Anna Mioni

Traduzioni letterarie dall'inglese e dallo spagnolo

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Autore: AnnaMioni

Recensioni ‘Kalimantaan’

Posted on 9 Novembre 202229 Novembre 2022 by AnnaMioni

L’AVVENTURIERO CHE DIVENNE RAJA

Il notevole romanzo di un’esordiente ambientato nel Borneo, durante il colonialismo inglese

di Renzo S. Crivelli, il Sole 24 Ore Domenicale, 7/11/2004

‘S’imbatterono in una certa luce madreperlacea, senza vedere nulla, e poi apparve un lungo sperone bianco che si stagliava lontano e poi spariva. Dopo varie ore sopra il bianco apparve una nebbia verde, che si estendeva lungo tutto l’orizzonte orientale’: questa e altre luminosissime descrizioni ci accompagnano, a bordo d’una goletta partita da Londra, nel viaggio di avvicinamento agli scenari incantevoli del Borneo, che un tempo si chiamava Kalimantaan. Su questa nave, insieme a una ciurma raccogliticcia, sta Gideon Barr, che con i risparmi del padre si è gettato in un’avventura incredibile sfruttando le rotte di penetrazione commerciale dell’Impero britannico.

Barr è una sorta di entrepreneur vittoriano, roso da un’ansia di conquista e di conoscenza – due aspirazioni opportunamente bilanciate -, che pensa a come arricchirsi in un contesto geo-politico in cui, ai danni dei nativi, molte potenze straniere europee stanno costruendo una rete di sfruttamento commerciale che si scontra soltanto con quella cinese, legata alla coltivazione e alla vendita dell’oppio. Egli sa sfruttare una situazione complessa, facendo leva sull’inclinazione, certo lungimirante, del Governo di Sua Maestà, che lascia spazio ad azioni individuali di conquista (a patto che sulle navi sventoli invitta l’Union Jack), pronto anche a sconfessare il tutto in caso di fallimento. Per Barr, invece, il successo è assicurato, grazie anche a una tattica astuta: quella di assecondare le lotte intestine dei popoli nativi, spostandosi, con il rilevante peso dei cannoni imbarcati sulle anvi inglesi, da una parte o dall’altra, a seconda delle necessità. In questo modo il novello conquistatore riesce ad appoggiare il sultano del Brunei in una dura guerra contro i ribelli Daiacchi, e ne ricava una bella investitura (la rajaship), divenendo un Rajah bianco, con tanto di regno e diritti di discendenza.

La storia di questa ‘occupazione’ è narrata, con una straordinaria capacità di ricostruzione ambientale, da Christina S. Godshalk nel suo primo romanzo intitolato, appunto, Kalimantaan, frutto di dieci anni di studi specifici sul Sud-Est asiatico che le hanno permesso di dare vita a un vasto mosaico storico-geografico, sulla scia (e trattandosi di navi che solcano stevensoniani Mari del Sud è proprio il caso di parlare di scia) d’una biografia reale, quella di James Brooke, che nel 1840 si staccò dall’East India Company per mettersi in proprio, fondando una dinastia, appoggiata informalmente dalla Gran Bretagna. Il suo Regno – noto come quello dei Rajah Bianchi di Sarawak – durò ben cento anni e si dissolse soltanto con l’occupazione giapponese durante la Seconda guerra mondiale. L’area governata da Brooke era vastissima, un territorio che poteva contenere sia l’Inghilterra che l’Olanda.

Godshalk, va detto subito, si è documentata assai bene (ne fa fede la lunga bibliografia di riferimento che sta alla fine del romanzo, unitamente a un indispensabile glossario). E nel ‘suo’ personaggio, a cui ha cambiato il nome in Barr, infonde tutto lo spirito vittoriano utile a ricreare un’atmosfera di entusiasmo commerciale ed esplorativo, affiancandolo a una serie di co-primari indispensabili in un nuovo insediamento (dal missionario al medico al colono ai comandanti del suo piccolo esercito, tagliatori di teste esattamente come i nativi). Al centro di tutto, però, sta la figura di Amelie, la ‘ragazzona inglese un po’ rozza’ che Barr ha sposato, trapiantandola in Borneo. Dai suoi occhi, dapprima ingenui e catatonici (immersa nello stupore di quella terra ‘estrema’) e poi, via via sempre più consci del suo ruolo di ‘osservatrice della storia’ apprendiamo, in filigrana, i termini sociali della lettura di Godshalk del colonialismo britannico, il cui prezzo politico, anche in vite umane, fu altissimo. Amelie è una sorta di Adela Quested (in Passaggio in India di E.M. Forster), che perà non disdegna di contaminarsi con quel mondo e che, alla fine, lascerà Barr. In lei rivive anche il narratore di Cuore di tenebra di Conrad: una sorta di Marlow che narra il suo irraggiungibile e feroce Kurtz.

SOGNARE NELLE FORESTE DEL BORNEO

Noi, ormai ingrigiti lettori giovanili di Salgari e, in anni più maturi, di Kipling e di Conrad, apriamo le pagine di Kalimantaan, un romanzo di C. S. Godshalk edito da Bookever (pp. 543, €16,50), e ci perdiamo ancora una volta tra i fiumi e le foreste del Borneo, tra pirati malesi e tagliatori di teste dayak, in un tumulto pittoresco di sangue acro e spezie pungenti. In Lord Jim Conrad rimpiangeva gli anni eroici dell’epopea delle spezie, quando isolati e cocciuti avventurieri smarrivano loro stessi nei labirinti verdi di terre ostili. Kalimantaan ci narra la più grande di queste storie, la fondazione del regni di Sarawak nel Borneo da parte di un inglese, mescolando introspezioni a crude descrizioni di ciniche crudeltà e corpi rosi e disfatti da malattie tropicali, interni brulicanti di insetti e parassiti, praho pirateschi mossi da schiavi incatenati, ceste piene di teste mozzate date come unica forma di pagamento ai dayaki che servivano gli inglesi. Culmine del libro è la tremenda rivolta, repressa nel sangue, dei coolie cinesi: ecatombe finale di un potere che si regge sulla violenza. Il romanzo, che tra ricerche e stesura ha richiesto dieci anni, rende con esattezza lo spirito dei tempi e dei luoghi. Per conoscenza diretta, tra le varie testimonianze posso citare i racconti malesi di Cliffold, un volume di viaggio della Bird e le lettere della moglie di Brooke, l’originale di Barr nel romanzo. Una mappa d’epoca può offrire un ultimo brivido: vi appare una località denominata Sandakan. Sognare è ancora possibile, forse.

Alessandro Monti, TuttoLibri della Stampa, 15 luglio 2005

Recensione da IoDonna del Corriere della Sera, n. 49/2004

Nel 1839 un avventuriero inglese di nome James Brooke giunse sulla costa nordoccidentale del Borneo con l’incarico di consegnare al sultano del Brunei una lettera che garantisse la salvezza all’equipaggio di una nave britannica dispersa in zona. Da quella regione popolata da cacciatori di teste, pirati e mercanti di schiavi, molti europei non erano più tornati. Ma la sorte di Brooke fu diversa: dopo aver lavorato al servizio del sultano, l’avventuriero venne nominato governatore di Sarawak e, in pochi anni, diventò il rajah di uno stato indipendente. Se questo è lo spunto storico di Kalimantaan, ponderosa opera prima di C.S. Godshalk, tutto il resto, compreso il nome del protagonista, Gideon Barr, è fantasia. Ne nasce un romanzone di stampo ottocentesco, con lampi ironici quando racconta le bizzarre abitudini dei colonialisti, che è molte cose insieme: la storia di un amore, di un regno, dell’incontro tra la convenzionale società vittoriana e una cultura potente e selvaggia. La Godshalk, vissuta a lungo nel Sud-Est asiatico, ha vinto la scommessa di far rivivere un mondo scomparso dal fascino ipnotico.

(Cristina Taglietti)

GRANDI SCENEGGIATORI I ROMANZIERI DELL’800

da Panorama, 12/11/2004

(…) È il Fëdor Dostoevskij dei Demòni a modellare le 604 pagine di I cospiratori del giovane Michael André Bernstein appena pubblicato da Guanda. Mentre è il più moderno E.M. Forster ad alimentare Kalimantaan, il perfetto romanzo di C.S. Godshalk (Bookever) che narra le avventure di lord Brook nel Borneo settentrionale, seconda metà dell’Ottocento. Esplicito omaggio agli amati autori romantici, in particolare Victor Hugo e Charlotte Brontë, è La bambinaia francese di Bianca Pitzorno, fresco di stampa da Mondadori. (…)

(Manuela Grassi)

Recensioni ‘Cinematerapia’

Posted on 9 Novembre 202229 Novembre 2022 by AnnaMioni

L’Espresso

Cinematerapia: arriva il nuovo manuale Usa

Due studiose newyorchesi spiegano quali film sono più adatti a curare gli stati d’animo negativi, dall’ansia alla depressione

di Cesare Balbo

Già da qualche anno negli Usa si parla di cinematerapia: quella capacità tipica delle storie del grande schermo e dell’immaginario filmico di curare gli stati negativi dell’anima, lenendo le ansie e gli affanni esistenziali che ingorgano la vita interiore.

Adesso Nancy Peske e Beverly West, due studiose newyorkesi, ripropongono il tema con un libro edito in Italia da Feltrinelli, ‘C’è un film per ogni stato d’animo’ disponibile nei prossimi giorni anche nelle librerie italiane. ‘I film sono ben più di un puro e semplice divertimento, sono dei medicinali che possiamo autoprescriverci’, spiega la Peske. ‘Una buona pellicola è come un ricostituente lenitivo che, se somministrato correttamente può curare di tutto, dalle crisi d’identità nei giorni di scarsa autostima agli stati di tristezza più profonda’.

Il manuale di 224 pagine individua in una serie di pellicole, dagli anni Trenta in poi, il rimedio naturale per certi stati ombrosi poiché la visione ‘ ad hoc’ di certi film trasmette emozioni e vissuti in grado di mutare positivamente lo stato d’animo. A chi è troppo stressato, ad esempio, farebbe bene la visione di ‘Full Monthy’ o ‘ Bread and Roses’, a chi ha problemi di inserimento e di comunicazione fa meglio ‘Chocolat’ o ‘Babe’, per le coppie in crisi è più indicato ‘Kramer contro Kramer’ o’ Harry ti presento Sally’, per dipanare i conflitti edipici tra genitori e figli c’è ‘Il buio oltre la siepe’ mentre ‘Il padre della sposa’ è più adatto ai genitori che devono elaborare il distacco dai figli. Se infine si desidera ricevere una sferzata di ottimismo e fiducia, è d’obbligo la positività dei film di Frank Capra in particolare de ‘La vita è meravigliosa’ , l’alternativa è ‘Cantando sotto la pioggia’, capaci entrambi di far reagire alla stasi rinunciataria, da cui si può uscire anche con ‘Sostiene Pereira’ di Roberto Faenza. Lo stesso regista di ‘Prendimi l’anima’, l’amore proibito tra l’analista Gustav Jung e la sua paziente Sabina Speilrein, il cui titolo è simbolico di ciò che inconsapevolmente lo spettatore chiede anche al cinema: di prendersi in cura l’anima. Un po’ come il piccolo protagonista di ‘Nuovo Cinema Paradiso’ di Tornatore, di fronte a una locandina di ‘ Via col Vento ‘ , altro non faceva che cinematerapia per tornare a sorridere alla vita nonostante il padre morto in guerra.

C’è un film per ogni stato d’animo Nancy Peske – Beverly West Traduzione: Anna Mioni Collana: Super Universale Economica ­ Feltrinelli 10,0 euro

da RAILIBRO

Cinematerapia

Un film per ogni stato d’animo, nella guida tutta al femminile di Nancy Peske e Beverly Westdi Valeria Merola

Per chi crede nei poteri terapeutici di un buon film, per chi è convinto che ogni stato d’animo debba trovare un suo corrispettivo in una storia appassionante, per chi cerca una videocassetta particolare, in grado di regalare le emozioni giuste al momento giusto, è finalmente uscito un libro per soddisfare tutte le esigenze.

Peccato però per i signori maschi, perché questo manuale, pubblicato recentemente da Feltrinelli, è pensato per un pubblico di sole donne. Scritto da due cugine newyorkesi, già conosciute ai lettori americani per altre guide analoghe, come Meditations for Men Who Do Next to Nothing (and Would Like to Do Even Less), Nancy Peske e Beverly West, Cinematerapia è un divertente vademecum alla ricerca del film adatto ad ogni occasione.

Dalla sindrome premestruale ai rapporti tra madre e figlia, dalle storie d’amore squilibrate al desiderio di evasione, dallo stress del lavoro alla perenne insoddisfazione per lo stato della propria acconciatura, dalla serata tra sole donne ai rapporti tra padre e figlia, la guida propone il rimedio cinematografico per risolvere ogni problema, curandosi, appunto, con i film.

I sedici capitoli di cui si compone il libro si aprono con una breve introduzione al “problema” da risolvere, in cui le autrici si rivolgono direttamente alla lettrice, elencandole la sintomatologia del caso. Se ci si riconosce nella descrizione, si può procedere con la lettura, avventurandosi tra tante schede di film consigliabili per guarire il malessere di turno. Cinematerapia passa in rassegna la storia del grande schermo, per aiutare le donne a scegliere il film adatto al proprio umore.

Le recensioni sono però tutt’altro che tradizionali, ma tendono, come tutto il libro del resto, a un tono ironico e decisamente divertito. Più che ai meriti artistici della pellicola, si guarda all’immagine femminile che ne emerge e ai sentimenti che il film mette in evidenza. Assolutamente non convenzionali sono poi le pagine, diciamo di approfondimento, in cui le autrici rubricano I finti film da donna, o la Classifica pratica dei fusti. Strumenti utili per non cadere nella trappola dei film solo apparentemente rivolti alle donne (tipo Il matrimonio del mio migliore amico) o per conoscere la versione più sexy del divo di turno, da Brad Pitt in Thelma e Louise a Harrison Ford in Il fuggitivo.

Le recensioni sono spesso intervallate da citazioni, vere “perle di saggezza” tratte dalla storia del cinema, ben evidenziate per una rapida consultazione, in modo che per esempio, chi fosse “afflitta dall’equivalente psicologico di un’acconciatura rovinata dal cappello” o chi avesse “le doppie punte emotive” possa trovare sollievo, oltre che nella visione di Susanna!, anche dalle parole di Bette Davis quando in Eva contro Eva dice “Devo ammettere che ho visto giorni migliori…ma non mi do ancora via al prezzo di un cocktail, come un’arachide!”.

Divertenti sono poi le schede del tipo Sognando crinoline: film con vestiti da urlo, in cui le autrici ricordano “vestiti talmente incredibili da ispirare persino chi non si interessa di moda”, come “il bel vestito bianco luccicante” di Winona Ryder nell’Età dell’innocenza, o il “famigerato vestito di velluto verde ricavato da una tenda” di Rossella O’Hara. O anche A Luglio come se fosse Natale, una rubrica che raccoglie quei film (da La vita è meravigliosa a Il miracolo della 34a strada) capaci di mettere “tutti di quell’umore euforico e cordiale che ti viene prima di ricevere l’estratto conto di gennaio della carta di credito”.

Cinematerapia è un libro simpatico, spensierato e magari anche utile, ma non può certo essere considerato una guida attendibile, né tra l’altro pretende di esserlo. Non solo per il punto di vista dichiaratamente parziale (che senso ha classificare il cinema in maschile e femminile?), ma anche perché le recensioni proposte sono volutamente concentrate su aspetti ben poco artistici. Un merito indiscutibile è quello di affrontare il tema del cinema in modo giocoso, lontano dalle imbalsamate guide tradizionali, dimostrandone i benefici sulla nostra vita di tutti i giorni, oltre l’esperienza estetica.

Un limite è invece il taglio esclusivamente femminile, che spesso condiziona negativamente le scelte, anche al di là del gioco, che è l’assunto di fondo, e su cui si modella tutta la scrittura. Negativa è poi la prospettiva “americanocentrica” (i film sono selezionati pensando a un pubblico che se li somministrerà “in combinazione con l’inerzia assoluta e qualche cibo oscenamente ricco di grassi”), cui la redazione italiana ha tentato di porre rimedio, aggiungendo, alla fine di ogni capitolo, qualche titolo “fatto in casa”. Ma forse il rimedio è peggiore del male.

da zoooom.it

Nancy Peske, Beverly West

Cinematerapia. C’è un film per ogni stato d’animo

Feltrinelli, 2003, pag.296, euro 10,50

traduzione di Anna Mioni

Nancy Peske e Beverly West sono due cugine newyorkesi, appassionate di cinema, che hanno messo su una fiorente impresa multimediale (libri, sito, programmi tv…), partendo dall’idea che in un film molti spettatori e soprattutto molte spettatrici cercano le risposte ai loro problemi affettivi. L’intuizione non è originale, ha fatto oggetto di studi e saggi, è stata sfruttata anche al cinema. Bev & Nancy, però, l’hanno abilmente riconfezionata scrivendo una serie di guide dedicate alle donne che vogliono scegliere un video o un dvd per la serata in base all’umore o alle fortune sentimentali, e ora il primo dei volumi, Cinematerapia, è arrivato in Italia, edito da Feltrinelli nella spiritosa traduzione di Anna Mioni. Costruito a uso e consumo del pubblico Usa (come dimostrano i film recensiti, quasi esclusivamente americani, e l’uso sfrenato di interiezioni e punti esclamativi) e mortificato dagli stolti consigli aggiunti dalla redazione italiana (perché suggerire la visione di Senso di Visconti e del Ciclone di Pieraccioni in coda al capitolo dedicato al cliché della donna come ‘madre comprensiva’?), il libro ha però il buon senso di non porsi come un manuale di terapia cinematografica – una disciplina consolidata, a giudicare dalla quantità di link sul tema – e passa in rassegna oltre duecento titoli, da Via col vento a Camera con vista (trovate la scheda nello Zoooom) fino a Scream 1 e 2. Chi invece volesse sapere qualcosa di più sui (fortissimi) rapporti fra cinema e psicoanalisi, dovrebbe leggere Freud a Hollywood di Simona Argentieri e Alvise Sapori, pubblicato qualche anno fa dalla Nuova Eri.

ZOOOOM su: Camera con vista (dal capitolo ‘Quando le donne erano vere donne e gli uomini ne avevano soggezione: film in cui gli uomini si comportano bene’)

Recensioni ‘Mi fa male la pancia del cuore’

Posted on 9 Novembre 202229 Novembre 2022 by AnnaMioni

i giovani non hanno perso le ali dai loro cuori bevono le parole dello stupore che non sono altro che il vento verde del futuro’

di Alessia Malfetta

‘Se Maria ha tre mele/ e ne dà una a Nicolas,/ quante gliene restano?/ A cosa pensi, Nicolas?/ Non sai la risposta?/ Se Maria mi dà una mela,/ mi resta ancora una speranza’. Questa è una delle 56 poesie raccolte in ‘Mi fa male la pancia del cuore’. Titolo originale e ancora più dal dolce suono: ‘La alegria de querer’. Ed è proprio la gioia di amare che in ‘Mi fa male la pancia del cuore’ i giovani raccontano dicendo cosa provano non appena una ragazzina dalle trecce bionde sbatte gli occhioni a un ragazzino pronto a tirare un calcio di rigore alla Zico. Gli innamoramenti fatti di sospiri di illusioni e di speranze di delusioni, fatti di forti emozioni. Ci si innamora alla loro età di tramonti, di sorrisi, di piccoli gesti, della professoressa di fisica, o del profumo del gelsomino. Lo sappiamo che l’amore e la vita fioriscono tutti i giorni nelle nostre mani e nei nostri pensieri, ma solo un bambino o un poeta con l’animo di un bambino sa coglierne l’essenza. Ognuna delle 56 sensazioni è accompagnata e, allo stesso tempo, commentata da disegni in acquarello, immediati ed essenziali come il disegno di due cuori con incise le nostre iniziali e quelle del nostro innamorato che rientrano nel repertorio dei nostri ricordi. Allo stesso modo e con le stesse frasi di quel tempo Jairo Anibal Nino presenta questo libro, illustrato da Paolo Gennari. Aníbal Niño (nato a Moniquirá, in Colombia, nel 1941) è uno degli scrittori più apprezzati del Sudamerica. E’ noto per il suo lavoro in campo teatrale come attore, regista e drammaturgo. Importantissima è soprattutto la sua produzione rivolta al pubblico infantile. In questo libro racconta l’infanzia nei suoi aspetti più belli e più veri. Parlando della gioventù in Colombia – ma che in fondo è la gioventù pulita di tutto il mondo – ne dà una definizione altissima e poetica quasi come fosse una delle poesie raccolte in questo libricino. Una definizione da leggere e conservare, per grandi e per piccoli, per tutti coloro che vogliono tornare adolescenti per scrivere sulle pagine di un diario l’amore senza riserve: ‘i giovani non hanno perso le ali dai loro cuori bevono le parole dello stupore che non sono altro che il vento verde del futuro’. da www.pickwick.it

Poesie di Jairo Anibal Niño, tratte da ‘Mi fa male la pancia del cuore’, Sonzogno

Posted on 9 Novembre 202229 Novembre 2022 by AnnaMioni

traduzioni di Anna Mioni, © 2001

Quando mi guardo allo specchio

Quando mi guardo allo specchio

vedo un’immagine di bimba

alta e magra

come un uccello

che si ciba solo

dei frutti della pioggia.

Sono così giovane

che penso che il mio cuore

sia una bambola di pezza

che ha per cuore

una bimba alta e magra

come un uccello

che si ciba solo

dei frutti della pioggia

Però a volte

mi sento molto anziana,

come quel giorno

in cui il professore di religione

ci ha parlato del paradiso terrestre

e io ti ho guardato le lentiggini

e il ciuffo sulla fronte

e quando ti sei girato

e mi hai sorriso

mi si è accapponata la pelle.

Quando passi

Quando passi

cade un quaderno,

un piede inciampa,

degli occhiali scivolano,

una gola si chiude,

due mani sudano,

una sciarpa si perde.

Il fatto è che

il quaderno,

il piede,

gli occhiali,

la gola,

le mani

e la sciarpa

sono pazzi di te.

E a me che importa

E a me che importa se non mi ami!

Non hai sentito quando sei mesi, due giorni,

quattro ore, quindici minuti e tre secondi fa

ti ho chiesto: ‘Mi fai un favore, puoi tenermi il cuore

e la sciarpa, che fra un po’ vengo a riprenderli?’

Ovvio, non nego che sei mesi, due giorni

e quattro ore fa mi hai restituito la sciarpa.

Recensioni ‘L’inconcludente’

Posted on 9 Novembre 202229 Novembre 2022 by AnnaMioni

L’indice dei libri del mese Gian Paolo Serino

Lo strillo di copertina è di quelli urlati: ‘Diario di un inconcludente è il manifesto di un giovane Holden dei nostri tempi’. Piuttosto allarmati dall’inquietante paragone si sorvegliano le prime pagine (che stentano a decollare) per poi ritrovarsi immersi più o meno a capofitto nella piacevolezza della lettura. La storia neanche a dirlo è solo (e per fortuna) un lontano ricalco dell”eroe’ di Salinger: li accomuna una certa ironia di scrittura ma nulla di più. Se c’è un debito di epigonalità nel Diario di Anastas giovanissimo esponente della nuova narrativa americana è di rendere scorrevole una storia che vanta una tradizione secolare: quella del ‘preferirei di no’ che dal Bartleby di Melville sino alle ultime avanguardie a stelle e strisce è una delle costanti della letteratura statunitense. Anastas ha infatti il merito di rendere digeribile il diniego senza però cadere come tanti suoi coetanei nel premasticato: nel suo libro si ride e ci si commuove ma senza essere imboccati da sentimenti preconfezionati. Certo la trama sa molto di costruito ma il risultato è più che buono perché l’autore riesce a toccare le corde della vita facendole vibrare senza pizzicarle: il suo romanzo gira sul piatto della narrazione senza suonare a vuoto e il rumore che sentiamo leggendolo più che al vuoto pneumatico alla Easton Ellis ci fa pensare al ‘rumore bianco’ del silenzio. Silenzio di una generazione – quella nata sul finire degli anni sessanta – che ha ereditato tutte le disillusioni di un american dream miseramente inseguito da genitori ‘artisti dell’evasione mentale’. Di fronte a questo trip – drammatico più che lisergico – non resta che l’inconcludenza non resta che essere anime incompiute e teppisti contro l’eccellenza. Non resta che rivendicare il diritto di fallire in una società che solo ai vincenti sembra riservare… un posto al sole.

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Quel gemello che arrivava sempre secondo

Il prototipo del perdente nel protagonista del «Diario di un inconcludente» di Benjamin Anastas

Livia Manera – Il Corriere

«Risparmiate la vostra compassione per qualcuno che ne ha davvero bisogno, io sono già abbastanza impegnato a cercare di essere il peggiore nemico di me stesso», avvisa il protagonista di Diario di un inconcludente . William è il maggiore di due gemelli monozigoti nati a Cambridge, Massachusetts, e l’esser venuto al mondo sette minuti prima del fratello Clive è l’ultima cosa in cui arriverà primo nella vita. Dal fallimentare esordio al seno della mamma fino al matrimonio beffa a New York con una cameriera svedese bisognosa di permesso di soggiorno, la vita di William, raccontata dal giovane Anastas con raro garbo, intelligenza e senso dell’umorismo, sarà la parabola di una appassionata e coerente opposizione alla cultura del successo. Clive andrà ad Harvard e William dovrà accontentarsi di un college con un clima da Siberia e un fiume che puzza. Clive vivrà una storia d’amore con la desiderabilissima Faith e William dovrà farsi strapazzare il cuore da Natalie, che ha un debole per altri ragazzi. Precoce quanto suo fratello – e forse più intelligente – William sembra vivere solo per deludere le aspettative del prossimo. Costruito come un brano musicale con molte variazioni intorno un’idea unica, il Diario di Benjamin Anastas diventa l’ironico monologo di un sopravvissuto alle mode ideologiche degli anni 60 e alla tortura di due genitori stupidamente intelligenti che incoraggiano la masturbazione, purché praticata «in modo serio e responsabile». A lui, poveretto, William detto Guillaume o Guillermo secondo che in casa vada di moda il Maggio francese o la Rivoluzione messicana, non resta che diventare un anti Pornoy con un guanto da baseball infilato tra le gambe per prevenire onanismi notturni. E godersi, dalla splendida distanza della propria inconcludenza, «la bellezza intrinseca di tutte le cose che mi sono perso».

Fratelli, figli e nipoti del giovane Holden

di Ruggero Bianchi da TuttoLibri della Stampa, 26/10/2002 QUAL è la differenza tra un giovane «sbagliato» e un giovane «inconcludente»? Lo spiegano, in uscita pressocché simultanea in traduzione italiana, Willy Russell con Il ragazzo sbagliato e Benjamin Anastas con Diario di un inconcludente. Il primo è un inglese nato nei dintorni di Liverpool; il secondo un americano di Brooklyn che negli ultimi anni ha fatto del nostro paese (come molti suoi conterranei, non solo di ultima generazione) una sorta di sua seconda patria. Più che il luogo d´origine, conta tuttavia la data di nascita: Willy Russell ha visto la luce nel 1947, cioè una ventina d´anni prima della protesta studentesca e del cosiddetto ´68; mentre Anastas l´ha vista nel 1969, cioè in quel clima ribollente nel quale dominava il desiderio, la volontà o forse solo la velleità di rivoluzione, la ricerca di un sommovimento radicale che investiva non soltanto il sociale e il politico, i costumi e lo stile di vita, i diritti e le ideologie, ma anche e forse soprattutto la scuola e la famiglia. Gli anni, per intenderci, della nuova psichiatria e della nuova didattica, della nuova filosofia di vita e della nuova sessualità. Gli anni di Laing e di Watts, ma anche di Spitz e del suo ascoltatissimo discepolo Spock. Paradossalmente Raymond Merks, il ragazzo sbagliato di Russell, potrebbe addirittura essere il padre di William l´inconcludente e del suo gemello monozigotico (pur se caratterialmente e comportamentisticamente opposto) Clive; non fosse che il genitore di questi ultimi è un po´ più mosca cocchiera, più rispondente alla tipologia tutta america del radical chic alla Tom Wolfe, con qualche variante shabby chic alla «popolo di Seattle» che ne fa quasi un antesignano dell´etica grunge. Ottimo romanzo con qualche pagina un po´ scontata, Il ragazzo sbagliato (che segue l´originale struttura epistolare, tramite la quale l´io narrante comunica esperienze, sentimenti e sensazioni a un vagamente definito Morrissey, magari il fondatore del gruppo rock The Smiths o magari, chissà, uno del giro di Andy Warhol) si muove sui binari che tutti ormai crediamo di conoscere a memoria, narrando in circa 500 pagine quello che di solito gli amici si confidano nelle birrerie, nei pub o nelle camerette dei colleges, in un clima sottilmente omoerotico dove la droga e il sesso hanno un ruolo rilevante anche se a tratti repellente, secondo la logica del «Se hai cinque secondi di tempo, ti racconto la storia della mia vita». Il clima è quello classico dei beats e degli angry young men, degli hippies e dei figli dei fiori, con tanto di inserti di poesie «parlate» a cavallo tra il Whitman più scandaloso e il Ginzberg più sofferto e provocatorio. Salvo poi stemperarsi nel semifinale in una rivelatoria «lettera alla mamma» che, se proprio non sa di pentimento e redenzione, ha comunque il sapore del riconoscimento della sconfitta e dell´accettazione dei limiti; facendoci così presagire quali potrebbero essere alla fin fine i genitori del ragazzo inconcludente allorché, esaurito l´eroico furore adolescenziale, devono pur ammettere che il tempo passa e che col mondo occorre convivere. Diario di un inconcludente è invece un inno grandiosamente autoironico a un nuovo modo di pensare e di vivere legittimato da un consapevole lassismo parentale che vuol sottrarre la nuova generazione alle pastoie cui la precedente non ha saputo sfuggire, pur non rinunciando a campare di tisane e di kava, a vestirsi all´orientale o con jeans sgualciti che snobbano le etichette paninare. Cibo integrale, psicoterapia progressista, asili post-Montessori e scuole off, discussi in cucine straripanti di oggetti inutili e vissute come alveo primario della sacralità familiare. Discussioni peraltro dove i radicali brizzolati sono sempre in minoranza, giacché le decisioni si basano su un sistema maggioritario nel quale gli infanti possono sempre contare sul voto di cani di casa (che, a seconda del clima politico, dei flussi e dei riflussi del movimento e del trionfo del presidente di turno, Carter o Reagan che sia, si chiamano Fidel Castro o Mitterrand). Difficile dire se il romanzo di Anastas (una sequenza ininterrotta, esilarante e geniale di aforismi e di sentenze brevi) sia un capolavoro assoluto alla Giovane Holden. Certo è che merita di diventare il sacro testo dei genitori sessantottini e dei loro smidollati rampolli, se non altro per quello sfondo agrodolce che pungola il protagonista a scommettere sempre sulla propria disfatta, opponendo un´ansia di fallimento alla sua dichiarata incapacità di successo e alla sua frustrata esigenza di idealistica perfezione. Che possiamo attenderci d´altronde da chi dedica la prima parte delle proprie memorie a ricostruire, come nel Tristram Shandy di Sterne, la sua vita endouterina e i suoi primi mesi di poppate? Da uno che soffre cronicamente di allergie, tosse, malattie infantili, febbriciattole varie ed eruzioni cutanee, cui non lo sottrae alcun immaginabile vaccino; che non sa abbandonarsi a una «sana» masturbazione (pur patrocinata da genitori, pedagogisti e terapeuti di ogni genere), preferendole l´enuresi notturna; che s´accompagna alle preppies più sgraziate e bruttine, indietreggiando però di fronte a quegli infantili approcci sessuali che all´epoca venivano classificati come necking o petting; che non si distingue nel profitto scolastico e, in campo sportivo, fa perdere alla propria squadra partite già vinte? Anche in questo caso, naturalmente, ogni medaglia ha il suo rovescio. E qui il rovescio è costituito non tanto da Clive, il gemello che è in fondo il suo autentico alter ego, un fraterno opposto viscerale che è l´incarnazione delle sue potenzialità inespresse o rifiutate, un anomalo grembo estraneo e accogliente insieme, se non addirittura un insospettato rifugio onirico; quanto il finale, atteso e imprevisto assieme, che in un sarcastico e patetico «manifesto» trae le somme dell´intera vicenda, recuperando la scelta del fallimento e dell´inutilità civile come sublime etica di vita dove la scelta di farsi miserabile acquista una sua nobile qualità etica che può dar senso a un mondo privo di valori.

SCRITTORI EMERGENTI / BENJAMIN ANASTAS

Felicemente inconcludente Goffo, malaticcio, inibito. E fiero dei propri insuccessi. Arriva il Barney del prossimo autunno di Angiola Codacci-Pisanelli l’Espresso, 13 settembre 2002

Prestatemi dei soldi e non ve li restituirò mai. Innamoratevi di me e non vi noterò nemmeno. Risparmiate la vostra compassione per qualcuno che ne ha davvero bisogno, io sono già abbastanza impegnato a essere il peggior nemico di me stesso… A presentarsi così, con baldanzoso autolesionismo, è il protagonista e narratore del ‘Diario di un inconcludente’ dell’americano Benjamin Anastas, in uscita da Neri Pozza. Un anti-eroe che merita di diventare per gli under 40 quello che il Barney Panovsky di Mordechai Richler è stato l’anno scorso per i loro fratelli maggiori. Perché se Barney con la sua sboccata ironia corrode i diktat del politicamente corretto, il William di Anastas è un socialmente scorretto che con il suo racconto mina alle fondamenta i miti di realizzazione personale in cui è cresciuto chi è nato dagli anni Sessanta in poi. Se la vita è una corsa, corretela voi: io potrei, ma non voglio, sembra dire questo ‘giovane Holden dei nostri tempi’ (la definizione è del ‘Times’).

‘Il libro nasce da una frase delle ‘Memorie del sottosuolo’ di Dostoevskij: ‘Che cosa è meglio, una banale felicità o una sublime infelicità?”, racconta Anastas, trentatreenne bostoniano recentemente trapiantato in Toscana, nel Casentino. A far da amplificatore alla protesta di William è il confronto, continuo e implacabile (‘Non possono mica essere tutti e due eccezionali, no? Pensa a Kennedy e Johnson’, dicono i genitori) con il fratello gemello Clive: uno che ha successo in tutto, dalla prima poppata alla villa di lusso. Un espediente narrativo che può sembrare fin troppo facile: ‘Ma io penso che ognuno di noi abbia un gemello ideale che è la sua bella copia, con cui si confronta in continuazione’, spiega Anastas. Che poi ammette: ‘In realtà, io ho un gemello – una sorella, per fortuna – che è in effetti bravissima e bellissima ed è andata in un’università molto migliore della mia, e che merita tutto il meglio della vita’. Una Clive in gonnella, insomma: che come lui non riesce nemmeno a farsi odiare per quanto è buono è bravo. Al massimo William arriva a proclamare: ‘Rispetto il diritto di realizzazione di Clive proprio come difendo il mio di fallire miseramente’. Chi l’ha detto che nella vita bisogna essere felici, realizzati, disinibiti? Anastas scrive pagine esilaranti sull’angoscia di William per il nudismo dei genitori, sulla sua decisione di dormire con i guanti da hockey per resistere al loro invito a praticare una ‘masturbazione seria e responsabile’.

William cresce in un quartiere liberal di Washington, in una casa che era ‘un incrocio tra la villa di Playboy (nudismo e droghe leggere) e un villaggio della setta degli Shaker (pacifismo e legno grezzo)’. Ma dall’allattamento al seno al nido ‘a misura di bambino’, dall’impulso alla creatività personale al dialogo aperto con i genitori, il nostro bastian contrario rifiuta tutti i dogmi dei suoi genitori, pagando tutto sulla propria pelle, come quando pretende di fare il liceo in una scuola privata da romanzo dell’Ottocento, o finisce in un campus universitario che non merita neanche di essere nominato. Il risultato è una satira esilarante – ‘anche se affettuosa’, sottolinea l’autore’ – di quei liberal degli anni Settanta ‘che dopo Reagan sono definitivamente scomparsi’. Una satira che dopo aver conquistato i lettori americani (‘Non è stato un successo di cassetta, ma uno di quei libri che ci si consiglia tra amici’) è destinato a finire sugli schermi: ‘Una major voleva girare una commedia romantica centrata sugli anni dell’università e sul ‘triangolo’ con Faith, la fidanzata di Clive’, racconta Anastas: ‘Era un’idea talmente brutta che ero sicuro che sarebbero andati fino in fondo. Invece, per fortuna, ci hanno rinunciato. Ora un’altra produzione sta lavorando a una nuova sceneggiatura’. Il nostro ‘inconcludente di prima qualità’ supera una serie record di malattie dell’infanzia, passa indenne attraverso gli incontri con una psicoanalista, sopravvive alla ‘Prigione per ragazzi’ del liceo, arranca fino alla laurea, si lascia irretire da una setta californiana, casca nella trappola di un matrimonio col trucco, e non ha mai un momento di pentimento. Nemmeno quando ricorda che da piccolo aveva avuto in un test d’intelligenza punteggi più alti del fratello, o quando trova un momento di gloria universitaria diventando il cocco di un Super Barone di Lettere grazie a un progetto ‘Per una teoria dell’inconcludenza’ o quando Faith gli dice che ha una cosa in più rispetto a Clive: l’immaginazione. Anastas lo lascia, nell’ultima pagina, orgoglioso dei suoi fallimenti, pronto a riconoscere ‘la bellezza intrinseca di tutte le cose che mi sono perso’. ‘Ad alcuni critici non è piaciuto questo finale aperto’, dice Anastas, ‘ma io volevo proprio lasciare il mio protagonista in mezzo al guado’. Lo lascia però a un’età in cui molti ‘inconcludenti di successo’ non erano ancora arrivati a trovare la propria strada. Cosa diventerà William, da grande? ‘Forse finirebbe per diventare un po’ come i suoi genitori. Ma non lo saprete mai: quel ‘libro più consistente’ che William promette nelle ultime pagine del suo diario, naturalmente non uscirà mai’. Altrimenti che inconcludente sarebbe? 19.09.2002

Anastas, una vita da ‘vittima del sistema’

E’ in libreria Diario di un inconcludente, il primo libro tradotto in italiano di uno dei maggiori scrittori Usa di oggi. Il protagonista racconta la sua esistenza da bastian contrario nell’America post ’68. di Alex Dall’Asta Il Nuovo

MILANO – Sembra un gioco logico, come quelli dei test per l’ammissione alle grandi università americane, il plot di Diario di un inconcludente di Benjamin Anastas, uscito solo pochi giorni fa in Italia, primo lavoro dello scrittore ad approdare nel nostro Paese. Due gemelli monozigoti, perfettamente identici geneticamente, nati a pochi secondi l’uno dall’altro. Che non potrebbero essere più diversi. Clive è brillante, buono, generoso e intelligente. William è, fin dai primi giorni dal suo arrivo sulla Terra, un perdente, non impara a camminare, a parlare, è pigro e ipersensibile. E’ come se un essere umano fosse stato spezzato a metà, positività da una parte, negatività dall’altra. A William, il narratore del libro, è toccata la metà negativa della torta. Anastas, scrittore intelligente e consumato nella costruzione di impalcature narrative, racconta che lo spunto per il libro gli viene dall’essere lui stesso un gemello, anche se non monozigote. ‘Mi ha sempre affascinato dal punto di vista letterario il modo del tutto speciale in cui mi sento legato alla mia sorella gemella, e ho cercato di sfruttare le possibilità che il tema offriva per un romanzo’, spiega. E gli spunti affascinanti per il lettore attento non mancano. Fino a che punto, viene da chiedersi, siamo noi a decidere della nostra vita, e fino a dove sono i nostri geni, l’ambiente in cui nasciamo e ci formiamo, a determinare chi siamo?

La chiave di volta del libro è racchiusa nella parola americana underachiever (il titolo originale del libro è An Underachiever’s Diary). Un neologismo introdotto dagli psicologi durante il boom freudiano sul finire degli anni ’60, che in italiano non ha un corrispettivo vero e proprio. I traduttori italiani l’hanno resa con ‘inconcludente’, ma il termine non dà conto del significato prettamente scolastico che ha negli Usa. Underachiever , nella società americana dominata dalla competizione, è il bambino lento, che fa fatica ad apprendere. William non è per nulla stupido – ha lo stesso Q.I. del fratello, persino un po’ più alto – ma rifiuta, prima inconsciamente poi deliberatamente, di aderire al gioco. Dove voglia arrivare Anastas con la sua tragicommedia di un ‘inconcludente’ è chiaro: ‘La verità è che il sistema americano non vuole creare cittadini, ma consumatori. La sbandierata meritocrazia è tale sono fino a un certo punto: vince chi sta al passo con i ritmi del mercato, chi è lento e riflessivo rischia di venir tagliato fuori, fin da bambino’. Affascinante l’ironia con cui Anastas dipinge il background della storia, e la si apprezza anche nella traduzione italiana, ottima, di Anna Mioni. Cambridge, Massachussetts, il centro universitario numero uno degli Stati Uniti, dove William e Clive vengono alla luce a metà degli anni ’60, tutto sapere, scienza, intelligenza. Famiglia ‘alternativa’, padre femminile, madre maschile, progressisti, nudisti, insomma sessantottini. E con un debole per la psicanalisi. I bimbi William e Clive vanno dall’analista una volta a settimana, da piccoli vengono mandati ad un kindergarten sperimentale. Quello di cui non si rendono conto, questi genitori pur aperti e comprensivi, è fino a che punto l’analisi, i test d’intelligenza e il resto siano mezzi per pilotare il soggetto verso un’idea preconfezionata di ‘vita sana’, in realtà un’esistenza da shopper robotico con un unico obbiettivo: non fallire mai. William, il ‘perdente’, sente a pelle questa realtà, e fin dai primi giorni oppone ad essa il suo no, anche a costo di autodistruggersi. Il Times Literary Supplement l’ha definito ‘un Giovane Holden dei nostri tempi’. Il libro prende voce da quell’America del dissenso, di cui Salinger è una voce storica, e che ha più in comune con l’ambiente europeo che con la cultura dominante degli Stati Uniti. Anastas ha deciso – forse anche per quest’affinità con l’Europa – di trasferirsi in Toscana mentre lavora ad un nuovo libro: ‘La qualità della vita qui è molto più alta che negli Stati Uniti’, dice sorridendo. ‘In Italia sentirsi un underachiever è molto più difficile’. Benjamin Anastas, Diario di un inconcludente, Neri Pozza Editore, 173 pp., € 14 (20 SETTEMBRE 2002, ORE 12.00)

La rivoluzione inconcludente

da Donna di Repubblica del 12/10/2002 GENERAZIONE X Come sopravvivere a una educazione ‘democratica e libertaria’ anni ’70. Non facendo nulla: è la soluzione di William di Antonella Fiori Nessuno nasce ‘imparato’ e neppure uguale ad un altro. Siamo tutti ‘universi diversi’, anche se capita di essere vissuti per nove mesi in simbiosi e di venire alla luce a distanza di pochi minuti da un fratello con cui ci si dovrà confrontare per tutto il resto dell’esistenza. In Diario di un inconcludente Benjamin Anastas tenta il racconto ironico e scanzonato della vita tragica di William, bambino-ragazzino negli Anni ’70, e del suo rapporto, sin dall’inizio sbilanciatissimo, con il fratello gemello Clive. E della sua ribellione nei confronti del sistema ‘democratico e libertario’ applicato dai genitori ‘democratici e libertari’ su due figli nati ‘alla pari’, e su cui vengono sperimentati tutti i conformismi dell’epoca: dalla psicoanalisi forzata a partire dalla primissima infanzia (la citazione del manuale del dottor Spock fa lo stesso effetto dell’evocazione della radio da modernariato Brionvega), al nudismo anche questo forzato, fino al sesso libero, idem come sopra. La trovata del personaggio principale (classe ’66 nella finzione, mentre lo scrittore è di tre anni più giovane) è che sin da piccolissimo William proprio non si sente a suo agio in questo tipo di educazione standard americana, politicamente corretta, rispetto alla quale non riesce a escogitare nessun modello alternativo che non sia appunto l’inconcludenza. Il fatto di non realizzare – al contrario del fratello – le aspettative della società dei padri, rende spesso irresistibili le avventure di William, che qualche critico ha descritto come ‘un giovane Holden dei nostri tempi’. Ma, anziché ricalcare la beata grazia anni ’50 dell’adolescente Caulfield, dà, trent’anni dopo, il senso di una generazione molto più disperata.

Benjamin Anastas

Diario di un inconcludente (da Alice.it ‘Sono un uomo umile con tendenze autoritarie. Sono un santo con uno stile di vita da peccatore, o forse il contrario, un peccatore con aspirazioni alla santità non corrisposte, anzi no, aspettate: come potete vedere, ci sono ancora dentro fino al collo.’ Destinato fin dai primi minuti di vita ad essere la copia venuta male del proprio gemello, il protagonista (e narratore) racconta con ironia e con toni talvolta di grande comicità la propria dimensione di ‘inconcludente’. Incapace di reggere il confronto col fratello in tutte le possibili prestazioni infantili, meno simpatico, meno vivace, insomma sempre e costantemente ‘meno’, William non appare mai sofferente per questo destino e per il primato di Clive, anzi considera la sua una condizione di vita soddisfacente, quasi ottimale. Nasce da questo romanzo una filosofia che tende a rovesciare i luoghi comuni e i tradizionali modelli comportamentali. Forse non eccellere, non essere richiesti né ammirati, non suscitare aspettative in nessuno, permette di rimanersene tranquilli, di non essere vittime di nessuna nevrosi e soprattutto di essere perdenti senza recriminazioni o rancori. Per il protagonista poi la situazione è strana: avere di fronte a sé un altro se stesso, completamente diverso, anzi l’altra faccia di sé, è davvero una condizione eccezionale. In un certo senso la lettura del divertente romanzo è anche un’indicazione per tutti, infatti ognuno è quello che è, ma potrebbe pirandellianamente essere esattamente l’opposto, in quanto tutti siamo fatti di molteplici individui di cui uno ha la predominanza. Nel caso di questi gemelli lo sdoppiamento invece di essere interiore, è reale, realizzato cioè in due individui separati: si ha così una specie di dottor Jekyll il cui doppio non è malvagio, ma solo l’aspetto meno battagliero, meno intraprendente e meno simpatico di una personalità vincente. Così Anastas, attraverso il sorriso, indica come non ci sia un solo omologato modello umano, come le scelte di vita non siano mai sindacabili, ma che anche gli ‘inconcludenti’ possano liberamente e serenamente scegliere di esserlo. Le prime righe 1. I primi anni Ho cominciato alla grande. Primo di due gemelli monozigoti, ho anticipato di ben sette minuti l’ingresso nel mondo del mio riluttante fratello, senza contare il momento di sospensione dell’incredulità di lattante in sala parto. Quando lui, alla fine, è emerso, podalico, avvolto nel cordone ombelicale e tranquillo nel forcipe dell’ostetrica, io avevo già ricevuto il mio schiaffetto di benvenuto e mi ero fatto strada tra gli umani a forza di strilli, mentre mani esperte mi tagliavano il cordone, mi pulivano e avvolgevano nelle fasce. Avevo un nome, William, scelto da mio padre, che da piccolo avrebbe tanto voluto chiamarsi così. Nella sarabanda degli anni a venire i miei genitori avrebbero preso in considerazione l’idea di cambiarmi nome in Guillaume in onore del Maggio francese ( era il 1968), e più avanti, dopo un viaggio nelle campagne messicane a caccia di rivoluzionari armati – dal quale tornarono con un perfetto mobilio da salotto – , fantasticarono di chiamarmi Guillermo. Ma al tempo in cui venimmo alla luce i miei erano ancora nella fase anglofila, e per mio fratello scelsero un nome adeguato, Clive. Che poi rischiò di diventare Claude, e poi Chico: almeno erano coerenti! A quei tempi, nei loro sogni più ardenti, l’universo era regolato dalla corte suprema del giudice progressista Warren, e i miei erano convinti che ai loro figli, come a tutti, sarebbero state garantite le stesse opportunità di crescere e aver successo nella vita e che, per quanto sprovveduti o nullatenenti, avremmo sempre avuto voce in capitolo negli affari di famiglia. E crescendo non avremmo dovuto sopportare soprannomi sdolcinati e nemmeno portare vestiti uguali. I miei ne erano convinti, saremmo stati dei normali fratelli, solo un po’ più uniti del solito, e il fatto di essere gemelli non avrebbe limitato il nostro sviluppo né ci avrebbe fornito ingiuste facilitazioni rispetto alla maggioranza silenziosa di chi non ha un gemello. Si compiacevano molto, tuttavia, di una frase tratta dal libro del dottor Spock, Il bambino: come si cura e come si alleva, che mia madre quando era incinta aveva sottolineato sulla sua consunta edizione economica: ‘Ai gemelli… capita di sviluppare una personalità particolarmente forte proprio grazie al fatto di essere gemelli: si rendono presto indipendenti dalla sorveglianza dei genitori, hanno capacità non comuni di gioco cooperativo, grande lealtà e generosità reciproca’. In parole povere, riponevano grandi speranze in noi. © 2002 Neri Pozza Editore Di Grazia Casagrande e Giulia Mozzato

DIARIO DI UN INCONCLUDENTE, BENJAMIN ANASTAS

L’intervista all’autore Elogio del fallimento

‘SONO ORGOGLIOSO DI AVER DELUSO QUASI CHIUNQUE’, DICE IL PROTAGONISTA DI QUESTO PRIMO ROMANZO DELLO SCRITTORE AMERICANO BENJAMIN ANASTAS. Ironia della sorte, si chiama William e viene subito in mente il re William il Conquistatore o il poeta William Shakespeare. Niente di grandioso in questo William, o forse sì, c’ è qualcosa di grandioso nella costanza e determinatezza con cui persegue la sua carriera di ‘inconcludente’, di chi non riesce mai a conseguire un risultato positivo. Eppure era partito con sette minuti di vantaggio nascendo prima del gemello Clive. Poi era rimasto subito indietro, dalla crescita fisica allo sviluppo motorio, dagli anni dell’asilo fino ai clamorosi insuccessi all’università, anche se nei test eseguiti aveva riportato un punteggio addirittura superiore a quello del fratello. Un disastro anche la sua vita sentimentale. Una serie di lavori squalificanti fino a finire in una comune da cui viene poi ‘liberato’ dal fratello. C’è qualcosa di accattivante in questo personaggio, figura di un antieroe che risulta poi essere un eroe ribelle che rifiuta di adeguarsi ai modelli della società americana. Figlio di genitori politicizzati e moderni, della generazione che credeva nella parità dei compiti in casa, nei metodi di educazione antiautoritaria, nella liberazione dai tabù sessuali, William non solo rifiuta tutte le possibilità che gli vengono offerte, ma va volontariamente controcorrente, facendo sempre delle scelte opposte a quelle del gemello, e forse è una maniera per attirare l’attenzione su di sé. In fin dei conti basta una stella di prima grandezza in famiglia. Meglio rivaleggiare nel senso contrario ed è poi un trionfo ugualmente, se riesce a scrivere una ‘Teoria dell’Inconcludenza’ in cui afferma che l’ arma migliore dell’ inconcludente è la negatività: ‘invece di dire sì alla vita, dice ‘no grazie’.’ E William dice no al mito del successo, ai compromessi, e non è facile vivendo a Boston e appartenendo ad una certo ambiente. Un eroe negativo, William, che acquista valore nel ‘non’ raggiungere i risultati del gemello Clive. Eppure non riusciamo a provare antipatia per Clive, perché dopotutto William e Clive sono come due aspetti diversi della stessa persona e la positività di Clive investe anche i suoi rapporti con il fratello. E’ come se la personalità di Clive fosse senza ombre, di quella perfezione assoluta in cui però sentiamo la mancanza della dimensione umana del fallimento. Quella che possiede il suo gemello, per l’appunto. Un libro beffardo e ironico da consigliarsi a chi si sente emarginato e inadeguato, ma anche a chi, senza le doti di generosità di Clive, mira ad un successo senza scrupoli. E non sa che cosa si perde. Marilia Piccone 20-09-2002 StradaNove

Segnalazione su RAILIBRO

Articolo su GOLEM

CINQUE SENSI Libri – Diario di un inconcludente di Benjamin Anastas

di ANNA FOLLI Il libro Il Times lo ha definito ‘il giovane Holden dei nostri tempi’. E in effetti il protagonista di Diario di un inconcludente è talmente vero, coinvolgente, tenero e imbranato che, proprio come il protagonista di Salinger, fa scattare immediatamente il meccanismo dell’identificazione. William è un vero antieroe, un perfetto perdente in ogni settore della vita. ‘Di fronte alla possibilità di dar battaglia – teorizza – l’inconcludente si farà sconfiggere piuttosto che spargere sangue nell’agone moderno. Egli è privo di forze e deliberatamente debole’. In una famiglia che è un incrocio ‘tra la villa di Playboy (nudismo e droghe leggere) e un villaggio della setta degli Shaker (pacifismo e legno grezzo)’, William rifiuta tutti i modelli proposti dai genitori progressisti e politically correct. Con il gemello Clive, che passa da un successo all’altro, il confronto è inevitabile e schiacciante. Clive succhia meglio il latte, piange meglio, cammina, parla, gioca meglio. E poi naturalmente studia e lavora meglio. William, invece, vuole semplicemente essere se stesso. Non si accontenta della mediocrità e sceglie un personalissimo modo di emergere: il suo è un vero e proprio record di fallimenti. Ci può anche essere un modo sublime di perdere, nella vita. Ed è proprio quello scelto dal protagonista di questo romanzo. L’obiettivo di Anastas è ovviamente ironizzare sulla società americana, decisa ad apparire democratica e liberale, ma in realtà interessata soltanto al successo e alla ricchezza. Ma in Diario di un inconcludente c’è di più. Qualcosa che ha a che fare con l’onestà intellettuale. William è fiero della sua inconcludenza. Definisce la sua vita ‘una sperimentazione continua senza principi guida o conferme, una specie di lavoro in corso solitario, un po’ come pregare senza un dio che ti ascolti’. Ma è altrettanto pronto a riconoscere ‘la bellezza intrinseca di tutte le cose che mi sono perso’. È dunque una persona libera, più del fratello Clive, perfetto e realizzato. Più dei genitori, schiavi delle logiche postsessantottine. E il finale, volutamente aperto, lascia spazio all’immaginazione. Forse, in un futuro, William sarà anche capace di ‘concludere’. Hanno scritto di lui ‘Un antieroe che merita di diventare per gli under 40 quello che il Barney Panovsky di Mordechai Richler è stato l’anno scorso per i loro fratelli maggiori. Perché se Barney con la sua sboccata ironia corrode i diktat del politicamente corretto, il William di Anastas è un socialmente scorretto che con il suo racconto mina alle fondamenta i miti di realizzazione personale in cui è cresciuto chi è nato dagli anni Sessanta in poi.’ Angiola Codacci Pisanelli, ‘L’Espresso’ ‘A rischio di portare sfortuna a un promettente giovane talento, bisogna dire che se il prossimo libro di Benjamin Anastas mantiene lo spirito, la maturità e lo stile di questo romanzo, l’America ha guadagnato un nuovo, brillante umorista’. David Livingstone, ‘Detroit Free Press’ ‘Meno romanzo che meditazione, la grande forza di questo libro è nella creazione del personaggio di William che sa condurre attraverso la sua infanzia, adolescenza e inizio di età adulta, senza mai venire meno alla sua comicità.’ Michael Frank, ‘Los Angeles Times’ ‘Una satira così raffinata e divertente è rara in qualsiasi scrittore, ma in un romanzo d’esordio è addirittura straordinaria.’ Matthew Stadler, ‘The Stranger’ ‘William, il primo a nascere di due gemelli, ha deciso di spendere il resto della sua vita a impegnarsi per non essere mai più primo in qualche cosa. Nel corso del divertente, bel romanzo di debutto di Benjamin Anastas, William fornirà ogni dettaglio della sua strategia per fallire’ James Polk, ‘Times Book Review’ da VICENZA.COM

In un giorno intorno alla metà degli anni Sessanta, William viene alla luce anticipando di ben sette minuti Clive, il riluttante gemellino, che emerge dal buio del grembo materno quando lui è già pulito e avvolto nelle fasce, e ha già ricevuto da un pezzo il suo schiaffetto di benvenuto nel mondo. William, però, non avrà nemmeno il tempo di rallegrarsi della sua primogenitura e del suo brillante esordio nel mondo. Il destino crudele ha già stabilito, infatti, che l’istante della sua nascita sarà l’unico in cui primeggerà in qualche cosa nel corso della sua vita. Di lì a qualche giorno, Clive succhierà beato al seno della madre, mentre William afferrerà il capezzolo con le gengive, lo sputerà fuori, riproverà invano, diventerà rosso di rabbia e urlerà. A tre settimane, Clive avrà imparato a succhiarsi il pollice quando avrà fame, William invece succhierà il suo cuscino preferito con gravi rischi di soffocamento. Quando aprirà bocca a pochi mesi, Clive suonerà scale di vocali e consonanti, come fosse un valente musicista; William risponderà con monosillabi lunghi e sbrodolati. La copertina del libro A scuola, Clive riceverà lodi a tutto spiano e supererà agevolmente un ostacolo dietro l’altro. William invece vi inciamperà puntualmente, e si mostrerà così impacciato e goffo da essere preso per deficiente. Clive incanterà Faith, una bambina di una bellezza mozzafiato, William invece attirerà Dorothea, una bimba goffa e sgraziata. Clive sarà ammesso a Harvard. William sarà costretto a frequentare un triste college di una tetra cittadina dello stato di New York. Un destino crudele, per William, vero? Ebbene no…. Questo romanzo è il manifesto di William, l’orgogliosa rivendicazione della sua inconcludenza. Una sublime teoria dell’inconcludenza e un appello agli inconcludenti di tutto il mondo perché si amino e dicano in faccia a tutti con fierezza: ‘Prestatemi dei soldi e non ve li restituirò mai. Innamoratevi di me e non vi noterò nemmeno. Risparmiate la vostra compassione per qualcuno che ne ha davvero bisogno, io sono già abbastanza impegnato a cercare di essere il peggiore nemico di me stesso.’ Benjamin Anastas è nato nel 1969 negli Stati Uniti. Oltre a Diario di un inconcludente, che ha ottenuto un grande successo di critica e di pubblico negli Stati Uniti, ha scritto The Faithful Narrative of a Pastor’s Disappearance. Ha vissuto a Brooklyn, New York, e vive ora in Italia.

Diario di un inconcludente (An Underachevier’s Diary)

[da lettera.com William viene al mondo anticipando il gemello Clive di ben sette minuti. Eppure, questo promettente esordio di primogenito rimane il suo unico primato e vantaggio nei confronti del fratello con cui si confronta, affettuosamente ed ironicamente, per tutto il resto del romanzo (e della vita). Il fratello, fin dai giorni immediatamente successivi alla nascita dimostra un innata quanto generalizzata e diffusa propensione ad eccellere in qualsivoglia prestazione: da quelle infantili di appagato poppante e precoce sillabatore di vocali e consonanti, ai primi e facili successi scolastici e sentimentali (la bellissima Faith), all’ammissione ad Harvard (e ci mancherebbe!), via via sino alla completa realizzazione delle aspettative dei genitori, e di quelle personali. Un destino beffardo ed inaccettabile? Nient’affatto! Lo scanzonato William non è per nulla sofferente, o insofferente, dei successi del gemello Clive. Al contrario, è assolutamente orgoglioso della propria, sublime, inclinazione all’inconcludenza: unica alternativa per un ‘ragazzo degli anni 70’ al modello di vita standardizzato liberal e progressista dell’era post-reaganiana. Neri Pozza

Diario di un inconcludente: anatomia dell’inconcludenza

Ho cominciato alla grande. Primo di due gemelli monozigoti, ho anticipato di ben sette minuti l’ingresso nel mondo del mio riluttante fratello, senza contare il momento di sospensione dell’incredulità di lattante in sala parto. Quando alla fine è emerso, podalico, avvolto nel cordone ombelicale e tranquillo nel forcipe dell’ostetrica, io avevo già ricevuto il mio schiaffetto di benvenuto e mi ero fatto strada tra gli umani a forza di strilli, mentre mani esperte tagliavano il cordone, mi pulivano e avvolgevano nelle fasce. ‘Prestatemi dei soldi e non ve li restituirò mai. Innamoratevi di me e non vi noterò nemmeno.Risparmiate ogni compassione per qualcuno che ne ha veramente bisogno: io sono già abbastanza impegnato a cercare d’essere il migliore nemico di me stesso’ ‘L’Inconcludente’, come William, antieroe di Diario, è stato ed è tuttora un’inesauribile fonte di ispirazione letteraria: da Oblomov di Goncharov, star assoluta dell’inazione contemplativa, al salingeriano Holden, fino ai più recenti esempi: Grady Tripp di Wonder Boy di Chabon, ispirato all’inconcludenza di scrittore di Chuck Kinder; e Will, nullafacente trentaseienne di About a boy di Hornby. Ed abbiamo motivi sufficienti per pensare che lo sarà sempre di più, da che l’imperativo categorico delle società occidentali del ‘successo ad ogni costo’ ci obbliga ad una insensata ricerca della prestazione vincente, unico passe-partout per una felicità di pronto consumo. Chi non si omologa, chi si scopre incapace di conformarsi all’esigenza di ignorare l’etica dell’esistenza per surrogarla con l’estetica di una vita levigata dall’assenza di dubbi ed incertezze è destinato a rassegnarsi ad essere tagliato fuori: agli occhi del mondo è un fallito, incapace a raggiungere la serie di mete obbligate che la società impone. Eppure, visto che di inconcludenti il mondo è pieno, perchè non ribaltare i termini della questione e teorizzare, all’opposto, un progetto di vita ‘senza scopi’, una ribellione al diktat della ‘realizzazione personale’, che invece di dire sì alla vita, risponda: ‘no grazie’? L’obiettivo di Anastas è proprio questo: dimostrare, ironizzando sulla società americana, quanto l’inconcludenza sia l’unica vera forma di libertà: dai compromessi e dalla omologazione di massa. Quanto questa libertà costituisca, paradossalmente, una scelta vincente di profonda ribellione all’imposizione dell’undicesimo comandamento dell’ ‘aver successo-essere felici’, una presa di coscienza critica nei confronti di un sistema e di un’epoca ossessionati da obiettivi e prestazioni nevroticamente rivolti alla conquista di una felicità coatta e preconfezionata. E che ci rimanda nostalgicamente al MacHugh dell’Ulisse di Joyce: ‘Fummo sempre fedeli alle cause perse. Il successo per noi è la morte dell’intelletto e della fantasia.’

J. K.

21/04/2003 – I GEMELLI MALASSORTITI: IL DIARIO DI UN INCONCLUDENTE

Matteo ‘Ferrato’ Bordone

Da Dispenser

Vincente contro perdente. Ecco una contrapposizione idiota che andrebbe cancellata dall’etica planetaria. Non solo andrebbe cancellata dalla società statunitense, che in alcune situazioni e classi sociali vive soffocata da questa maledizione del giudizio che pende come una spada di Damocle, ma anche dalle nostre prospettive, o da quelle di paesi molto competitivi come il Giappone. Essere arrivati o essere degli inconcludenti. Farcela o non farcela. Siccome la vita non funziona così, non funziona su un solo piano, si finisce poi per preferire il manager che ha disimparato ad amare, all’impiegato felice. Perché quando si riduce tutto a un giudizio, ci si attacca all’unica cosa veramente misurabile, cioè i soldi. Sembra un discorso demagogico, magari lo è anche, ma ci sono argomenti su cui non ci sono incredibili genialità da dire. Benjamin Anastas ha affrontato il problema inventando un romanzo il cui protagonista è un perdente, ma invece di essere schiacciato da questa nomea spietata, ne è fiero. E a voler ben vedere non è una nomea, una diceria, è un dato di fatto. William è un inconcludente. La gente che gli sta accanto si aspetta da lui delle cose che lui non riesce a dare loro. Le aspettative del prossimo nei suoi confronti non vengono mai soddisfatte. Ad aggravare questa situazione c’è il fatto che William nella sua vita è stato giudicato singolarmente, per quello che ha fatto, solo per sette minuti, subito dopo essere uscito dal ventre della madre. Perché sette minuti dopo è uscito il suo fratello gemello, il perfettino, quello che da allora è sempre stato per tutti l’esempio di efficienza, il vincente, quello capace di riuscire in tutto. William è un vero antieroe, un pioniere della sfiga, un ribelle ironico che scopre che la sua ricchezza sta nel non essere capace. E tutto ha preso forma a scuola, molto molto presto. Sentiamo un estratto del DIARIO DI UN INCONCLUDENTE di Benjamin Anastas. BENJAMIN ANASTAS DIARIO DI UN INCONCLUDENTE NERI POZZA Quello che avete appena sentito era un estratto sulla primissima educazione del protagonista di DIARIO DI UN INCONCLUDENTE di Benjamin Anastas, tradotto da Anna Mioni e in vendita al prezzo di 14€ per le Edizioni Neri Pozza. Uno che con l’aria da perdente, da sfigatello, da inconcludente, ci campa da anni giocando alla modestia. Si chiama BECK e sentiamo volentieri un pezzo dal suo ultimo disco, acustico, di qualche mese fa. L’album si intitola SEA CHANGE, è prodotto da Nigel Godrich e infatti suona come un’astronave carica d’amore e malinconia. Questa è LOST CAUSE.

La ricetta di Anastas per essere inconcludenti

L’Arena – il giornale di Verona

Milano . Malaticcio, privo di forza di volontà, misantropo, ermetico, infelice, armato di negatività: è tutto questo William, gemello monozigoto del brillante Clive, l’anti-eroe per eccellenza che, in « Diario di un inconcludent e» (ed izioni Neri Pozza) di Benjamin Anastas, dedica tutta la sua vita «a cercare di essere il peggiore nemico di se stesso». «Anch’io ho una sorella gemella – ha raccontato ieri a Milano l’autore del romanzo, che è uscito in Italia il 13 settembre scorso – e ho sempre desiderato scrivere del rapporto speciale, che intercorre con un gemello. Sono partito dal grembo materno, perchè è il posto dove penso succedano cose che sono poi fondamentali per la vita futura». Tutti noi, ha spiegato lo scrittore, abbiamo un gemello ideale, il nostro Io migliore, con il quale ci misuriamo: «Ma avere un gemello vero – ha detto – è tutt’altra cosa: c’è un linguaggio speciale, inventato da noi, che nemmeno i genitori possono comprendere». Succede anche tra William e Clive, a cominciare dai primi mesi di vita, quando il primo non riesce a pronunciare la parola « nann a» , ma dice solo un « nah » , e il secondo, per incoraggiarlo, si adegua e gli dà la buonanotte con un « nah » . « La gentilezza di Clive – ha ammesso lo scrittore che, rispetto a sua sorella Rhea, 33 anni, storica dell’arte, si è sempre sentito il meno brillante – è la sua migliore qualità: tutta la vita cercherà di aiutare il suo gemello inconcludente». Durante le sue brutte esperienze scolastiche, i suoi frustranti rapporti sessuali e la sua pericolosa adesione a una setta strampalata. Ma è William, che più interessa ad Anastas, «l’anti-eroe che, con la sua inconcludenza, si ribella contro i valori acclamati dalla società consumistica americana, tutta votata alla felicità». «C’è tutta una letteratura americana dell’anti-eroe – ha spiegato Anastas – a cominciare da Melville per finire con Dennis Johnson. È l’unico modo per dar voce al proprio dissenso verso la società». Con gli attentati dell’11 settembre 2001, la società americana è cambiata: «Non ci si obbliga più ad essere felici ad ogni costo – ha detto lo scrittore, che per lunghi anni ha vissuto a New York – ma il senso di colpa e di vergogna non è ancora abbastanza sentito. Pensare a ciò che è successo mi fa stringere ancora il cuore e mi vengono le lacrime agli occhi, anche se io non ho perso nessuno». E riflettendo sul futuro, Anastas separa nettamente quello privato da quello della nazione: da qualche mese si è trasferito in Toscana, per poter scrivere in pace un romanzo storico ambientato nell’Austria del ’37 e «scriverò anche se il mio Paese dovesse andare in guerra contro l’Iraq». Una prospettiva «frustrante – ha ammesso – per le conseguenze mondiali che potrebbe avere e che pochissimi americani vogliono. Bush, che non è neanche stato eletto, rappresenta il passato: sembra che sia rimasto ibernato per anni e anni».

Diario di un inconcludente – Imperfetti si nasce

di Isabella Marchiolo

Da www.tuttoqui.it

Dura la vita dei gemelli. Soprattutto se la coppia di feti monozigoti, una volta venuta alla luce, si rivela decisamente male assortita e uno dei gemelli, sin dalla prima poppata, è destinato a primeggiare in tutto, mentre l’altro deve accontentarsi di sistematici fallimenti. Una vita d’inferno per il gemello ‘sfigato’ William, che, però, decide che i panni del perdente sono tutt’altro che scomodi. La surreale teoria sarà meticolosamente esposta nel ‘Diario di un inconcludente’, ultimo lavoro di Benjamin Anastas, uno degli autori più graffiante della nuova guardia americana. Anche stavolta, infatti, il giovane scrittore ha in serbo una buona dose di satira per la società statunitense, e a finire nel mirino è il sistema educativo, che marchierà dalla nascita il protagonista del romanzo con il pesante bollo dell’ ‘underachiever’ (la parola del titolo originale), ovvero intellettivamente lento di comprendonio e con problemi di apprendimento. In realtà, William ha ottenuto un Q.I. leggermente superiore a quello del gemello perfetto Clive, ed è riuscito persino a nascere un secondo prima del fratello, ma tragicomiche allergie e difficoltà post-natali lo tradiscono segnando ineluttabilmente la sua esistenza agli occhi dei genitori hippy e progressivi. Inizia, così, per il futuro inconcludente, una lunga serie di traguardi falliti, dalla titanica impresa del linguaggio, alla costituzione gracile, alla personalità piatta, ai quali si contrappongono i successi di Clive. Un fatale dualismo che continuerà nell’adolescenza e nell’età adulta dei due fratelli, vedendo il gemello ‘vincente’ conquistare una luminosa carriera professionale e relazioni sentimentali stabili con ragazze altrettanto perfette, e il povero William collezionare studi universitari di second’ordine, fidanzate alcolizzate o derelitte che puntualmente lo raggirano, depressioni etiliche e persino l’adesione ad una setta composta da altri rifiuti della società. Nel corso delle sue peripezie, obiettivo costante di William è quello di deludere le aspettative di tutti e di rifuggire la compassione per i suoi fallimenti dichiarandosi il peggior nemico di se stesso. Quello di Anastas è un feroce attacco alla corsa alla competizione che domina la società Usa, che nel romanzo trova una riuscita parodia nei genitori di William e Clive. Come evitare l’inadeguatezza, si chiede l’autore, se si è un bambino ipersensibile e mamma e papà praticano il nudismo in giardino, incitano ad una sana masturbazione, seguono alla lettera la pedagogia di Anna Freud, chiamano i cani Castro e Mitterand ed entrano in crisi per la puntuale sconfitta del proprio candidato presidenziale democratico? Persino non avere particolari problemi esistenziali (i due gemellini iniziano precocemente a frequentare l’analista) diventa una tara, e William si accorge che la propria inconcludenza non è altro che l’incapacità di ‘fare qualcosa di radicalmente nuovo’, fosse anche in un tranquillo appuntamento galante con una coetanea. La sua vita è come una preghiera ad un Dio che non ascolta, indifferente a ‘un vagabondo senza nome tra i suoi figli battezzati’ Con toni tragicomici e qualche tocco di humour, Anastas racconta infanzia, adolescenza e maturità del suo antieroe, che giunge a formulare una vera e propria ‘teoria dell’inconcludenza’. William fornisce un preciso identikit dell’inconcludente: deliberatamente debole e senza forze, solitario, abbandonato da Dio. In metafora, un Martini con l’ermetismo al posto del vermouth e l’infelicità come gin. Una fiera dichiarazione di orgoglio inconcludente, contro cui si infrangono gli inutili tentativi del gemello perfetto, Clive, che, anche William lo riconosce, è davvero buono, amabile e gentile d’animo quanto lui è scontroso e intrattabile. In sostanza, due fratelli sono entrambi vittime del sistema e si vogliono realmente bene, tanto da non poter stare troppo tempo senza contatti reciproci: William non riesce ad odiare Clive, e quest’ultimo non si è mai sentito superiore a William. Un rapporto simbiotico che si tramanda dalla convivenza nell’utero materno e che Anastas conosce bene, avendo l’autore stesso una gemella, anche se non monozigote. Quale partito scegliere, dunque? Per chi volesse intraprendere il difficile cammino dell’inconcludenza, William ha una controindicazione, quella di riconoscere l’intrinseca bellezza delle cose che ha perso per onorare il suo manifesto rinunciatario: l’amore, una famiglia, l’amicizia. Per converso, attorno all’inconcludente ruota un universo umano apparentemente vincente e altrettanto malinconico e stressato dai suoi obiettivi mancati. E rivela la sua inconfutabile verità: siamo tutti anime imperfette.

Recensioni ‘A Sud di Granada’

Posted on 9 Novembre 202229 Novembre 2022 by AnnaMioni

Gerald Brenan e la terra incantata

la Repubblica, 7 giugno 2001

Un classico sulla Spagna: ‘A sud di Granada’

Stefano Malatesta

Pubblichiamo un brano della prefazione al libro di Gerald Brenan ‘A sud di Grenada’ (Neri Pozza, pagg.352, lire 34.000) da oggi in libreria. Alla fine del 1919 un giovane inglese nato a Malta, che nella prima guerra mondiale aveva combattuto con onore ed era stato ferito, sopravvivendo alle spaventose carneficine di Passchendaele e guadagnandosi la Military Cross e la Croix de Guerre, partì per la Spagna. Non c’era una passione dietro la scelta del paese e nemmeno una forte inclinazione: da ragazzo il giovane aveva sognato di andare molto più lontano, in Asia Centrale, e qualche anno dopo era scappato da una terrificante famiglia per raggiungere i paesi balcanici dove infuriava uno dei tanti conflitti etnici. Ma ora ne aveva abbastanza delle guerre e anche dell’Inghilterra imbalsamata nelle distinzioni di classe e nelle rigide convenzioni, di cui si portava dietro un ricordo avvelenato per gli anni passati nelle odiose public schools. Forse il fatto che la Spagna fosse rimasta neutrale durante la guerra dovette contare qualcosa per il giovane, perché pensava di non avvertire qui l’angoscia che in Francia e in Inghilterra stringeva i cuori a quelli che erano stati al fronte e che non riuscivano a dimenticare. Ma a spingerlo definitivamente a prendere la più importante decisione della sua vita fu una motivazione molto prosaica per un tipo romantico come lui e comune a numerosi inglesi che in quel periodo non facevano altro che viaggiare: il basso costo della vita. La Spagna del 1919 era molto diversa, naturalmente, da quella di oggi. Le sue coste, quasi vergini e non toccate dalla speculazione edilizia, che arriverà quarantacinque anni dopo, erano tra le più straordinarie del Mediterraneo; i paesi della Castilla e di Léon conservavano il loro aspetto nordico e feudale; e nell’Andalusia tutti i giovani sognavano di diventare famosi toreri, come Joselito detto El Gallito. Chi leggeva i libri di storia era informato che il paese, dopo le glorie della conquista delle Americhe, aveva conosciuto quella che si dice una lenta, apparentemente incontrollabile decadenza, che l’oro e l’argento del Messico e del Perù e il valore dei fieri soldati dei tercios non avevano potuto arrestare. Ora si trovava a essere nello stesso tempo una nazione umiliata nell’orgoglio dopo la cacciata da Cuba, e un paese dissestato, povero, arretrato, chiuso nelle sue tradizioni e lontano dalle vie del progresso e dell’emancipazione. Ma il giovane, che diventerà il più reputato studioso e conoscitore della Spagna di tutto il mondo anglosassone, allora doveva sapere non molto di questa realtà, perché tra i tanti luoghi possibili, non scelse Siviglia o Granada, che gli sembrarono poco pittoresche, ma quasi per caso Las Alpujarras, un insieme di pueblos sparsi sotto la Sierra Nevada, tra Granada e il mare, raggiungibili solo a dorso di mulo, dove quasi nessuno straniero aveva messo piede. Il giovane era Gerald Brenan, aveva ventiquattro anni, i capelli rossi, qualche conoscenza nel gruppo di Bloomsbury e una notevole capacità a sopportare la solitudine per lunghi periodi. Quando arrivò al pueblo chiamato Yegen, per due o tre settimane i contadini si limitarono a guardarlo, senza dire o commentare e senza tentare di conoscerlo direttamente. Un giorno, improvvisamente, si trovò davanti al portone di casa un canestro con della frutta e della verdura e per la prima volta, uscendo per le strade del paese, tutti gli sorrisero e lo salutarono, segno che era stato accettato e molto rapidamente. In seguito venne invitato nelle case e cominciarono naturalmente a chiedergli chi fosse e da quale paese venisse e cosa avesse fatto fino a quel momento. Allora Gerald si mise a parlare della guerra e di come era stato ferito in battaglia. E qualcuno gli domandò: «La guerra contro los Moros?». Per loro la guerra si combatteva sempre contro los Moros, come nei versi dell’Ariosto, e secondariamente contro i francesi, che venivano regolarmente sconfitti dagli spagnoli, come se non ci fosse mai stata la battaglia di Rocroi. Le terre oltre i Pirenei erano «l’Europa di Francia», mentre gli inglesi godevano della curiosa reputazione di essere molto interessati alle miniere e di possedere forti poteri sessuali. Ma Gerald era rimasto così incantato dalle Alpujarras e dai suoi abitanti fin dall’inizio, che questa ingenua e totale ignoranza non gli sembrò così dannosa e irrimediabile, come diceva la borghesia spagnola illuminata. Era vero che nessuno aveva mai letto un libro e che i giornali si fermavano ai piedi della Sierra Nevada, ma i contadini sapevano quello che bastava per sopravvivere e per rimanere in pace. L’incanto provato da Gerald non dipendeva dall’arretratezza dei luoghi in quanto tale, ma dal senso di poesia e nello stesso tempo dal senso del reale che emanava dai suoi poveri, felici abitanti, e che era una conseguenza di uno stato di semindigenza trasformato, per saggezza atavica e per necessità, in una comunità ben strutturata e ben equilibrata. Brenan si era convinto di aver trovato una società in cui ognuno aveva diritto al suo posto, grande o piccolo che fosse, e dal quale nessuno lo poteva cacciare. E tutto questo risultava molto più civile e molto più rassicurante, anche molto più necessario per la fragile psiche degli umani e per i suoi bisogni, di qualsiasi conquista del progresso si fosse riusciti a ottenere. Così rimase a Yegen, non in particolare per la sua bellezza, ci sono pueblos molto più invitanti nella regione, ma perché all’epoca aveva una mulattiera che lo congiungeva ad altri paesi e abbondanza d’acqua e anche una vista magnifica. Per sei sterline l’anno affittò il primo piano di una casa dalla forma irregolare, composta da nove stanze, di cui alcune guardavano verso la vallata. E qui passò la maggior parte del tempo durante gli anni che vanno dal 1920 al ’34, ritornando ogni tanto in Inghilterra o partendo per altri viaggi, dove c’era ad aspettarlo il suo grande amore. Più tardi su questo idilliaco periodo della sua vita scrisse un libro molto citato da tutti quelli che amano la Spagna, A sud di Granada, che si potrebbe definire tecnicamente qualcosa di mezzo tra un saggio antropologico e un’autobiografia. Ma chiunque abbia letto il suo straordinario, lungo racconto di scoperta e di iniziazione, sa che a questa asettica definizione sfugge il fascino e la poesia di una prosa filtrata da una nostalgia così intensa che ancora oggi avvertiamo le sue vibrazioni partire dalla Sierra Nevada e diffondersi tutt’intorno. Perché, se il libro parla delle Alpujarras e non rinuncia a descriverle con grande accuratezza, in realtà intende tutta la Spagna, il più commovente libro che un inglese abbia mai scritto sul paese. E se dovessi scegliere un titolo differente da quello attuale, farei come Brenan che voleva far intonare liuti e violini e chiamarlo Loores de España, lodi di Spagna.

Manuale per smarrirsi lungo la strada che porta a Granada

di Isabella Bossi Fedrigotti (Corriere della Sera, 9/9/2001)

VIAGGI Cronaca, storia, geografia e filosofia: Brenan racconta la Spagna profonda fra le due guerre Manuale per smarrirsi lungo la strada che porta a Granada Nel suo amore per la Spagna, lo scrittore inglese Gerald Brenan è fratello maggiore dello sc rittore olandese Cees Nooteboom, maggiore nel senso che sbarcò cinquant’ anni prima di lui nella penisola iberica e prima di lui se ne innamorò. Come l’ autore del celebre Verso Santiago, indimenticabile libro di appunti di viaggio a metà strada tra la cronaca, la storia, la geografia e la filosofia, egli va alla scoperta del cuore segreto del Paese, percorrendo itinerari alternativi, strade insolite, sentieri e lande poco battute; e anche quando gli capita di toccare gli ovvi crocevia del turis mo, già allora quasi di massa, sembra sempre capace di guardare al di là dei luoghi comuni, vedendo ciò che gli altri non vedono, comprendendo ciò che gli altri stentano a comprendere. Tutto questo Brenan ce lo racconta in A sud di Granada, che esce per la prima volta in Italia, una sorta di diario dei quattordici anni che, a fasi alterne, egli trascorse in Spagna, a partire dal 1919, quando, ventiquattrenne sopravvissuto alla Grande Guerra, cercò rifugio nella più remota Andalusia, ufficialment e per dedicarsi allo studio, verosimilmente per dimenticare tutto quello che aveva visto e vissuto durante il micidiale conflitto. Arrivò a piedi in un paesino selvatico arrampicato sulla Sierra Nevada dove all’ epoca si viveva più o meno come cento anni prima in Inghilterra. Annotò ogni cosa spaziando, come farà più tardi il suo collega olandese, dalla geografia, alla filosofia, passando per l’ architettura, l’ agricoltura, l’ allevamento, la lingua, la religione, le feste, i riti, le superstiz ioni, le tradizioni e le paure della gente. Senza ovviamente dimenticare la storia che in particolare lo appassionava, che lo spinse a studiare, a scavare e a trovare risposta a molti dei misteri spagnoli nel sostrato arabo, ancora sorprendentemente forte e presente a cinquecento anni dalla Reconquista. Questo è un libro che mette voglia di partire per vedere e verificare: e la beata lentezza della Spagna più profonda permette di sperare o, almeno, di illudersi, che non tutto di quello che Brena n ha visto e annotato sia andato perduto. Isabella Bossi Fedrigotti

GERALD BRENAN A sud di Granada Editore Neri Pozza pagine 346, lire 34.000, euro 17,55

Commenti Dal mito alla realtà

Posted on 9 Novembre 202229 Novembre 2022 by AnnaMioni

Dal 9 febbraio 2001 è in libreria il libro di James Campbell ‘Questa è la Beat Generation’ per l’editore Guanda. Come recita la scheda: ‘un documento prezioso, in cui alla forza dirompente della poesia e della cultura beat vengono riconosciute radici assai profonde tanto nei ritmi sfavillanti dell’emergente musica jazz e nel gergo dei neri di Harlem quanto nei corridoi male illuminati di una clinica psichiatrica e nell’oscurità della provincia reazionaria e xenofoba degli anni Trenta’.

Perché citarlo nel nostro Notiziario? Perché il libro è stato ampiamente recensito dalla stampa italiana con interventi anche di Fernanda Pivano, un mito per chi tra noi, per molto tempo ha unito la passione per la Beat Generation a quella per la traduzione. Ma questa volta la traduzione non è sua e viene spontaneo chiederci perché non dica nulla di questo personaggio costretto nell’ombra, una persona che lei bene dovrebbe capire. Perché questo silenzio sul traduttore? Perché proprio lei che, per gli italiani, ha inondato di luce forse i più oscuri personaggi della nostra epoca culturale? Non abbiamo una risposta, non sappiamo perché, leggendo il libro, troviamo:

‘Alla lingua Wolof apparteneva anche la parola bugal, scocciare o preoccupare, che rimase più o meno nella stessa forma finché circa duecento anni dopo qualcuno disse: ‘Don’t bug me'(non mi scocciare). In wolof deg o dega significa capire o rendersi conto, da cui You dig? (Capisci?)’.

e poi gettando un occhio alla sua recensione ci accorgiamo che scrive, quasi, pari pari: ‘Alla lingua Wolof apparteneva anche la parola Bugal, scocciare, rimasta intatta finchè circa 500 anni dopo qualcuno disse: ‘Don’ t Bug Me’ (non mi scocciare). Nella stessa lingua Wolof ‘deg’ significa capire, e da questo Deg è derivato ‘You dig?’ (Capisci?)’.

Ma la perdoniamo perché ha dedicato la vita alla traduzione, perché ci ha fatto conoscere la Beat Generation e perché a un mito molte cose si possono perdonare.

Siamo più restii a perdonare la stampa, così pronta a criticare le cattive traduzioni e così muta quando invece la traduzione è ottima.

E alla fine siamo giunti al vero motivo per cui abbiamo voluto citare questo bel libro. Vogliamo rendere merito alla traduttrice, una giovane, brava traduttrice, socia della nostra Sezione. Si tratta di Anna Mioni che già da tempo traduce per Guanda e per altre case editrici ed è davvero impegnata in questa lunga e penosa battaglia del riconoscimento del traduttore a tutti i livelli. E perciò ci piacerebbe assai che, nelle recensioni, il libro fosse citato così: James Campbell ‘Questa è la Beat Generation’, Guanda 2001, Traduzione di Anna Mioni.

Carla Zanoni in Bollettino AITI Veneto-Trentino Alto Adige, VI/1, maggio 2001

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Recensioni Beat Generation dal mito alla storia

Posted on 9 Novembre 202229 Novembre 2022 by AnnaMioni

Corriere della Sera, giovedi 08 febbraio 2001

Sul saggio di Campbell Beat Generation dal mito alla storia di FERNANDA PIVANO

Nel mare di libri che sta uscendo su questo argomento in tutti i Paesi del Mondo Questa è la Beat Generation di James Campbell (Guanda), uscito a Londra due anni fa è uno dei più attenti e strani nel raccontare la leggenda dei quattro ragazzi (Kerouac, Ginsberg, Burroughs, Corso) che hanno sconvolto il mondo e hanno affrontato incomprensioni, malevolenza e diffamazione degli adulti e idolatria, venerazione e fiducia dei giovanissimi in cerca di un bandolo per impegnare la loro vita. Uscivano da una guerra e dalla bomba atomica, mentre l’ America si avviava verso la sconfitta nel Viet-Nam, che significava la sconfitta della leggenda americana, la fine del mito dell’ invicibilità. Vivere accanto a loro, cioè, conoscerli e capirli, è stato molto emozionante: le loro azioni clamorose erano sempre azioni dimostrative per l’ affermazione della libertà a tutti i livelli, in una sfida che voleva rivalutare la spontaneità della politica, della religione e, sopra ogni cosa, della poesia e della prosa. Questo splendido libro di Campbell si muove fra questi problemi con precisione severissima e con l’umiltà della grande critica, ma anche con gran coraggio, perché questa storia è ormai così famosa e malferma che affrontarla è quasi un’azione da kamikaze. James Campbell l’ha affrontata rinunciando ai giudizi, aggrappandosi alle date, ai documenti, alle testimonianze nel tentativo di comprendere che cosa passava per la testa di questi ragazzi che sfidavano il mondo. Campbell ha scritto il suo libro dividendolo in undici capitoli, ogni capitolo seguito da una piccola interpretazione storica. In una di queste viene offerta per la prima volta una spiegazione di termini derivati dalla lingua Wolof, che si parla ancora in varie zone dell’ Africa Occidentale e che era parlata dagli africani dei primi carichi sbarcati sulle coste della Virginia all’ inizio del Seicento, soprattutto da alcuni che venivano considerati Hipikat dagli altri schiavi: uno Hipikat era uno che sapeva le cose e i suoi discendenti sono gli Hip Cat Hipster. Alla lingua Wolof apparteneva anche la parola Bugal, scocciare, rimasta intatta finchè circa 500 anni dopo qualcuno disse: «Don’ t Bug Me» (non mi scocciare). Nella stessa lingua Wolof «deg» significa capire, e da questo Deg è derivato «You dig?» (Capisci?). Lo splendido capitolo del libro spiega anche parole del gergo Jive, cioè del gergo dei jazzisti che risalg ono alle lingue mande e bantù; altre parole potrebbero essere frutto di incroci con i modi di dire degli abitanti del Sud di origine britannica. Per esempio le origini del Blues sono radicate nelle ballate scozzesi e irlandesi tanto quanto nel ritmo africano; e l’ uso di «man» come intercalare è ancora diffuso fra gli abitanti degli altopiani scozzesi. Negli anni Trenta, dice un capitolo del libro, quando i gruppi Swing hanno cominciato a essere famosi e il jazz a circolare tramite radio e disch i, il gergo Jive uscì dall’ ambiente nero. Il primo libro scritto da un bianco che conosceva la lingua dei neri è uscito nel 1946 ed era intitolato I primi del Jazz ed era di Mezz Mezzrow. Mezzrow era un clarinettista ebreo e passava giorni e giorni ad Harlem, dove si presentava come spacciatore e come musicista e anche come consumatore di bastoncini di liquirizia. Nel dorsario di Mezzrow allegato a I primi del Jazz era elencata per la prima volta una parola nuova, del dopoguerra: «Beat: sfinito, al verde». Forse questo capitolo è tra i più rivelativi delle intenzioni rassicuranti dell’ autore, ma tutti sono svolti con la stessa precisione nel raccontare notizie che non sono pettegolezzi da bassa portineria come quelli così comuni nel mare di libri usciti negli ultimi anni. Con questa precisione a volte quasi ossessiva, l’autore descrive i vestiti e le scarpe che questi «ragazzi» indossavano mentre cominciavano i primi viaggi: e così li fa comparire in una specie di esaltazione liberatoria che ha condotto alla loro emarginazione dall’ establishment, cioè dalla classe dirigente. La stessa precisione nel narrare la regressione della moglie di Burroughs, Joan Voullmer, che attorno al 1950 s’era trasferita dai campi intorno a New Orleans, coltivati a marijuana, a Città di Messico e da lì scrisse a Ginsberg lamentandosi di non riuscire a trovare inalatori di benzedrina, di soffrire di gravi sintomi di astinenza, di come le fossero d’aiuto le pillole per la tiroide… La sua bellezza era scomparsa e, insieme, la sua lucidità. La dipendenza estenuante dalla benzedrina aveva sopraffatto il suo lato «dolce e balsamico» che era tanto piaciuto a Burroughs, l’anfetamina le causava problemi di circolazione e così, già a venticinque anni, zoppicava e talora doveva aiutarsi con un bastone. Con la stessa meticolosità, il libro racconta la storia di Neal Cassady, eroe ideale di tutta la vicenda beat, e le sue abitudini sessuali («Le donne di Neal lo ricordano come un pistone durante l’atto sessuale. A volte si sbatteva tre o più donne al giorno, a volte le intervallava con un uomo»), con la stessa meticolosità racconta il rapporto tra Neal Cassady e Ginsberg e – assai più importante – l’arresto di Ginsberg e il suo internamento all’ istituto psichiatrico della Columbia University, dove ha vissuto otto mesi per evitare la prigione, o la stupenda cronaca delle tre versioni di Sulla strada, quella descritta in tre settimane, quella riveduta un anno dopo, quella pubblica ta e la cronaca particolareggiata della tragedia di Burroughs, involontario assassino della moglie con una ventina di testimonianze contrastanti. La cronaca di questi anni, trattati finora con superficialità ispirata al sensazionalismo, colmerà la curiosità di quelli che hanno creduto nell’azione liberatoria di ragazzi disposti a pagare un durissimo prezzo per le loro idee, descritte ora nella loro drammatica ambiguità tra sogno e realtà.

Mentre viene battuto all’asta il «rotolo» dattiloscritto originale di «On the road», un saggio di James Campbell rivisita con scrupolosa precisione un mito moderno

[[Ancora sulla strada, echi della Beat Generation Kerouac e il suo «romanzo bop» emblemi di un’epopea artistica e ribelle mai dimenticata]]

Dopodomani, martedi 22 maggio, a New York, da Christie’s, verrà battuto all’asta il dattiloscritto originale di «On the road» di Jack Kerouac, romanzo-feticcio della Beat Generation. Potrebbe essere quotato quasi 3 miliardi di lire quel mitico «rotolo unico» lungo circa una quarantina di metri, sul quale fu scritto, ovviamente di getto, anzi – per dirla con quello che da bambino i genitori chiamavano affettuosamente nel loro dialetto francofono joual, Ti-Jean, contrazione di petit-Jean – scritta a ritmo di bop: istintivo, in una struttura narrativa che voleva essere eco del fraseggio jazz di Charlie Parker e Dizzy Gillespie. «Se Jack fosse vivo – ha commentato Lawrence Ferlinghetti, ultimo grande testimone dell’epopea beat dopo la morte di Gregory Corso nel gennaio di quest’anno – gli verrebbe un colpo. La vendita del rotolo rappresenta la sintesi del consumismo: qualcosa contro cui gli scrittori beat si erano ribellati». Sì, perché il «rotolo» è un po’ la reliquia laica di quella… cosa che cominciò nella primavera del 1944, quando Kerouac, Allen Ginsberg e William Borroughs si ritrovarono in un appartamento in affitto sulla 118.ma Strada di New York. Fu quello il seme di una pianta che diede frutti forti ma anche amari, innalzando rami verso orizzonti inebrianti di libertà e pacifismo e, al contempo, minando le sue radici col peso degli eccessi, della droga, della promiscuità, sorta di eco alla visione dell’Urlo ginsberghiano sulle «migliori menti» di una generazione «distrutte dalla pazzia». Liberazione ideologica e artistica, e intrappolamento sul piano etico (almeno rispetto al comune senso della normalità): una dicotomia che una saggistica copiosa ma non sempre realista ha nei decenni affabulato più che raccontato obiettivamente. In controtendenza va segnalato il recente saggio dello scozzese James Campbell, edito in Italia da Guanda, forte già di un titolo-manifesto secco e gnecco tutto concretezza che sarebbe piaciuto a Kerouac, teorico e praticante del linguaggio asciutto: «Questa è la Beat Generation». Ne ha scritto encomiastica un’autorità qual è Fernanda Pivano in un elzeviro sul Corriere della Sera, intitolato «Beat Generation dal mito alla storia» proprio a sottolineare che Campbell ha saputo raccontare «con precisione severissima e con l’umiltà della grande critica», ma anche «con gran coraggio, perché – ha sottolineato la Pivano – questa storia è ormai così famosa e malferma che affrontarla è quasi un’azione da kamikaze». E siccome in tema di letteratura americana, una dritta della Pivano va raccolta, mi sono goduto anch’io l’ostinata accuratezza che Campbell sciorina passo passo accompagnandoci nei fatti e aiutandoci a capire – cito ancora la Pivano – «che cosa passava per la testa di quei ragazzi che sfidavano il mondo». E se anche quella che ci offre questo bel libro non fosse la verità assoluta su un fenomeno artistico, letterario e ribellistico complesso e contraddittorio, ci consola il Kerouac-pensiero: «Non c’è verità, solo gradi di luce». Le regole dell’espressione artistica che – racconta Campbell – codificava Lucien Carr, lo studente che fece incontrare nel ’44 Kerouac, Ginsberg e Borroughs, del resto erano chiare: l’espressione di sè priva di veli è il seme della creatività; la coscienza dell’artista viene espansa dallo squilibrio dei sensi; l’arte si sottrae alla morale comune. Comprensibile, dunque, che, qualche anno dopo, Kerouac scrivesse «ho voglia di scrivere un romanzo gigantesco su ‘tutto’» all’amico ispiratore Neal Cassady che Campbell definisce come «l’incarnazione di un manifesto artistico per Jack». Fu a Cassady che, dopo il fallimento commerciale de «The town and the city», Kerouac giurò che «avrebbe rinunciato alla narrativa» e avrebbe reso le storie «meno letterarie», concentrandosi ad esprimere «l’autentica verità della mia vita» come oggetto, sostanza e forma della narrazione. Detto, fatto: fra il 2 e il 22 aprile 1951 Kerouac avviò quella che nel saggio è definita «una maratona di battitura» il cui esito furono «125 mila parole battute a macchina su un unico rotolo di carta» di quello che si sarebbe dovuto intitolare «On the road», poi «The Beat Generation», poi ancora «Strada ovunque» e infine di nuovo, definitivamente, «On the road». «La trama – scrisse Kerouac a Cassady – ha a che fare con te e me e la strada. Sono andato veloce perché la strada è veloce». Era, finalmente, quel non-romanzo che la New York Times Book Review, contrariamente all’entusiastica recensione che Kerouac lesse sul New York Times svegliandosi la mattina del 5 settembre 1957 e scoprendo d’essere diventato famoso, bocciò perché «senza trama», ironizzando su «una strada che non porta da nessuna parte». Un’obiezione la cui risposta era già nella scelta di Kerouac di scrivere «un romanzo bop» la cui essenza era l’improvvisazione, che non aveva bisogno di una storia perché il viaggio «era» la storia. Un vagabondaggio prima materiale e poi letterario davvero beat, aspettando che – per citare il libro – «in qualche punto lungo il tragitto sapevo che ci sarebbero state ragazze, visioni, tutto; in qualche punto lungo il tragitto mi sarebbe stata donata la perla». Non una vicenda, dunque, bensì un vissuto: scritto com’era stato provato, senza fronzoli, con parole che scorrevano col ritmo jazzato del be-bop. Dopo «On the road» la parola «beat» – di cui Campbell, in una delle chicche del suo saggio, rintraccia la nascita – avrebbe perso l’accezione perdente. Il saggista racconta del libro «I primi del jazz» scritto dal clarinettista bianco Mezz Mezzrow, conoscitore del gergo jive dei jazzisti neri; vi era citata per la prima volta una parola gergale nuova: beat, nel senso di sfinito, al verde. Ma «beat» non rimase per sempre «battuto»: verso la metà del ‘59, una volta famoso, pubblicando su Playboy una versione del discorso tenuto agli studenti del Brandeis College l’anno precedente sulle «Origini della Beat Generation», Kerouac spiegava che sì, beat in origine significava «giù», «sfortunato», ma che in una chiesa a Lowell, aveva avuto un’illuminazione su «ciò che volevo dire davvero con beat: cioè beato». Un’esagerazione poco… kerouachiana, se vogliamo, ma tipica di uno che mischiò veramente la sua vita con la sua letteratura. E forse anche l’enfasi del sogno di un riscatto vissuto attraverso le sue creature letterarie, Dean Moriarty e Sal Paradise, e il loro girovagare lungo la Route 66 e dintorni, che sarebbero entrati nella storia della letteratura mentre la Beat Generation si faceva mito.

Francesco Fredi, Il giornale di Brescia, 20 maggio 2001

Recensioni ‘In Marocco’

Posted on 9 Novembre 202229 Novembre 2022 by AnnaMioni

Per chi ha avuto la possibilità di recarsi in questi anni in Marocco, susciterà interesse trovare nel libro di Edith Wharton un mondo così lontano da quello di oggi. L’autrice ha fatto il suo viaggio nel 1917 e ha voluto supplire con le sue note alla mancanza di una guida turistica.Il testo è articolato in capitoli dedicati a Rabat e Salé, Volubilis, Moulay Idriss e Meknès, Fès e Marrakech, ai quali seguono una parte dedicata agli harem e alla festa a palazzo reale dell’aïd-el-kebir, una presentazione dell’opera di Lyautey, residente-generale francese, e alcune note sulla storia e l’arte. Il viaggio anticipa in qualche modo i tradizionali tour delle città imperiali, ma il mondo che viene descritto è molto più misterioso, avventuroso, esotico; a partire dal paesaggio, che sembra composto quasi esclusivamente da antiche città con i nuovi quartieri coloniali e, subito al di fuori, dal deserto, solcato da piste percorribili con difficoltà e da poche recenti strade. L’occhio con cui la scrittrice osserva e descrive la realtà è molto condizionato dalle letture fatte e dai quadri visti, fonti da lei correttamente esplicitate, che la riportano a un clima e a un gusto orientalista. Le descrizioni indugiano sul colore, le forme, gli atteggiamenti, e sono spesso di grande suggestione. Si sprecano parole come avventura, mistero, pittoresco, indolente, fanatico, sporcizia, fatalista, tipico, sogno, bestiale, barbaro. Nel suo viaggio, accompagnata e protetta dagli ufficiali di Lyautey, quasi mai l’autrice parla con le persone del posto, perché nessuno di loro ne conosce la lingua. Solo nelle case di notabili può fare un minimo di conversazione attraverso il francese, sempre sotto il controllo dei parenti maschi delle famiglie.

La scrittrice è vissuta a lungo in Francia, e della Francia sposa totalmente la politica colonialista. Esalta l’azione politica ed economica di Lyautey, la capacità di coniugare autorità militare e rispetto per la cultura locale, e ne apprezza l’opera di conservazione e restauro dei beni culturali. È infatti piena di ammirazione per l’architettura e l’artigianato marocchini e si duole per l’abbandono in cui si trovano edifici mirabili conservatisi dal medioevo di cui non c’è esempio in altri paesi nordafricani. In questo libro può essere interessante anche notare le manifestazioni di una sensibilità ancora oggi frequente tra i viaggiatori occidentali: inorridisce di fronte alla sporcizia, si duole che il suk di Fès sia troppo poco orientale o che il bellissimo artigianato locale sia abbandonato per prodotti occidentali di poco valore artistico, nota la tenerezza dei genitori verso i figli o la ‘democratica familiarità’ tra potenti e miseri, ma la accosta subito al ‘servilismo più abbietto’ e sottolinea soprattutto il persistere della schiavitù e l’esistenza infelice delle donne degli harem.

(scheda di L. Cometti, L’Indice dei libri del mese 1998, n. 3)

Collane specialistiche in espansione, dunque. Franco Muzzio Editore, ad esempio, propone Aritroso, ideata da Ippolito Pizzetti, che ospita classici della letteratura di viaggio. Una rivelazione può essere (…) l’Edith Wharton che nel 1917 pubblica ‘In Marocco’, diario della scoperta di una femminilità ad anni-luce da quella newyorkese, in un universo ancora ammantato dell’esotismo dei quadri di Delacroix.

(Stefano Pistolini, L’Espresso del 16 luglio 1998)

Se intendete fuggire dal caos ritirandovi alle soglie del deserto (…) portate con voi questo libro della scrittrice americana. (…) Il suo resoconto rimane un’ottima guida. Traduzione di Anna Mioni

(Mario Fortunato, L’Espresso del 18 dicembre 1997)

In Marocco con Edith Wharton

Bibi David ( da Caffè Europa) Edith Wharton, In Marocco-Harem, moschee e cerimonie”, Editori Riuniti, pp.201 Euro14,50

Libertà, evasione e fuga: questo era il Marocco per Edith Wharton, la scrittrice americana de L’età dell’innocenza,quando nell’autunno del 1917, in piena guerra, lascio’ Parigi per avventurarsi in quell’allora inesplorato lembo di territorio africano. Come uscire dalla grettezza di una fosca quotidianità? La via migliore era, penso’ la Wharton, perdersi per un po’ in una terra lontana, nutrita d’incanto, dove non esistevano guide turistiche né cartine. Da quel penetrare nel mistero nacque un ricco diario di viaggio: In Marocco-Harem, moschee e cerimonie”(Editori Riuniti). Il deserto, con una luce che annienta i contorni delle cose, è morte e anelito al divino, squallore e sogno. La scrittrice racconta i miraggi di una sabbia rosata, ai margini dell’irrealtà, il chiasso delle piazze marocchine invase da cantastorie, venditori di acqua, incantatori di serpenti con caftani colorati, donne con i piedi neri dipinti di hennè; rievoca le tinte del mercato di Marrakech, con i banchi di petali di rosa e i sacchi di pepe, gli odori inconfondibili del tè con le foglie di menta di Salè, città dall’uva dorata e dai melograni rossi come la ruggine ma anche città dei pirati. La civiltà marocchina, cosi’ prossima all’Africa nera, ci dice la scrittrice, è la civiltà dalle eterne contraddizioni, stagnante e florida al contempo. Qui i personaggi de Le mille e una notte, califfi, principi e re, si confondono con i nomadi e i mendicanti, sotto i tetti di paglia marciti dei suk, dove i cani scheletrici si aggirano in cerca di immondizia, sotto i minareti imponenti di Rabat o nella malinconica Fes. In Marocco “nulla dura se non la mutevolezza”, in un presente pero’ che è un passato prolungato in eterno. La Wharton scrive: “tremi continuamente per paura che entri la persona di Porlock”, il visitatore che interruppe S. T. Coleridge mentre scriveva la poesia ‘Kubla Khan’, perché il confine fra veglia e illusione ha contorni tutt’altro che nitidi. Le tombe dei santoni, i koubba, affiancano i mercati di frutta candita, drappi, cipolle viola e frittelle dorate, le storie arabe di geni malvagi che prendono le sembianze di tempeste di sabbia assalendo le carovane di cammelli si mischiano a leggende religiose, i popoli che hanno sfiorato il Marocco, i berberi ribelli di Blad-el-Siba, gli uomini velati del sud, i tuareg, sono specchio di una architettura fatta di cupole gigantesche, moschee, madrase. Le cerimonie rituali come l’Aid-el-Kebir, il sacrificio della pecora, ricordano antiche usanze tribali, ma anche episodi dei testi biblici. Ogni cosa è pure il suo contrario. Solamente un’ombra ottenebra il soggiorno della Wharton:la vista degli harem, i palazzi dei nobili locali. Le donne marocchine sono rinchiuse da mesi, a volte da anni, in incantevoli prigioni fatte di arabeschi e fiori primaverili dipinti sui vasi, pallide sotto i veli e i diademi, immobili come statue, paralizzate in una apatia senza tempo, in una “sensualità priva di seduzione”. Molte di loro, prima di finire in quegli appartamenti, erano libere di camminare per le strade e assaporare i profumi delle città.Ora i loro sguardi non sono piu’ sofferenti né rassegnati per un destino beffardo, come forse erano all’inizio, perché l’oblio ha sconfitto la memoria. “Forse è meglio che nessuno proveniente dal mondo esterno venga a ricordare a queste creature indifferenti che da qualche parte i gabbiani danzano sull’Atlantico e il vento mormora fra i boschetti di palme”, commenta , alla fine, con amarezza la Wharton. E approfitta per dirci che dovunque la schiavitu’ sta nel rimanere bloccati, immobili, mentre l’evasione è quel guardare oltre, quel volare con la mente e con il corpo che si ha nel viaggiare e nello scrivere.

Recensioni ‘L’amore inutile’

Posted on 9 Novembre 202229 Novembre 2022 by AnnaMioni

Chi è il Giovane Holden dei ’90? ‘L’amore inutile’ di Mark Cirino, oriundo, 26 anni ‘anche qui un lungo viaggio verso casa, ma senza consolazione’, anticipa Luigi Brioschi che ne fa la scommessa Guanda d’autunno insieme a Welsh (Tuttolibri, La stampa, 28/08/1999) Non c’è solo allucinata secretività nel romanzo di Cirino. In quasi cacofonico contrappunto compaiono pure scene, se vogliamo, ‘poetiche’, ma sono solo momenti. Il linguaggio non può che essere lo specchio deformato di tutto questo. Frasi brevi, sintassi franta. Lingua sciolta e colloquiale, proprio come in una discussione tra amici. Non sono risparmiate coprolalia né gergalità genitali di sorta perché un amico serve a questo: per ascoltare, a volte in silenzio, il dolore così come magmaticamente si versa dalle crepe della carne. (Elissa Piccinini, La Gazzetta di Parma, 14/12/1999) Colloquiale e ironico, amaro e lirico. Uno scrittore che si esprime in modo semplice, autentico, commovente. (Carnet, dicembre 1999)

Il maggior pregio del libro èpiù ancora del linguaggio, il tono: colloquiale, diretto, con una sua autenticità, ma fornito di una colta, elegante vena ironica, che disimpegna icastiche osservazioni su cose e persone e le propone, quasi con un senso di sfida, al ‘tu’ che siamo noi lettori.

(Francesco Durante, ‘Donna’ di Repubblica, 2/11/99)

Di Holden e di Salinger mancano disincanto e poesia, ma in compenso la scrittura è viscerale, scevra da compromessi e facili e inutili descrizioni. Pochi dialoghi, ma grande capacità di tenere il lettore incollato alla pagina e alla storia. Il libro è un viaggio di crescita e conoscenza interiore vera, non fuorviata da new age o buonismo fasullo.

(Simone Pieranni, da www.babel.it)

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