel racconto. Oldham lo lascia fuori, come altre cose, mentre a noi resta l’amaro della dissolvenza incrociata del libro. Che comincia nel maggio del 1995, nel degrado di una camera d’albergo di Manhattan, con la descrizione di un uomo preoccupato di farsela addosso, con continue perdite di sangue; devastato dall’alcol, dalla droga e dalla nostalgia. E termina con la vista del Tamigi dagli uffici della Decca, una mattina di primavera del 1964; in una di quelle giornate in cui tu e il mondo siete tutt’uno. Ed entrambi lo sapete.

La Londra degli Stones

di ERNESTO ASSANTE La Repubblica, 6 novembre 2001

Tutti conoscono i Beatles, gli Stones, Bob Dylan, ma nessuno, o quasi, conosce bene chi ha lavorato con questi artisti, chi ha contribuito, spesso in maniera determinante, a fare in modo che loro fossero quello che oggi sono. Certo, alcuni manager hanno assunto uno status ‘leggendario’, da Brian Epstein, il cosiddetto ‘inventore’ dei Beatles, a Bill Graham, personaggio centrale nello sviluppo del rock americano, fino a Malcom McLaren e ai suoi Sex Pistols. Ma la maggior parte di questi personaggi ha continuato, nonostante il successo, a vivere nell’ombra, senza mai occupare sulla scena il posto giustamente destinato ai loro artisti. E così ha fatto fino ad oggi anche Andrew Loog Oldham, il primo manager dei Rolling Stones, che arrivato alla nobile età di cinquantasette anni ha deciso di raccontare la propria storia in un libro.

Stoned, come s’inventa la più grande rock’n’roll band del mondo, che sta per essere pubblicato dalla Arcana Editrice, non è un saggio e non è un romanzo, piuttosto una sorta di grande ‘documentario’ sull’esplosione del beat in Inghilterra, sulla ormai proverbiale ‘swinging London’, su quella straordinaria esplosione di creatività, follia, musica, arte e cambiamento che è durata per buona parte degli anni Sessanta in Gran Bretagna. Andrew Loog Oldham è stato un eccezionale testimone di quell’epoca, e anche qualcosa di più. Non è stato solo il manager della prima, leggendaria, fase dei Rolling Stones, quella per la quale la band di Mick Jagger è ricordata ancora oggi, quella che li portò a competere con i Beatles per il dominio musicale del mondo, ma è stato anche un vero e proprio protagonista dell’epoca, uno di quei personaggi che ha contribuito a fare in modo che gli anni Sessanta fossero così come oggi li ricordiamo, con tutti i pregi e i difetti consegnati alla storia. Tanto per chiarire, e mettere l’autore nella luce giusta, Oldham ha lavorato con Mary Quant, ha fatto da ufficio stampa per i Beatles, è stato amico di tutti i grandi del rock inglese, ha collaborato con Marianne Faithfull, Fleetwood Mac, Eric Clapton, Jimmy Page, Small Faces, i Nice, ha realizzato dischi a suo nome e diretto una casa discografica indipendente, ha vissuto insomma gli anni Sessanta stando ben dritto sul ponte di comando. Stoned non è, a dispetto del titolo, un libro sui Rolling Stones, anzi Jagger e compagni compaiono tardi nel racconto, verso il decimo capitolo (su quindici in totale) e della loro avventura musicale e personale sono raccontati solo i primi anni. Il che non è un limite, anzi, è il pregio del libro, perché quello che viene descritto in maniera straordinaria è la nascita della ‘rivoluzione beat’, gli anni che hanno preceduto l’esplosione dei Beatles e degli Stones, in un crescendo decisamente interessante. Attraverso le memorie di Oldham il libro racconta Londra e l’Inghilterra del dopoguerra, l’arrivo sulle scene di Elvis e del rock’n’roll, di James Dean e del cinema americano, i sogni e i desideri di ragazzi che sognavano di cambiare tutto e che, per un po’, ci riuscirono. Nel libro c’è tutto quello che ci deve essere, da Carnaby Street a Bob Dylan, da John Lennon a Picasso, raccontato in prima persona da Oldham ma anche da molti altri testimoni, tra i quali Pete Townshend e Mary Quant, Nick Cohn e Vidal Sassoon, che prendono in mano il racconto e si inseriscono, in un perfetto cut and paste tra i ricordi del manager con le proprie memorie. Il sottotitolo originale, Memories of London in the 1960’s, non casualmente non era dedicato ai Rolling Stones ma alla città, perché è Londra, con le sue strade, i suoi locali, le sue mode e le sue star, ad essere la vera protagonista del racconto, lo scenario naturale ed unico in cui la straordinaria vicenda di Oldham, dei Beatles e degli Stones poteva crescere e svilupparsi. Forse non c’è un libro paragonabile a questo, nemmeno quello del suo ‘collega’ George Martin sui Beatles, ma di certo l’aria che si respira tra le pagine di Stoned è simile a quella che ha fatto di Hard Day’s Night, il primo film dei Beatles, la migliore testimonianza dell’epoca. A rendere interessante il racconto è infatti l’evoluzione di Oldham da povero ragazzo della ‘lower class’ a ‘trend maker’ della nuova era, attraverso le rivoluzioni piccole e grandi, personali e collettive, le follie, le difficoltà che una generazione provava ad affrontare per la prima volta in prima persona.Ovviamente la parte dedicata agli Stones è particolarmente ricca: affascinante è il resoconto del primo incontro tra Oldham e la band, del concerto in cui il manager li vide per la prima volta suonare e capì che gli Stones sarebbero potuti diventare grandissimi. E ci sono moltissimi aneddoti inediti, tra i quali quello di un ‘complotto’ per sostituire Mick Jagger con Brian Jones come cantante della band, che costituiscono il cuore ‘musicale’ del libro, con una dettagliata ricostruzione dei rapporti tra Jagger e Richards e un interessante resoconto di come Oldham abbia contribuito alla nascita di un mito, quello della ‘rock’n’roll band più famosa del mondo’.

L’era degli Stones

memorie di un protagonista

Esce in Italia ‘Stoned’: Andrew Loog-Oldham, il manager che inventò coi Rolling Stones la ‘faccia sporca’ del rock’n’roll, racconta gli anni della Swingin’ London di Alfredo d’Agnese

C’è stato un tempo in cui il rock aveva ancora i pantaloncini corti. Keith Richards, chitarra dei Rolling Stones, è solito dire che ‘il mondo era ancora in bianco e nero’. Andrew Loog-Oldham è stato uno degli uomini che ha portato i colori nella società civile. Per i ventenni di oggi è un nome come un altro. Invece stiamo parlando dell’uomo che inventò il fenomeno Rolling Stones, di un protagonista degli anni Sessanta che ha deciso di raccontarli alla sua maniera. E’ uscito proprio oggi nei negozi, per i ‘tipi’ dell’Arcana, ‘Stoned’, una corposa testimonianza (420 pagg. 32mila lire) di un’era leggendaria. Il libro, accompagnato da 30 rare foto in bianco e nero, è la storia di un ragazzo nella Londra innamorata del rock e del blues e delle sue intuizioni. Oggi Oldham ha 58 anni e vive a Bogotà, in Colombia. Torna raramente a Londra. L’ultima sua apparizione pubblica è stata il 31 ottobre scorso, quando è sceso in campo personalmente davanti all’Alta Corte. Il ‘teenager miliardario’ (questo era il suo appellativo negli anni Sessanta) è al centro di una controversia legale per i proventi dei guadagni di Small Faces, Rod Stewart, Sam Cooke, Eric Clapton, Jimmy Page e Nico tra il 1965 e il 1970. All’epoca questi e altri musicisti erano sotto contratto per la Immediate, andata in liquidazione all’alba dei Settanta. Oggi il gruppo Sanctuary, che ha acquistato il copyright della Immediate, chiede a Oldham di non pubblicare più quei dischi, di cui lui ritiene di avere ancora i diritti. Si preannuncia una maratona legale che non scalfirà minimamente l’immagine di un uomo che a 19 anni aveva già lavorato con i Beatles e che scoprì un gruppo di ragazzi alla periferia di Londra facendone la ‘faccia sporca’ del nascente rock britannico.Per raccontare meglio la sua storia, fatta di aneddoti (gustoso quello su Frank Sinatra), Oldham ha compiuto un salto indietro nel tempo giungendo fino agli anni di Bill Haley e all’arrivo in Gran Bretagna dei dischi d’importazione americani. Inoltre ha utilizzato le migliori fonti per spiegare che cosa sia stata la ‘swinging London’, quella di Harold Wilson e del mito di Piccadilly. Tra i consulenti di ‘Stoned’ hanno offerto il proprio contributo Mary Quant, inventrice della minigonna e maitre-a-pénser della moda di quegli anni; Pete Townshend, fondatore e leader dei Who; il critico musicale Nik Cohn e Vidal Sassoon, che di mestiere fa il parrucchiere. A lui si devono molte delle acconciature che in quella stagione hanno fatto gridare allo scandalo e hanno fatto tendenza.Quella dei Rolling Stones è stata una fantastica avventura. Loog-Oldham è stato l’uomo che ha dato l’imprimatur, il via, producendo i primi dischi, da The Rolling Stones fino a Between The Buttons. Ha sempre avuto il fiuto degli affari, fin da ragazzino, Loog-Oldham. Nel 1962 era già il titolare di una agenzia, la Impact, e gli bastò poco per convincere i sei ragazzi (all’epoca il gruppo era un sestetto) a lasciare Giorgio Gomelsky per passare sotto la sua ala protettiva. Con il senno di poi possiamo dire che quella fu la loro fortuna.Nel libro c’è tutta la Londra del grande cambiamento, quella dei mod e dei teddy boys falciati dal fenomeno beat prima e dal rock poi. Neppure un romanzo come ‘Absolute Beginners’ è riuscito a raccontare in modo così puntuale, anche se molto poco obiettivo, quegli anni. Il libro rappresenta uno spaccato straordinario della nascita del rock inglese. Prima dei Rolling Stones il mondo era popolato di cantanti buoni e puliti. Anche i Beatles, agli esordi lo furono. Loog-Oldham applicò la regola, vecchia come la storia, della rivalità e della contrapposizione. I Beatles erano buoni? Gli Stones sarebbero stati cattivi e politically uncorrect. I Beatles avevano le loro divise? Gli Stones sarebbero stati l’altra faccia dell’eleganza. Il suo genio creativo coniò una serie di frasi a effetto. La più famosa rimane: ‘Lascereste che vostra sorella uscisse con uno Stone?’. L’impatto fu clamoroso. Per la prima volta anche la musica nascente della rivoluzione giovanile e della contestazione (allora piuttosto timida), aveva i suoi Coppi e Bartali, i suoi fratelli-serpenti.I due gruppi furono spinti contro, ma nella realtà i rapporti restarono sempre ottimi. E quando, nel 1963, agli Stones servì una canzone per dare seguito al piccolo exploit di Come On, a chi andò a chiederla Loog-Oldham? Ai rivali John Lennon e Paul McCartney, che furono lieti di offrire l’ancora inedita I Wanna Be Your Man. Fu quello il primo ingresso nella Top 20 della classifica inglese e l’inizio della grande scalata al successo. Il singolo successivo, Not Fade Away , avrebbe raggiunto il terzo posto. A Loog-Oldham va attribuita anche l’esclusione di Ian Stewart dal gruppo. Il pianista, che sarebbe restato a lungo e nell’ombra il sesto Stones, era giudicato troppo perbene per una banda di teppisti e di ragazzi cattivi.I cinque anni successivi sono stati quelli che hanno creato l’alone leggendario intorno a Jagger e Richards. Sono stati gli anni di Satisfaction, inno generazionale sull’incapacità di essere felici, Paint It Black, Lady Jane, Under My Thumb e {{Let’s Spend the Night Together}}, censuratissima e punto limite dell’irriverenza del gruppo. Jagger e Richards furono arrestati per detenzione di droga, lo scandalo raggiunse l’apoteosi. Qui, siamo nel 1967, i rapporti tra manager e Rolling Stones si guastarono. La fama e il carisma di Jagger erano cresciuti troppo per permettere una coabitazione serena. Oldham andò via, sostituito da Allen Klein, altro volpone della scena musicale. Era il 1967, Sergent Pepper bussava alla porta, come Absolutely Free di Frank Zappa, [[Younger Than Yesterday]] dei Byrds, Surrealistic Pillow dei Jefferson Airplane, The Piper At The Gates Of Dawn dei Pink Floyd. Il rock aveva perso la sua verginità. Ora era a colori. Ma il domani si sarebbe tinto di sangue. E proprio gli Stones avrebbero dato inizio, con la morte di Brian Jones (appena uscito dal gruppo per dissidi con Jagger) alle grandi tragedie del rock, provando sulla propria pelle il peso del dolore e celebrando l’addio all’età dell’innocenza. (9 novembre 2001)

L’opinione di Andrew Loog Oldham

Posted on 9 Novembre 202229 Novembre 2022 by AnnaMioni

mi scrive Andrew Loog Oldham, autore di Stoned:

Subject: from andrew loog oldham

Date: Fri, 9 Aug 2002 08:36:31 -0500

X-Mailer: Microsoft Outlook Express 5.00.2615.200

Bogotá, Colombia , August 9, MM2

Dear Anna Mioni :

(…)

The work you and Paolo Mioni and Davide Golin achieved in bringing my work Stoned into the Italian language is just so thrilling to receive and a joy to appreciate. The care, attention and result achieved with my way of words, and the preservation of the details and style of the time about which I wrote, shines off every page and turn in the story.

I embrace you all from the bottom of my heart to the top of my art for the professional art and craft applied to Stoned.

Un Abrazo A Todo. Thankyou, Andrew Loog Oldham

Recensioni ‘Le donne nel rock’

Posted on 9 Novembre 202229 Novembre 2022 by AnnaMioni

Dallo sterminato archivio della rivista Rolling Stone, sotto la cui egida è stato realizzato questo assemblaggio italiano, ecco arrivare un volume (il primo di due) dedicato a ripercorrere le origini della musica al femminile, in questo caso soffermandosi a sviscerare storie, aneddoti e notizie relative all’arco di tempo che va dal 1920 al 1976. Se le distinzioni tipo ‘la musica al femminile’ da sempre trovano delle opportune riserve, spesso e in primo luogo proprio da parte delle artiste stesse, che vorrebbero essere comprese, apprezzate ed eventualmente analizzate a prescindere dal loro sesso, è anche vero che c’è uno specifico femminile a cui le artiste raccontate in questo volume si rifanno, o meglio, è proprio dalla lettura dei loro ritratti che se ne può comporre uno sufficientemente vasto e completo. Il volume si articola in tre parti: la prima si intitola ‘Le pioniere del rock’n’roll: blues, jazz, gospel, rhythm’n’blues e country’, e traccia la vicenda artistica e umana di personaggi come Ma Rainey, Bessie Smith, Billie Holiday, Mahalia Jackson ed Etta James: in una parola, le genitrici della odierna musica rock, in qualunque modo la si affronti. Il secondo capitolo è intitolato ‘Passerotti e virago: il pop, il folk e il rock negli anni ’50 e ‘60’ e lascia scorrere la storia di Petula Clark, Nanci Sinatra, Cher, Dusty Springfield, Carole King, Aretha Franklin, Diana Ross, Joan Baez e tante altre. Già dai nomi ci si rende conto della diversità delle proposte musicali, che rispecchia uno scenario quanto mai eterogeneo se abbracciato nel suo complesso. Il terzo e ultimo capitolo si intitola ‘Electric Ladyland: il rock negli anni ’60 e ‘70’ e si dedica a personaggi come Tina Turner, Joni Mitchell, Janis Joplin, Bette Midler – tra gli altri. Insomma, una buona raccolta di storie, raccontate nel tipico stile giornalistico statunitense, l’unico che è riuscito a fare della sua versione ‘musicale’ qualcosa di molto vicino alla letteratura. Sono in effetti dei veri e propri racconti, che non mancheranno di intrigarvi se soltanto avrete la voglia di dedicarvi ad un viaggio a ritroso nel tempo. (www.rockol.it, 16 dic. 1998)

A poco meno di sei mesi di distanza dalla pubblicazione del suo primo volume (v. libri, video & co.), ‘Il libro delle donne del rock’ torna nelle librerie con un secondo volume che copre la storia della musica al femminile dall’avvento del punk fino ai giorni nostri. Se il precedente capitolo, pur avvincente, raccontava la vita di personaggi forse un po’ distanti adesso dalla contemporaneità, il bello per così dire di questa seconda parte è proprio l’essere incentrata sulla musica degli ultimi vent’anni e su personaggi che sono stati e sono sulla bocca di tutti, a partire dalla copertinata Courtney Love. Si passa così attraverso tre grandi capitoli, il primo dei quali si intitola ‘Ribelle ribelle: il pop e il punk negli anni ‘70’ e copre i profili – tra gli altri – di Yoko Ono, Marianne Faithfull, Patti Smith, Jayne County, Debbie Harry, Siouxie e Chrissie Hynde. Il secondo è ‘Dive ed entraineuses: dagli anni ’70 ad oggi’, e si occupa di personaggi che vanno da Kate Bush a Cyndi Lauper, da Rickie Lee Jones a Sinead O’Connor, da Selena a Mariah Carey, mentre si chiude con ‘Oh, bellezze!: verso il terzo millennio’ con Laurie Anderson, Courtney Love, Ani DiFranco, Neneh Cherry, Liz Phair e Polly Jean Harvey. Il tutto raccontato con dovizia di particolari e competenza da una serie di agguerrite freelance, reporter, columnist e redattrici rigorosamente al femminile. Una galleria di ritratti assolutamente da leggere: garantisce Rolling Stone. (www.rockol.it, 23 mag. 1999)

Recensioni Elliott Smith

Posted on 9 Novembre 202229 Novembre 2022 by AnnaMioni

Elliott Smith, genio triste dalla morte misteriosa.

Andrea Laffranchi

Corriere della Sera, 24 aprile 2005 Nuova biografia sul cantante texano

Uno fuori posto. Anzi, uno che non si sentiva mai a posto. Così era Elliott Smith, cantautore geniale scomparso in circostanze misteriose ( omicidio o suicidio?) il 21 ottobre 2003, a 34 anni. Due episodi – entrambi raccolti in Elliott Smith e il grande nulla ( Arcana, 269 pag) di Benjamin Nugent, biografia nelle librerie in questi giorni – raccontano bene il suo disagio nei confronti della vita. Il primo risale al 1994. Elliott si fa tatuare su un braccio il toro Ferdinando, bestione pacifico preso da un libro per bambini che alle corride preferisce i fiori: un fallito agli occhi della gente perché, spiegò Smith, « fuori dal sistema » . Il secondo, siamo nel ‘ 98, ci porta sul palco d e g l i Oscar. Elliott canta la sua « Miss Misery » , candidata come miglior canzone originale: nonostante il completo bianco, la camicia e la cravatta rubino, le scarpe Prada, la sua espressione impacciata fa capire che al successo e ai lustrini preferirebbe altro. Queste due pillole parlano di Elliott anche a chi non ne conosce le canzoni. Piccoli gioielli del cantautorato dove la dolcezza delle melodie si incrocia con storie piene di malinconia. Il dolore dei personaggi è il dolore di Smith, le loro sfighe sono le sue, le loro paure le sue paure. Un mondo raccontato in obliquo. Come in obliquo è la vita del protagonista come la racconta, perdendosi spesso in testimonianze irrilevanti, Nugent. A partire dalla storia sul suo nome. Il senso di inadeguatezza alla vita di Steven Paul Smith, nato il 6 agosto 1969 a Omaha, e vissuto fra il Texas ( con la mamma) e Portland ( con papà) si manifesta al college: in quegli anni decide di farsi chiamare Elliott. Steve gli suonava troppo «macho» e Steven «secchione» così, forse su idea della ex che prende il cognome di un ex, forse ispirato dal nome di una strada, opta per Elliott. E questa attitudine ha marchiato la sua vita. Anche quella professionale. Che parte con gli Heatmiser, una band che si fa conoscere nel circuito grunge rock di Portland e che arriva ad avere anche un contratto discografico. Ma non è il genere che Smith sente nelle sue corde. Parallelamente alla carriera nel gruppo, incide canzoni fragili nella cantina di casa. Da quelle cassette esce il suo primo cd solista, «Roman Candle», datato 1994. L’ ombra più pesante della sua vita , quella della droga, inizia a proiettarsi. I testi del secondo disco, «Elliott Smith» (’95), sono pieni di buchi, aghi, spacciatori e altre metafore: la gente pensa che Smith sia un eroinomane. Non ancora. La sua, raccontano gli amici, è una grande paura, una tentazione che emerge da profondi scavi interiori. E’ il successo discografico a trasformare tutto. Dopo il successo di nicchia di «Either/ Or» (’97) arrivano gli Oscar, un contratto più ricco con la Dreamworks per «X0» e «Figure 8» fanno di Smith una figura di riferimento nel cantautorato Usa. La pressione dei fan, i tour massacranti, lo staff che lavorano con lui finiscono per isolarlo dagli amici. L’ alcol, compagno degli anni precedenti, non basta più. Arrivano eroina, crack, pillole e cliniche. Il nuovo disco, quello che avrebbe dovuto consacrarlo, fatica a uscire. Smith lo fa e lo disfa. Vedrà la luce solo dopo la sua morte. Provocata da due coltellate al petto sulle quali la polizia ancora indaga.

Ad memoriam di Elliott Smith

Esce in italiano la biografia di Elliott Smith, cantautore americano tragicamente scomparso e noto al grande pubblico per aver musicato il film di Gus Van Sant “Will Hunting – Genio ribelle”.

di Giancarlo Susanna Railibro n 67

È molto probabile che il nome di Elliott Smith sia sconosciuto alla gran parte del pubblico italiano, anche quello più abituato a frequentare i negozi di dischi. Forse però, in un angolo della memoria qualcuno ritroverà la musica malinconica e crepuscolare che accompagnava le immagini più belle di un film di Gus Van Sant, Good Will Hunting – Genio ribelle. Quelle canzoni – una delle quali, “Miss Misery”, fruttò al suo autore una nomination all’Oscar nel 1998 – erano opera di Elliott Smith, il cantautore americano più importante della sua generazione.

A Smith, artista di culto scomparso in circostanze ancora misteriose (è molto probabile un suicidio) nell’ottobre del 2003, ha dedicato una biografia il giornalista Benjamin Nugent. Pubblicato negli Stati Uniti nel 2004, Elliott Smith and the Big Nothing esce tempestivamente anche da noi nella traduzione di Anna Mioni, a testimoniare che non è sempre la fama a guidare le scelte dei nostri editori.

Va detto subito che chi voglia accostarsi a quanto Elliott Smith ha realizzato nel breve arco di tempo che va dal 1994 all’anno della sua morte – musica e versi che più di altri raccontano l’America di oggi – dovrebbe prima di tutto ascoltare i suoi dischi e che una biografia, sia pure scritta da Nugent nel modo più completo possibile, non basta a darci un’idea dell’influenza esercitata da Smith sulla musica rock di questi anni.

Dicevamo che Nugent ha lavorato come meglio poteva e questo significa che, come lui stesso dichiara nell’Epilogo, non ha avuto accesso a tutte le fonti, soprattutto a quelle più vicine all’oggetto della sua ricerca: «Molti amici di Smith che avrebbero potuto difenderlo più lealmente sono assenti da questo libro perché non rilasciano dichiarazione su di lui alla stampa, e non hanno fatto eccezione per me … Lo stesso vale per la famiglia di Smith». L’autore ha fatto quindi ricorso a tutto ciò che era possibile reperire su Elliott Smith e ha intervistato le persone disposte a parlare di lui. Il risultato è un libro molto documentato e a tratti – quando Nugent cerca di interpretare la vita di Smith attraverso le liriche delle sue canzoni – necessariamente arbitrario.

Ci vorrà ancora qualche tempo – nonché un biografo che riesca a vincere il riserbo dei familiari e degli amici più stretti – per avere un quadro più ampio e completo dell’esistenza di questo artista tormentato e geniale. Nel frattempo la bellezza dei suoi dischi – vi raccomandiamo almeno Either/Or, un capolavoro assoluto della canzone d’autore d’oltreoceano – diventerà sempre più evidente e la sua popolarità crescerà come sempre accade per i poeti e i musicisti che muoiono giovani. Ora come ora Elliott Smith e il grande nulla è con una manciata di splendidi album – in appendice al libro c’è un’accurata discografia compilata da Anna Mioni – l’unica chiave per entrare nel suo mondo.

Benjamin Nugent Elliott Smith e il grande nulla (Arcana)

C’è un ragazzo che non si ritrova in se stesso. Non si ritrova nei genitori che ha avuto e nei luoghi dove è abitato. Non si ritrova neanche nel gruppo che ha cominciato a farlo conoscere come musicista. Elliott Smith non si trovava proprio in questo mondo. Steven (il suo vero nome) era un ragazzo che molti inquadrerebbero come ‘difficile’, e forse lo era. Ma era anche molto altro. Era uno che faceva ridere. Riservato sì, ma sempre di compagnia. Leggeva e suonava. Suonava, soprattutto, e come suonava. Gli amici lo descrivono come un ragazzo un po’ riservato, ma sul quale si poteva sempre contare, che in qualsiasi momento era a disposizione di chiunque avesse un problema e che una volta raggiunta la (per niente agognata) fama ha cominciato a crollare. Interviste di riviste specializzate, racconti di amici, ex ragazze e soprattutto la sua musica, sono le fondamenta principale su cui si fonda la prima biografia, ‘Elliott Smith e il grande nulla’ scritta da Benjamin Nugent (Arcana, 268, € 17,50, trad. di Anna Mioni; corredata da tutta la discografia e non solo di Smith) sul cantautore statunitense che il 21 ottobre del 2003, a soli 34 anni si è tolto la vita. Dall’infanzia difficile passata con un patrigno col quale i rapporti erano molto tesi, al trasferimento a Portland, dal padre; dai primi passi musicali all’università fino agli Heatmiser il gruppo grunge di cui faceva parte agli inizi dei ’90, per arrivare poi alla carriera solista e alla nomination all’Oscar per la colonna sonora del film di Gus Van Sant ‘Will Hunting – genio ribelle’ (Oscar perso per mano della Celine Dion del Titanic). Un excursus nella vita di un cantautore che ha scritto canzoni stupende (‘Pitseleh’, ‘Roman Candle’, ‘Ballad of big nothing’, ‘St. ideas heaven’, ‘Pretty (ugly before) e che si è ritrovato improvvisamente catapultato nel mondo delle star, dei grandi pubblici, delle groupie, ma che avrebbe voluto solo continuare a scrivere canzoni per sé e gli amici. Che avrebbe pagato per non raggiungere quella vetta dalla quale è inesorabilmente precipitato, spinto anche dalla depressione (‘I’m not half what i wish i was’ cantava) e dalle droghe che hanno caratterizzato l’ultima parte della sua breve vita. Di un ragazzo, insomma, che ‘era diventato un faro illuminante in un Grande Nulla, che era la mostruosità luccicante della musica da discoteca e del metal goliardico che imperversavano nelle classifiche’. Francesco Raiola, da Freak Out

Recensioni Phreak

Posted on 9 Novembre 202229 Novembre 2022 by AnnaMioni

Phreak.

Si potrebbe definire tecno-noir Phreak di Denise Danks (Marsilio, 13,50, in libreria da domani). E’ la storia di una giornalista informatica alle prese con un traffico di cellulari clonati nell’East End di Londra. Una sua fonte, un hacker, viene trovato morto. Lei finisce tra gli indagati. Dietro il traffico di tecnologie c’è molto di più: una guerra tra bande che si combattono sia fuori che dentro la Rete. D. Olivero, Repubblica

È un intrigante romanzo poliziesco, di quelli veri che vi tengono saldamente legati al procedere della narrazione e vi impediscono di posare il libro prima di averne ultimata la lettura, questo Phreak di Denise Danks, appena pubblicato nella nuovissima collana ‘Black’ della casa editrice Marsilio nella traduzione di Anna Mioni. Prima donna ad essere stata premiata con il Raymond Chandler Fulbright Award, Denise Danks, che solo adesso approda nelle librerie italiane è invece da tempo solidamente affermata nel Regno Unito per i suoi romanzi e per la sua attività di sceneggiatrice. Al centro di questo Phreak vi sono gli intrighi e i delitti perpetrati nell’ambito di una spietata guerra fra bande di criminali in cui Georgina Powers, giornalista informatica della rivista ‘Technology Week’ e protagonista di altri cinque romanzi della Danks, tutti finora inediti in Italia, incappa partendo da un’indagine giornalistica su un traffico di telefoni cellulari clonati (i phreak del titolo sono appunto gli hakers telefonici). A dominare incontrastata la narrazione è la voce narrante della protagonista. Discretamente dedita all’alcol e agli stupefacenti, oltre che alla buona tavola e al sesso, l’amorale e sarcastica Georgina Powers ruba per se tutta la scena che riempie con la sua vita sregolata e il suo umorismo tagliente, con il suo coraggio incosciente e con la sua fondamentale generosità. Intorno a Georgina la Danks costruisce con bravura un demi-monde di personaggi in cui trovano spazio Tony Levi, un ex pugile ed ex amante di Georgina (più ex pugile che ex amante), il detective Duggan un ambiguo poliziotto di quelli con ‘le viscere saldamente ancorate al suo cuore d’acciaio’, un caporedattore in crisi sentimental – gravidica e la sua antipatica amante fanatica della macrobiotica. Ma a scolpirsi nella memoria del lettore sono soprattutto le figure dei pirati informatici con il loro universo di macchine e di codici. È un mondo fondamentalmente oscuro, rischiarato soltanto dalla debole luce dei monitor, quello che la Danks immagina per loro mentre li fa scivolare come ombre su un tracciato in cui la rete di strade dell’East End londinese si confonde e si sovrappone alla rete di Internet. Un mondo in cui, protette dallo scudo dei modem, identità che non sono mai certe si nascondono dietro falsi nomi e falsi pensieri. Identità false a cui é concesso però di vivere in eterno mentre entità vere e materiali, di alberi, di animali e di uomini, vengono travolte e uccise senza ricevere una seconda possibilità. Marcella Musacchia, Prometheus, 23/6/2003

Georgina Powers, giornalista informatica free-lance, sta investigando su un traffico di cellulari clonati nell’East End di Londra. Le cose però si complicano quando la sua principale fonte, il giovane hacker Abdul Malik, viene ritrovato con il collo spezzato in fondo a un cassonetto della spazzatura. E come se non bastasse, ha uno sbaffo del suo rossetto sulla T-shirt. Sospettata dalla polizia per la morte del ragazzo, minacciata da una banda di gangster bengalesi che vuole sapere a ogni costo cos’è successo ad Abdul, Georgina è costretta a chiedere aiuto a un suo vecchio amante, Toni Levi, ex pugile e proprietario di night-club dalla dubbia reputazione, per riuscire a venire a capo di quella che si rivelerà essere una guerra tra bande combattuta senza esclusione di colpi tra il cyberspazio e il mondo reale. Grazie a una approfondita conoscenza del mondo delle nuove tecnologie, alle atmosfere cupe e inquietanti in cui sono immersi i suoi romanzi e alla felice creazione del personaggio di Georgina Powers, una giornalista sexy e amorale, che non disdegna alcol e droghe e dalla vita sentimentale disordinata, Denise Danks si è guadagnata un posto di primo piano sulla scena del noir contemporaneo. Drive magazine, 2003

Recensioni Chiudo il gas e vado via

Posted on 9 Novembre 202229 Novembre 2022 by AnnaMioni

Chiudo il gas e vado via.

Diverso clima ma egual sguardo amorevole e dolente in{{Chiudo il gas e vado via}} (Salani, pp. 315, 14) di Emily Barr, ambientato in una cittadina australiana, ove si discute della vera identità di Lina. Lina oppure Daisy? E qual è il suo oscuro passato? C’è chi giura di conoscerne il volto e di poterne rintracciare i risvolti torbidi e foschi. Un’indagine piena di suspense, graffiata dall’artiglio tipico delle nipotine di Barbara Cartland. (SABATO 9 AGOSTO 2003, LA STAMPA)

21-7-2003

Un’amica in fuga dal passato Nel brillante romanzo di Emily Barr Un viaggio appassionante nell’entroterra australiano alla ricerca di un’amica scomparsa. Sophie aveva 18 anni quando la sua amica del cuore, Daisy Fraser, coinvolta a Londra in uno scandalo di droga e sesso in cui morirono quattro giovani, si è suicidata: dieci anni dopo la rivede. E’ sposata, ha un figlio di dieci anni ed è incinta: ha un nome nuovo e finge un accento australiano, ma Sophie la riconosce. Un romanzo intrigante con personaggi incredibilmente azzeccati, mordaci e profondi le cui storie si intrecciano in modo magnifico. ‘Chiudo il gas e vado via’ è una fantastica lettura in cui una vicenda grottesca ricca di suspense si mescola al giornalismo scandalistico e senza scrupoli che scava nel tormentato passato di una donna in fuga. Daisy per dieci lunghi anni vive da saccopelista: è una viaggiatrice sfrenata che si sposta in continuazione, guardandosi sempre alle spalle, senza mai fidarsi della gente che incontra. Non viaggia per vedere il mondo, ma per sfuggirlo, cercando di dimenticare il suo passato. Dall’Inghilterra, attraverso l’India, arriva fino in Australia, dove incontra Tony, uno sbandato affascinante di cui la nomade e seducente Daisy si innamora a prima vista: ‘E’ un tesoro di uomo, uno di quegli opali che ti cambiano la vita’. A Craggy Rock, sperduto paesino nella terra dei canguri, dove l’acqua corrente e l’elettricità sono un lusso che nessuno può permettersi e dove le case non sono altro che tane sotterranee, Daisy e Tony decidono di costruirsi una famiglia. Lui non sa tutto di Daisy, ma il loro rapporto è forte. Lei ha un nome nuovo, una nuova vita e un bebè in arrivo, quando incontra Sophie. Soph ha ventinove anni, sta viaggiando con uno zaino sulle spalle nel deserto australiano, e la riconosce subito. Da dieci anni a Londra tutti la danno per morta suicida, ma Soph non ci ha mai creduto. Così anche se Daisy sostiene di essere un’altra, Sophie la riconosce: era la sua migliore amica. Ritorna in Inghilterra e racconta tutto al suo fidanzato giornalista. Lui pensa di fare lo scoop del secolo e regala a Sophie un viaggio in Australia e si offre di accompagnarla alla ricerca dell’amica scomparsa. La storia di Daisy è un po’ la storia di tante donne che ad un certo punto della loro vita avrebbero voluto mollare tutto per ricominciare daccapo: Daisy è stata costretta a farlo e ha girato il mondo senza legarsi mai fino a quando non ha trovato l’uomo giusto e il posto giusto in cui mettere radici. Sophie ha una vicenda meno intrigante, ma altrettanto profonda: crede molto nell’amicizia e per un’amica è pronta a tutto. ‘Chiudo il gas e vado via’ è un viaggio entusiasmante nel deserto australiano, dove la terra è arida e di colore giallo sabbia o rosso scuro, un luogo miracoloso a malapena abitabile dagli esseri umani, dove le provviste d’acqua arrivano con i camion e dove gli opali (pietre dure) sono l’unico motivo per cui esistono gli insediamenti. Un filo di suspense corre lungo tutto il racconto in un crescendo di emozioni e di curiosità: l’autrice, Emily Barr, descrive con eleganza la psicologia disperata di una donna che scappa dal suo passato intrecciandola in modo tagliente con il mondo selvaggio e spietato del giornalismo scandalistico.

Barbara Songia su TgCom

Sophie lascia a Londra lavoro, casa e fidanzato e parte zaino in spalla per l’Australia. In un villaggio nell’entroterra incontra una giovane donna incinta di nome Lina, che ha già un altro figlio di dieci e fa la maestra elementare. La donna nega di conoscerla ma Sophie è certa che si tratti della sua migliore amica, Daisy Fraser, una ballerina scomparsa dieci anni prima, in attesa di giudizio per la morte per droga di alcuni rampolli dell’aristocrazia londinese. Al suo ritorno a Londra Sophie racconta lo strano incontro a Larry, il suo fidanzato giornalista che aveva conosciuto Daisy attraverso le cronache scandalistiche del tempo. Larry invita Sophie a tornare con lui in Australia per scoprire la verità su Daisy/Lina, ma col segreto obiettivo di sfruttare la storia per farne lo scoop giornalistico della sua vita.

Chiudo il gas e vado via: tracce di vita nel deserto australiano

Cominciare una nuova vita richiede mesi e mesi di progetti meticolosi. Funzionano solo quando tagli tutti i legami e non ti concedi mai di guardare indietro. Non posso farlo, stavolta.

In questa storia, narrata con uno stile scorrevole e brillante, confluiscono il romanzo giallo, il rosa e il resoconto di viaggio, generi tra i quali Emily Barr si destreggia abilmente grazie anche ad un’adeguata dose di humor, secondo la migliore tradizione anglosassone, ispirata al genio di Dickens e Jerome, che ancora oggi si manifesta attraverso racconti in prima persona (Il diario di Bridget Jones insegna), pronti spesso a trasformarsi in agili sceneggiature di successo.

L’autrice manovra con garbo i fili della trama affidati a due voci narranti, sviluppando con sensibilità tutta femminile la psicologia della protagonista, madre in attesa ma anche donna in fuga dal proprio passato, costretta a mettere alla prova il suo estremo autocontrollo per cedere a stati d’animo turbolenti ma liberatori. Lina è infatti il personaggio meglio riuscito del libro, nettamente superiore al suo antagonista Larry con le sue puerili ambizioni prive di scrupoli; gli altri personaggi restano sullo sfondo, talora eccessivamente ‘tipizzati’ nei loro ruoli d’ordinanza.

Piaceranno senz’altro agli appassionati di letteratura di viaggio le descrizioni dei suggestivi paesaggi australiani come Craggy Rock, lo spettrale villaggio nel deserto con le sue case scavate nelle colline sabbiose e i suoi bizzarri abitanti, cercatori di opali a tempo perso e tracannatori di birra gelata per gran parte del giorno, per raccontare i quali la Barr ha dato fondo alle sue personali esperienze da backpacker nel continente sottosopra.

Chiudo il gas e vado via è un romanzo che si legge d’un fiato, sulle tracce di un mistero che si svela gradualmente tra passato e presente, tra sogno e realtà, tra rivendicazione della privacy e vite date in pasto ai mass media. Tema quest’ultimo di pressante attualità e caro all’autrice, che, sottolineando le nefandezze della stampa scandalistica, avrà probabilmente voluto togliersi qualche sassolino dalle scarpe lasciato lì da qualche collega giornalista assetato di fama.

Paola Macaluso (03-03-2004) su Lettera.Com

Sesso droga & rock’n’roll

Posted on 9 Novembre 202229 Novembre 2022 by AnnaMioni

Sesso droga & rock’n’roll

AA.VV.

ISBN 88-7966-159-0

224 pagine

Da quando è nato, il rock è stato continuamente associato al concetto di trasgressione, di ribellione giovanile verso il sistema culturale e politico esistente. I tempi cambiano, naturalmente, e la morale comune sposta continuamente il confine che separa ciò che è accettato da ciò che è tabù. Il rock documenta il cambiamento della morale comune e le pressioni affinché ciò avvenga. Negli anni Cinquanta era trasgressivo Elvis Presley che muoveva il bacino davanti alle telecamere, oggi sono tabù le canzoni che parlano di sesso ‘estremo’ e di droghe pesanti.

Sesso, droga & rock’n’roll raccoglie i testi con traduzione a fronte delle canzoni che negli ultimi quarant’anni hanno infranto ogni tabù, con un preciso riferimento ai brani che hanno affrontato due temi ‘scottanti’ come sesso e droga, grazie a grandi protagonisti del rock di ieri (Beatles , Rolling Stones, Doors, Lou Reed) e di oggi (Oasis, Verve, PJ Harvey, ecc.).

Recensioni ‘Perché essere buoni’

Posted on 1 Novembre 202229 Novembre 2022 by AnnaMioni

L’autore di questo libro, scritto con stile agilissimo, e nel quale più di una volta si sorride, è teologo e insegnante specializzato in Kabbalah e mistica ebraica. La bella traduzione del testo è di Anna Mioni.

(Giovanni Lugaresi, Il Gazzettino, novembre 1999)

  • Previous
  • 1
  • …
  • 5
  • 6
  • 7
  • 8

Ultime novità

  • Nella cinquina dei finalisti del Premio Capalbio 2024
  • Le agenzie letterarie nell’attuale mercato editoriale
  • Ogni libro ha una voce diversa
  • «Uno spazio di silenzio e concentrazione», conversazione con Anna Mioni
  • Dietro le quinte della letteratura: Vita da traduttore

Categorie

  • Articoli e interviste
  • Commenti
  • Poesie tradotte
  • Premi
  • Recensioni
  • Schede
  • Home
  • Chi sono
  • Who I am
  • Articoli e interviste
  • Contacts

Privacy

© 2022 Anna Mioni

© 2026 Anna Mioni | Powered by Minimalist Blog WordPress Theme
Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Se continui ad utilizzare ne accetti le condizioni.