Anna Mioni

Traduzioni letterarie dall'inglese e dallo spagnolo

Menu
  • Home
  • Chi sono
  • Who I am
  • Articoli e interviste
  • Contacts
Menu

Categoria: Recensioni

Recensioni ‘L’inconcludente’

Posted on 9 Novembre 202229 Novembre 2022 by AnnaMioni

L’indice dei libri del mese Gian Paolo Serino

Lo strillo di copertina è di quelli urlati: ‘Diario di un inconcludente è il manifesto di un giovane Holden dei nostri tempi’. Piuttosto allarmati dall’inquietante paragone si sorvegliano le prime pagine (che stentano a decollare) per poi ritrovarsi immersi più o meno a capofitto nella piacevolezza della lettura. La storia neanche a dirlo è solo (e per fortuna) un lontano ricalco dell”eroe’ di Salinger: li accomuna una certa ironia di scrittura ma nulla di più. Se c’è un debito di epigonalità nel Diario di Anastas giovanissimo esponente della nuova narrativa americana è di rendere scorrevole una storia che vanta una tradizione secolare: quella del ‘preferirei di no’ che dal Bartleby di Melville sino alle ultime avanguardie a stelle e strisce è una delle costanti della letteratura statunitense. Anastas ha infatti il merito di rendere digeribile il diniego senza però cadere come tanti suoi coetanei nel premasticato: nel suo libro si ride e ci si commuove ma senza essere imboccati da sentimenti preconfezionati. Certo la trama sa molto di costruito ma il risultato è più che buono perché l’autore riesce a toccare le corde della vita facendole vibrare senza pizzicarle: il suo romanzo gira sul piatto della narrazione senza suonare a vuoto e il rumore che sentiamo leggendolo più che al vuoto pneumatico alla Easton Ellis ci fa pensare al ‘rumore bianco’ del silenzio. Silenzio di una generazione – quella nata sul finire degli anni sessanta – che ha ereditato tutte le disillusioni di un american dream miseramente inseguito da genitori ‘artisti dell’evasione mentale’. Di fronte a questo trip – drammatico più che lisergico – non resta che l’inconcludenza non resta che essere anime incompiute e teppisti contro l’eccellenza. Non resta che rivendicare il diritto di fallire in una società che solo ai vincenti sembra riservare… un posto al sole.

clicca qui per leggere lo speciale su Infinitestorie.it

Quel gemello che arrivava sempre secondo

Il prototipo del perdente nel protagonista del «Diario di un inconcludente» di Benjamin Anastas

Livia Manera – Il Corriere

«Risparmiate la vostra compassione per qualcuno che ne ha davvero bisogno, io sono già abbastanza impegnato a cercare di essere il peggiore nemico di me stesso», avvisa il protagonista di Diario di un inconcludente . William è il maggiore di due gemelli monozigoti nati a Cambridge, Massachusetts, e l’esser venuto al mondo sette minuti prima del fratello Clive è l’ultima cosa in cui arriverà primo nella vita. Dal fallimentare esordio al seno della mamma fino al matrimonio beffa a New York con una cameriera svedese bisognosa di permesso di soggiorno, la vita di William, raccontata dal giovane Anastas con raro garbo, intelligenza e senso dell’umorismo, sarà la parabola di una appassionata e coerente opposizione alla cultura del successo. Clive andrà ad Harvard e William dovrà accontentarsi di un college con un clima da Siberia e un fiume che puzza. Clive vivrà una storia d’amore con la desiderabilissima Faith e William dovrà farsi strapazzare il cuore da Natalie, che ha un debole per altri ragazzi. Precoce quanto suo fratello – e forse più intelligente – William sembra vivere solo per deludere le aspettative del prossimo. Costruito come un brano musicale con molte variazioni intorno un’idea unica, il Diario di Benjamin Anastas diventa l’ironico monologo di un sopravvissuto alle mode ideologiche degli anni 60 e alla tortura di due genitori stupidamente intelligenti che incoraggiano la masturbazione, purché praticata «in modo serio e responsabile». A lui, poveretto, William detto Guillaume o Guillermo secondo che in casa vada di moda il Maggio francese o la Rivoluzione messicana, non resta che diventare un anti Pornoy con un guanto da baseball infilato tra le gambe per prevenire onanismi notturni. E godersi, dalla splendida distanza della propria inconcludenza, «la bellezza intrinseca di tutte le cose che mi sono perso».

Fratelli, figli e nipoti del giovane Holden

di Ruggero Bianchi da TuttoLibri della Stampa, 26/10/2002 QUAL è la differenza tra un giovane «sbagliato» e un giovane «inconcludente»? Lo spiegano, in uscita pressocché simultanea in traduzione italiana, Willy Russell con Il ragazzo sbagliato e Benjamin Anastas con Diario di un inconcludente. Il primo è un inglese nato nei dintorni di Liverpool; il secondo un americano di Brooklyn che negli ultimi anni ha fatto del nostro paese (come molti suoi conterranei, non solo di ultima generazione) una sorta di sua seconda patria. Più che il luogo d´origine, conta tuttavia la data di nascita: Willy Russell ha visto la luce nel 1947, cioè una ventina d´anni prima della protesta studentesca e del cosiddetto ´68; mentre Anastas l´ha vista nel 1969, cioè in quel clima ribollente nel quale dominava il desiderio, la volontà o forse solo la velleità di rivoluzione, la ricerca di un sommovimento radicale che investiva non soltanto il sociale e il politico, i costumi e lo stile di vita, i diritti e le ideologie, ma anche e forse soprattutto la scuola e la famiglia. Gli anni, per intenderci, della nuova psichiatria e della nuova didattica, della nuova filosofia di vita e della nuova sessualità. Gli anni di Laing e di Watts, ma anche di Spitz e del suo ascoltatissimo discepolo Spock. Paradossalmente Raymond Merks, il ragazzo sbagliato di Russell, potrebbe addirittura essere il padre di William l´inconcludente e del suo gemello monozigotico (pur se caratterialmente e comportamentisticamente opposto) Clive; non fosse che il genitore di questi ultimi è un po´ più mosca cocchiera, più rispondente alla tipologia tutta america del radical chic alla Tom Wolfe, con qualche variante shabby chic alla «popolo di Seattle» che ne fa quasi un antesignano dell´etica grunge. Ottimo romanzo con qualche pagina un po´ scontata, Il ragazzo sbagliato (che segue l´originale struttura epistolare, tramite la quale l´io narrante comunica esperienze, sentimenti e sensazioni a un vagamente definito Morrissey, magari il fondatore del gruppo rock The Smiths o magari, chissà, uno del giro di Andy Warhol) si muove sui binari che tutti ormai crediamo di conoscere a memoria, narrando in circa 500 pagine quello che di solito gli amici si confidano nelle birrerie, nei pub o nelle camerette dei colleges, in un clima sottilmente omoerotico dove la droga e il sesso hanno un ruolo rilevante anche se a tratti repellente, secondo la logica del «Se hai cinque secondi di tempo, ti racconto la storia della mia vita». Il clima è quello classico dei beats e degli angry young men, degli hippies e dei figli dei fiori, con tanto di inserti di poesie «parlate» a cavallo tra il Whitman più scandaloso e il Ginzberg più sofferto e provocatorio. Salvo poi stemperarsi nel semifinale in una rivelatoria «lettera alla mamma» che, se proprio non sa di pentimento e redenzione, ha comunque il sapore del riconoscimento della sconfitta e dell´accettazione dei limiti; facendoci così presagire quali potrebbero essere alla fin fine i genitori del ragazzo inconcludente allorché, esaurito l´eroico furore adolescenziale, devono pur ammettere che il tempo passa e che col mondo occorre convivere. Diario di un inconcludente è invece un inno grandiosamente autoironico a un nuovo modo di pensare e di vivere legittimato da un consapevole lassismo parentale che vuol sottrarre la nuova generazione alle pastoie cui la precedente non ha saputo sfuggire, pur non rinunciando a campare di tisane e di kava, a vestirsi all´orientale o con jeans sgualciti che snobbano le etichette paninare. Cibo integrale, psicoterapia progressista, asili post-Montessori e scuole off, discussi in cucine straripanti di oggetti inutili e vissute come alveo primario della sacralità familiare. Discussioni peraltro dove i radicali brizzolati sono sempre in minoranza, giacché le decisioni si basano su un sistema maggioritario nel quale gli infanti possono sempre contare sul voto di cani di casa (che, a seconda del clima politico, dei flussi e dei riflussi del movimento e del trionfo del presidente di turno, Carter o Reagan che sia, si chiamano Fidel Castro o Mitterrand). Difficile dire se il romanzo di Anastas (una sequenza ininterrotta, esilarante e geniale di aforismi e di sentenze brevi) sia un capolavoro assoluto alla Giovane Holden. Certo è che merita di diventare il sacro testo dei genitori sessantottini e dei loro smidollati rampolli, se non altro per quello sfondo agrodolce che pungola il protagonista a scommettere sempre sulla propria disfatta, opponendo un´ansia di fallimento alla sua dichiarata incapacità di successo e alla sua frustrata esigenza di idealistica perfezione. Che possiamo attenderci d´altronde da chi dedica la prima parte delle proprie memorie a ricostruire, come nel Tristram Shandy di Sterne, la sua vita endouterina e i suoi primi mesi di poppate? Da uno che soffre cronicamente di allergie, tosse, malattie infantili, febbriciattole varie ed eruzioni cutanee, cui non lo sottrae alcun immaginabile vaccino; che non sa abbandonarsi a una «sana» masturbazione (pur patrocinata da genitori, pedagogisti e terapeuti di ogni genere), preferendole l´enuresi notturna; che s´accompagna alle preppies più sgraziate e bruttine, indietreggiando però di fronte a quegli infantili approcci sessuali che all´epoca venivano classificati come necking o petting; che non si distingue nel profitto scolastico e, in campo sportivo, fa perdere alla propria squadra partite già vinte? Anche in questo caso, naturalmente, ogni medaglia ha il suo rovescio. E qui il rovescio è costituito non tanto da Clive, il gemello che è in fondo il suo autentico alter ego, un fraterno opposto viscerale che è l´incarnazione delle sue potenzialità inespresse o rifiutate, un anomalo grembo estraneo e accogliente insieme, se non addirittura un insospettato rifugio onirico; quanto il finale, atteso e imprevisto assieme, che in un sarcastico e patetico «manifesto» trae le somme dell´intera vicenda, recuperando la scelta del fallimento e dell´inutilità civile come sublime etica di vita dove la scelta di farsi miserabile acquista una sua nobile qualità etica che può dar senso a un mondo privo di valori.

SCRITTORI EMERGENTI / BENJAMIN ANASTAS

Felicemente inconcludente Goffo, malaticcio, inibito. E fiero dei propri insuccessi. Arriva il Barney del prossimo autunno di Angiola Codacci-Pisanelli l’Espresso, 13 settembre 2002

Prestatemi dei soldi e non ve li restituirò mai. Innamoratevi di me e non vi noterò nemmeno. Risparmiate la vostra compassione per qualcuno che ne ha davvero bisogno, io sono già abbastanza impegnato a essere il peggior nemico di me stesso… A presentarsi così, con baldanzoso autolesionismo, è il protagonista e narratore del ‘Diario di un inconcludente’ dell’americano Benjamin Anastas, in uscita da Neri Pozza. Un anti-eroe che merita di diventare per gli under 40 quello che il Barney Panovsky di Mordechai Richler è stato l’anno scorso per i loro fratelli maggiori. Perché se Barney con la sua sboccata ironia corrode i diktat del politicamente corretto, il William di Anastas è un socialmente scorretto che con il suo racconto mina alle fondamenta i miti di realizzazione personale in cui è cresciuto chi è nato dagli anni Sessanta in poi. Se la vita è una corsa, corretela voi: io potrei, ma non voglio, sembra dire questo ‘giovane Holden dei nostri tempi’ (la definizione è del ‘Times’).

‘Il libro nasce da una frase delle ‘Memorie del sottosuolo’ di Dostoevskij: ‘Che cosa è meglio, una banale felicità o una sublime infelicità?”, racconta Anastas, trentatreenne bostoniano recentemente trapiantato in Toscana, nel Casentino. A far da amplificatore alla protesta di William è il confronto, continuo e implacabile (‘Non possono mica essere tutti e due eccezionali, no? Pensa a Kennedy e Johnson’, dicono i genitori) con il fratello gemello Clive: uno che ha successo in tutto, dalla prima poppata alla villa di lusso. Un espediente narrativo che può sembrare fin troppo facile: ‘Ma io penso che ognuno di noi abbia un gemello ideale che è la sua bella copia, con cui si confronta in continuazione’, spiega Anastas. Che poi ammette: ‘In realtà, io ho un gemello – una sorella, per fortuna – che è in effetti bravissima e bellissima ed è andata in un’università molto migliore della mia, e che merita tutto il meglio della vita’. Una Clive in gonnella, insomma: che come lui non riesce nemmeno a farsi odiare per quanto è buono è bravo. Al massimo William arriva a proclamare: ‘Rispetto il diritto di realizzazione di Clive proprio come difendo il mio di fallire miseramente’. Chi l’ha detto che nella vita bisogna essere felici, realizzati, disinibiti? Anastas scrive pagine esilaranti sull’angoscia di William per il nudismo dei genitori, sulla sua decisione di dormire con i guanti da hockey per resistere al loro invito a praticare una ‘masturbazione seria e responsabile’.

William cresce in un quartiere liberal di Washington, in una casa che era ‘un incrocio tra la villa di Playboy (nudismo e droghe leggere) e un villaggio della setta degli Shaker (pacifismo e legno grezzo)’. Ma dall’allattamento al seno al nido ‘a misura di bambino’, dall’impulso alla creatività personale al dialogo aperto con i genitori, il nostro bastian contrario rifiuta tutti i dogmi dei suoi genitori, pagando tutto sulla propria pelle, come quando pretende di fare il liceo in una scuola privata da romanzo dell’Ottocento, o finisce in un campus universitario che non merita neanche di essere nominato. Il risultato è una satira esilarante – ‘anche se affettuosa’, sottolinea l’autore’ – di quei liberal degli anni Settanta ‘che dopo Reagan sono definitivamente scomparsi’. Una satira che dopo aver conquistato i lettori americani (‘Non è stato un successo di cassetta, ma uno di quei libri che ci si consiglia tra amici’) è destinato a finire sugli schermi: ‘Una major voleva girare una commedia romantica centrata sugli anni dell’università e sul ‘triangolo’ con Faith, la fidanzata di Clive’, racconta Anastas: ‘Era un’idea talmente brutta che ero sicuro che sarebbero andati fino in fondo. Invece, per fortuna, ci hanno rinunciato. Ora un’altra produzione sta lavorando a una nuova sceneggiatura’. Il nostro ‘inconcludente di prima qualità’ supera una serie record di malattie dell’infanzia, passa indenne attraverso gli incontri con una psicoanalista, sopravvive alla ‘Prigione per ragazzi’ del liceo, arranca fino alla laurea, si lascia irretire da una setta californiana, casca nella trappola di un matrimonio col trucco, e non ha mai un momento di pentimento. Nemmeno quando ricorda che da piccolo aveva avuto in un test d’intelligenza punteggi più alti del fratello, o quando trova un momento di gloria universitaria diventando il cocco di un Super Barone di Lettere grazie a un progetto ‘Per una teoria dell’inconcludenza’ o quando Faith gli dice che ha una cosa in più rispetto a Clive: l’immaginazione. Anastas lo lascia, nell’ultima pagina, orgoglioso dei suoi fallimenti, pronto a riconoscere ‘la bellezza intrinseca di tutte le cose che mi sono perso’. ‘Ad alcuni critici non è piaciuto questo finale aperto’, dice Anastas, ‘ma io volevo proprio lasciare il mio protagonista in mezzo al guado’. Lo lascia però a un’età in cui molti ‘inconcludenti di successo’ non erano ancora arrivati a trovare la propria strada. Cosa diventerà William, da grande? ‘Forse finirebbe per diventare un po’ come i suoi genitori. Ma non lo saprete mai: quel ‘libro più consistente’ che William promette nelle ultime pagine del suo diario, naturalmente non uscirà mai’. Altrimenti che inconcludente sarebbe? 19.09.2002

Anastas, una vita da ‘vittima del sistema’

E’ in libreria Diario di un inconcludente, il primo libro tradotto in italiano di uno dei maggiori scrittori Usa di oggi. Il protagonista racconta la sua esistenza da bastian contrario nell’America post ’68. di Alex Dall’Asta Il Nuovo

MILANO – Sembra un gioco logico, come quelli dei test per l’ammissione alle grandi università americane, il plot di Diario di un inconcludente di Benjamin Anastas, uscito solo pochi giorni fa in Italia, primo lavoro dello scrittore ad approdare nel nostro Paese. Due gemelli monozigoti, perfettamente identici geneticamente, nati a pochi secondi l’uno dall’altro. Che non potrebbero essere più diversi. Clive è brillante, buono, generoso e intelligente. William è, fin dai primi giorni dal suo arrivo sulla Terra, un perdente, non impara a camminare, a parlare, è pigro e ipersensibile. E’ come se un essere umano fosse stato spezzato a metà, positività da una parte, negatività dall’altra. A William, il narratore del libro, è toccata la metà negativa della torta. Anastas, scrittore intelligente e consumato nella costruzione di impalcature narrative, racconta che lo spunto per il libro gli viene dall’essere lui stesso un gemello, anche se non monozigote. ‘Mi ha sempre affascinato dal punto di vista letterario il modo del tutto speciale in cui mi sento legato alla mia sorella gemella, e ho cercato di sfruttare le possibilità che il tema offriva per un romanzo’, spiega. E gli spunti affascinanti per il lettore attento non mancano. Fino a che punto, viene da chiedersi, siamo noi a decidere della nostra vita, e fino a dove sono i nostri geni, l’ambiente in cui nasciamo e ci formiamo, a determinare chi siamo?

La chiave di volta del libro è racchiusa nella parola americana underachiever (il titolo originale del libro è An Underachiever’s Diary). Un neologismo introdotto dagli psicologi durante il boom freudiano sul finire degli anni ’60, che in italiano non ha un corrispettivo vero e proprio. I traduttori italiani l’hanno resa con ‘inconcludente’, ma il termine non dà conto del significato prettamente scolastico che ha negli Usa. Underachiever , nella società americana dominata dalla competizione, è il bambino lento, che fa fatica ad apprendere. William non è per nulla stupido – ha lo stesso Q.I. del fratello, persino un po’ più alto – ma rifiuta, prima inconsciamente poi deliberatamente, di aderire al gioco. Dove voglia arrivare Anastas con la sua tragicommedia di un ‘inconcludente’ è chiaro: ‘La verità è che il sistema americano non vuole creare cittadini, ma consumatori. La sbandierata meritocrazia è tale sono fino a un certo punto: vince chi sta al passo con i ritmi del mercato, chi è lento e riflessivo rischia di venir tagliato fuori, fin da bambino’. Affascinante l’ironia con cui Anastas dipinge il background della storia, e la si apprezza anche nella traduzione italiana, ottima, di Anna Mioni. Cambridge, Massachussetts, il centro universitario numero uno degli Stati Uniti, dove William e Clive vengono alla luce a metà degli anni ’60, tutto sapere, scienza, intelligenza. Famiglia ‘alternativa’, padre femminile, madre maschile, progressisti, nudisti, insomma sessantottini. E con un debole per la psicanalisi. I bimbi William e Clive vanno dall’analista una volta a settimana, da piccoli vengono mandati ad un kindergarten sperimentale. Quello di cui non si rendono conto, questi genitori pur aperti e comprensivi, è fino a che punto l’analisi, i test d’intelligenza e il resto siano mezzi per pilotare il soggetto verso un’idea preconfezionata di ‘vita sana’, in realtà un’esistenza da shopper robotico con un unico obbiettivo: non fallire mai. William, il ‘perdente’, sente a pelle questa realtà, e fin dai primi giorni oppone ad essa il suo no, anche a costo di autodistruggersi. Il Times Literary Supplement l’ha definito ‘un Giovane Holden dei nostri tempi’. Il libro prende voce da quell’America del dissenso, di cui Salinger è una voce storica, e che ha più in comune con l’ambiente europeo che con la cultura dominante degli Stati Uniti. Anastas ha deciso – forse anche per quest’affinità con l’Europa – di trasferirsi in Toscana mentre lavora ad un nuovo libro: ‘La qualità della vita qui è molto più alta che negli Stati Uniti’, dice sorridendo. ‘In Italia sentirsi un underachiever è molto più difficile’. Benjamin Anastas, Diario di un inconcludente, Neri Pozza Editore, 173 pp., € 14 (20 SETTEMBRE 2002, ORE 12.00)

La rivoluzione inconcludente

da Donna di Repubblica del 12/10/2002 GENERAZIONE X Come sopravvivere a una educazione ‘democratica e libertaria’ anni ’70. Non facendo nulla: è la soluzione di William di Antonella Fiori Nessuno nasce ‘imparato’ e neppure uguale ad un altro. Siamo tutti ‘universi diversi’, anche se capita di essere vissuti per nove mesi in simbiosi e di venire alla luce a distanza di pochi minuti da un fratello con cui ci si dovrà confrontare per tutto il resto dell’esistenza. In Diario di un inconcludente Benjamin Anastas tenta il racconto ironico e scanzonato della vita tragica di William, bambino-ragazzino negli Anni ’70, e del suo rapporto, sin dall’inizio sbilanciatissimo, con il fratello gemello Clive. E della sua ribellione nei confronti del sistema ‘democratico e libertario’ applicato dai genitori ‘democratici e libertari’ su due figli nati ‘alla pari’, e su cui vengono sperimentati tutti i conformismi dell’epoca: dalla psicoanalisi forzata a partire dalla primissima infanzia (la citazione del manuale del dottor Spock fa lo stesso effetto dell’evocazione della radio da modernariato Brionvega), al nudismo anche questo forzato, fino al sesso libero, idem come sopra. La trovata del personaggio principale (classe ’66 nella finzione, mentre lo scrittore è di tre anni più giovane) è che sin da piccolissimo William proprio non si sente a suo agio in questo tipo di educazione standard americana, politicamente corretta, rispetto alla quale non riesce a escogitare nessun modello alternativo che non sia appunto l’inconcludenza. Il fatto di non realizzare – al contrario del fratello – le aspettative della società dei padri, rende spesso irresistibili le avventure di William, che qualche critico ha descritto come ‘un giovane Holden dei nostri tempi’. Ma, anziché ricalcare la beata grazia anni ’50 dell’adolescente Caulfield, dà, trent’anni dopo, il senso di una generazione molto più disperata.

Benjamin Anastas

Diario di un inconcludente (da Alice.it ‘Sono un uomo umile con tendenze autoritarie. Sono un santo con uno stile di vita da peccatore, o forse il contrario, un peccatore con aspirazioni alla santità non corrisposte, anzi no, aspettate: come potete vedere, ci sono ancora dentro fino al collo.’ Destinato fin dai primi minuti di vita ad essere la copia venuta male del proprio gemello, il protagonista (e narratore) racconta con ironia e con toni talvolta di grande comicità la propria dimensione di ‘inconcludente’. Incapace di reggere il confronto col fratello in tutte le possibili prestazioni infantili, meno simpatico, meno vivace, insomma sempre e costantemente ‘meno’, William non appare mai sofferente per questo destino e per il primato di Clive, anzi considera la sua una condizione di vita soddisfacente, quasi ottimale. Nasce da questo romanzo una filosofia che tende a rovesciare i luoghi comuni e i tradizionali modelli comportamentali. Forse non eccellere, non essere richiesti né ammirati, non suscitare aspettative in nessuno, permette di rimanersene tranquilli, di non essere vittime di nessuna nevrosi e soprattutto di essere perdenti senza recriminazioni o rancori. Per il protagonista poi la situazione è strana: avere di fronte a sé un altro se stesso, completamente diverso, anzi l’altra faccia di sé, è davvero una condizione eccezionale. In un certo senso la lettura del divertente romanzo è anche un’indicazione per tutti, infatti ognuno è quello che è, ma potrebbe pirandellianamente essere esattamente l’opposto, in quanto tutti siamo fatti di molteplici individui di cui uno ha la predominanza. Nel caso di questi gemelli lo sdoppiamento invece di essere interiore, è reale, realizzato cioè in due individui separati: si ha così una specie di dottor Jekyll il cui doppio non è malvagio, ma solo l’aspetto meno battagliero, meno intraprendente e meno simpatico di una personalità vincente. Così Anastas, attraverso il sorriso, indica come non ci sia un solo omologato modello umano, come le scelte di vita non siano mai sindacabili, ma che anche gli ‘inconcludenti’ possano liberamente e serenamente scegliere di esserlo. Le prime righe 1. I primi anni Ho cominciato alla grande. Primo di due gemelli monozigoti, ho anticipato di ben sette minuti l’ingresso nel mondo del mio riluttante fratello, senza contare il momento di sospensione dell’incredulità di lattante in sala parto. Quando lui, alla fine, è emerso, podalico, avvolto nel cordone ombelicale e tranquillo nel forcipe dell’ostetrica, io avevo già ricevuto il mio schiaffetto di benvenuto e mi ero fatto strada tra gli umani a forza di strilli, mentre mani esperte mi tagliavano il cordone, mi pulivano e avvolgevano nelle fasce. Avevo un nome, William, scelto da mio padre, che da piccolo avrebbe tanto voluto chiamarsi così. Nella sarabanda degli anni a venire i miei genitori avrebbero preso in considerazione l’idea di cambiarmi nome in Guillaume in onore del Maggio francese ( era il 1968), e più avanti, dopo un viaggio nelle campagne messicane a caccia di rivoluzionari armati – dal quale tornarono con un perfetto mobilio da salotto – , fantasticarono di chiamarmi Guillermo. Ma al tempo in cui venimmo alla luce i miei erano ancora nella fase anglofila, e per mio fratello scelsero un nome adeguato, Clive. Che poi rischiò di diventare Claude, e poi Chico: almeno erano coerenti! A quei tempi, nei loro sogni più ardenti, l’universo era regolato dalla corte suprema del giudice progressista Warren, e i miei erano convinti che ai loro figli, come a tutti, sarebbero state garantite le stesse opportunità di crescere e aver successo nella vita e che, per quanto sprovveduti o nullatenenti, avremmo sempre avuto voce in capitolo negli affari di famiglia. E crescendo non avremmo dovuto sopportare soprannomi sdolcinati e nemmeno portare vestiti uguali. I miei ne erano convinti, saremmo stati dei normali fratelli, solo un po’ più uniti del solito, e il fatto di essere gemelli non avrebbe limitato il nostro sviluppo né ci avrebbe fornito ingiuste facilitazioni rispetto alla maggioranza silenziosa di chi non ha un gemello. Si compiacevano molto, tuttavia, di una frase tratta dal libro del dottor Spock, Il bambino: come si cura e come si alleva, che mia madre quando era incinta aveva sottolineato sulla sua consunta edizione economica: ‘Ai gemelli… capita di sviluppare una personalità particolarmente forte proprio grazie al fatto di essere gemelli: si rendono presto indipendenti dalla sorveglianza dei genitori, hanno capacità non comuni di gioco cooperativo, grande lealtà e generosità reciproca’. In parole povere, riponevano grandi speranze in noi. © 2002 Neri Pozza Editore Di Grazia Casagrande e Giulia Mozzato

DIARIO DI UN INCONCLUDENTE, BENJAMIN ANASTAS

L’intervista all’autore Elogio del fallimento

‘SONO ORGOGLIOSO DI AVER DELUSO QUASI CHIUNQUE’, DICE IL PROTAGONISTA DI QUESTO PRIMO ROMANZO DELLO SCRITTORE AMERICANO BENJAMIN ANASTAS. Ironia della sorte, si chiama William e viene subito in mente il re William il Conquistatore o il poeta William Shakespeare. Niente di grandioso in questo William, o forse sì, c’ è qualcosa di grandioso nella costanza e determinatezza con cui persegue la sua carriera di ‘inconcludente’, di chi non riesce mai a conseguire un risultato positivo. Eppure era partito con sette minuti di vantaggio nascendo prima del gemello Clive. Poi era rimasto subito indietro, dalla crescita fisica allo sviluppo motorio, dagli anni dell’asilo fino ai clamorosi insuccessi all’università, anche se nei test eseguiti aveva riportato un punteggio addirittura superiore a quello del fratello. Un disastro anche la sua vita sentimentale. Una serie di lavori squalificanti fino a finire in una comune da cui viene poi ‘liberato’ dal fratello. C’è qualcosa di accattivante in questo personaggio, figura di un antieroe che risulta poi essere un eroe ribelle che rifiuta di adeguarsi ai modelli della società americana. Figlio di genitori politicizzati e moderni, della generazione che credeva nella parità dei compiti in casa, nei metodi di educazione antiautoritaria, nella liberazione dai tabù sessuali, William non solo rifiuta tutte le possibilità che gli vengono offerte, ma va volontariamente controcorrente, facendo sempre delle scelte opposte a quelle del gemello, e forse è una maniera per attirare l’attenzione su di sé. In fin dei conti basta una stella di prima grandezza in famiglia. Meglio rivaleggiare nel senso contrario ed è poi un trionfo ugualmente, se riesce a scrivere una ‘Teoria dell’Inconcludenza’ in cui afferma che l’ arma migliore dell’ inconcludente è la negatività: ‘invece di dire sì alla vita, dice ‘no grazie’.’ E William dice no al mito del successo, ai compromessi, e non è facile vivendo a Boston e appartenendo ad una certo ambiente. Un eroe negativo, William, che acquista valore nel ‘non’ raggiungere i risultati del gemello Clive. Eppure non riusciamo a provare antipatia per Clive, perché dopotutto William e Clive sono come due aspetti diversi della stessa persona e la positività di Clive investe anche i suoi rapporti con il fratello. E’ come se la personalità di Clive fosse senza ombre, di quella perfezione assoluta in cui però sentiamo la mancanza della dimensione umana del fallimento. Quella che possiede il suo gemello, per l’appunto. Un libro beffardo e ironico da consigliarsi a chi si sente emarginato e inadeguato, ma anche a chi, senza le doti di generosità di Clive, mira ad un successo senza scrupoli. E non sa che cosa si perde. Marilia Piccone 20-09-2002 StradaNove

Segnalazione su RAILIBRO

Articolo su GOLEM

CINQUE SENSI Libri – Diario di un inconcludente di Benjamin Anastas

di ANNA FOLLI Il libro Il Times lo ha definito ‘il giovane Holden dei nostri tempi’. E in effetti il protagonista di Diario di un inconcludente è talmente vero, coinvolgente, tenero e imbranato che, proprio come il protagonista di Salinger, fa scattare immediatamente il meccanismo dell’identificazione. William è un vero antieroe, un perfetto perdente in ogni settore della vita. ‘Di fronte alla possibilità di dar battaglia – teorizza – l’inconcludente si farà sconfiggere piuttosto che spargere sangue nell’agone moderno. Egli è privo di forze e deliberatamente debole’. In una famiglia che è un incrocio ‘tra la villa di Playboy (nudismo e droghe leggere) e un villaggio della setta degli Shaker (pacifismo e legno grezzo)’, William rifiuta tutti i modelli proposti dai genitori progressisti e politically correct. Con il gemello Clive, che passa da un successo all’altro, il confronto è inevitabile e schiacciante. Clive succhia meglio il latte, piange meglio, cammina, parla, gioca meglio. E poi naturalmente studia e lavora meglio. William, invece, vuole semplicemente essere se stesso. Non si accontenta della mediocrità e sceglie un personalissimo modo di emergere: il suo è un vero e proprio record di fallimenti. Ci può anche essere un modo sublime di perdere, nella vita. Ed è proprio quello scelto dal protagonista di questo romanzo. L’obiettivo di Anastas è ovviamente ironizzare sulla società americana, decisa ad apparire democratica e liberale, ma in realtà interessata soltanto al successo e alla ricchezza. Ma in Diario di un inconcludente c’è di più. Qualcosa che ha a che fare con l’onestà intellettuale. William è fiero della sua inconcludenza. Definisce la sua vita ‘una sperimentazione continua senza principi guida o conferme, una specie di lavoro in corso solitario, un po’ come pregare senza un dio che ti ascolti’. Ma è altrettanto pronto a riconoscere ‘la bellezza intrinseca di tutte le cose che mi sono perso’. È dunque una persona libera, più del fratello Clive, perfetto e realizzato. Più dei genitori, schiavi delle logiche postsessantottine. E il finale, volutamente aperto, lascia spazio all’immaginazione. Forse, in un futuro, William sarà anche capace di ‘concludere’. Hanno scritto di lui ‘Un antieroe che merita di diventare per gli under 40 quello che il Barney Panovsky di Mordechai Richler è stato l’anno scorso per i loro fratelli maggiori. Perché se Barney con la sua sboccata ironia corrode i diktat del politicamente corretto, il William di Anastas è un socialmente scorretto che con il suo racconto mina alle fondamenta i miti di realizzazione personale in cui è cresciuto chi è nato dagli anni Sessanta in poi.’ Angiola Codacci Pisanelli, ‘L’Espresso’ ‘A rischio di portare sfortuna a un promettente giovane talento, bisogna dire che se il prossimo libro di Benjamin Anastas mantiene lo spirito, la maturità e lo stile di questo romanzo, l’America ha guadagnato un nuovo, brillante umorista’. David Livingstone, ‘Detroit Free Press’ ‘Meno romanzo che meditazione, la grande forza di questo libro è nella creazione del personaggio di William che sa condurre attraverso la sua infanzia, adolescenza e inizio di età adulta, senza mai venire meno alla sua comicità.’ Michael Frank, ‘Los Angeles Times’ ‘Una satira così raffinata e divertente è rara in qualsiasi scrittore, ma in un romanzo d’esordio è addirittura straordinaria.’ Matthew Stadler, ‘The Stranger’ ‘William, il primo a nascere di due gemelli, ha deciso di spendere il resto della sua vita a impegnarsi per non essere mai più primo in qualche cosa. Nel corso del divertente, bel romanzo di debutto di Benjamin Anastas, William fornirà ogni dettaglio della sua strategia per fallire’ James Polk, ‘Times Book Review’ da VICENZA.COM

In un giorno intorno alla metà degli anni Sessanta, William viene alla luce anticipando di ben sette minuti Clive, il riluttante gemellino, che emerge dal buio del grembo materno quando lui è già pulito e avvolto nelle fasce, e ha già ricevuto da un pezzo il suo schiaffetto di benvenuto nel mondo. William, però, non avrà nemmeno il tempo di rallegrarsi della sua primogenitura e del suo brillante esordio nel mondo. Il destino crudele ha già stabilito, infatti, che l’istante della sua nascita sarà l’unico in cui primeggerà in qualche cosa nel corso della sua vita. Di lì a qualche giorno, Clive succhierà beato al seno della madre, mentre William afferrerà il capezzolo con le gengive, lo sputerà fuori, riproverà invano, diventerà rosso di rabbia e urlerà. A tre settimane, Clive avrà imparato a succhiarsi il pollice quando avrà fame, William invece succhierà il suo cuscino preferito con gravi rischi di soffocamento. Quando aprirà bocca a pochi mesi, Clive suonerà scale di vocali e consonanti, come fosse un valente musicista; William risponderà con monosillabi lunghi e sbrodolati. La copertina del libro A scuola, Clive riceverà lodi a tutto spiano e supererà agevolmente un ostacolo dietro l’altro. William invece vi inciamperà puntualmente, e si mostrerà così impacciato e goffo da essere preso per deficiente. Clive incanterà Faith, una bambina di una bellezza mozzafiato, William invece attirerà Dorothea, una bimba goffa e sgraziata. Clive sarà ammesso a Harvard. William sarà costretto a frequentare un triste college di una tetra cittadina dello stato di New York. Un destino crudele, per William, vero? Ebbene no…. Questo romanzo è il manifesto di William, l’orgogliosa rivendicazione della sua inconcludenza. Una sublime teoria dell’inconcludenza e un appello agli inconcludenti di tutto il mondo perché si amino e dicano in faccia a tutti con fierezza: ‘Prestatemi dei soldi e non ve li restituirò mai. Innamoratevi di me e non vi noterò nemmeno. Risparmiate la vostra compassione per qualcuno che ne ha davvero bisogno, io sono già abbastanza impegnato a cercare di essere il peggiore nemico di me stesso.’ Benjamin Anastas è nato nel 1969 negli Stati Uniti. Oltre a Diario di un inconcludente, che ha ottenuto un grande successo di critica e di pubblico negli Stati Uniti, ha scritto The Faithful Narrative of a Pastor’s Disappearance. Ha vissuto a Brooklyn, New York, e vive ora in Italia.

Diario di un inconcludente (An Underachevier’s Diary)

[da lettera.com William viene al mondo anticipando il gemello Clive di ben sette minuti. Eppure, questo promettente esordio di primogenito rimane il suo unico primato e vantaggio nei confronti del fratello con cui si confronta, affettuosamente ed ironicamente, per tutto il resto del romanzo (e della vita). Il fratello, fin dai giorni immediatamente successivi alla nascita dimostra un innata quanto generalizzata e diffusa propensione ad eccellere in qualsivoglia prestazione: da quelle infantili di appagato poppante e precoce sillabatore di vocali e consonanti, ai primi e facili successi scolastici e sentimentali (la bellissima Faith), all’ammissione ad Harvard (e ci mancherebbe!), via via sino alla completa realizzazione delle aspettative dei genitori, e di quelle personali. Un destino beffardo ed inaccettabile? Nient’affatto! Lo scanzonato William non è per nulla sofferente, o insofferente, dei successi del gemello Clive. Al contrario, è assolutamente orgoglioso della propria, sublime, inclinazione all’inconcludenza: unica alternativa per un ‘ragazzo degli anni 70’ al modello di vita standardizzato liberal e progressista dell’era post-reaganiana. Neri Pozza

Diario di un inconcludente: anatomia dell’inconcludenza

Ho cominciato alla grande. Primo di due gemelli monozigoti, ho anticipato di ben sette minuti l’ingresso nel mondo del mio riluttante fratello, senza contare il momento di sospensione dell’incredulità di lattante in sala parto. Quando alla fine è emerso, podalico, avvolto nel cordone ombelicale e tranquillo nel forcipe dell’ostetrica, io avevo già ricevuto il mio schiaffetto di benvenuto e mi ero fatto strada tra gli umani a forza di strilli, mentre mani esperte tagliavano il cordone, mi pulivano e avvolgevano nelle fasce. ‘Prestatemi dei soldi e non ve li restituirò mai. Innamoratevi di me e non vi noterò nemmeno.Risparmiate ogni compassione per qualcuno che ne ha veramente bisogno: io sono già abbastanza impegnato a cercare d’essere il migliore nemico di me stesso’ ‘L’Inconcludente’, come William, antieroe di Diario, è stato ed è tuttora un’inesauribile fonte di ispirazione letteraria: da Oblomov di Goncharov, star assoluta dell’inazione contemplativa, al salingeriano Holden, fino ai più recenti esempi: Grady Tripp di Wonder Boy di Chabon, ispirato all’inconcludenza di scrittore di Chuck Kinder; e Will, nullafacente trentaseienne di About a boy di Hornby. Ed abbiamo motivi sufficienti per pensare che lo sarà sempre di più, da che l’imperativo categorico delle società occidentali del ‘successo ad ogni costo’ ci obbliga ad una insensata ricerca della prestazione vincente, unico passe-partout per una felicità di pronto consumo. Chi non si omologa, chi si scopre incapace di conformarsi all’esigenza di ignorare l’etica dell’esistenza per surrogarla con l’estetica di una vita levigata dall’assenza di dubbi ed incertezze è destinato a rassegnarsi ad essere tagliato fuori: agli occhi del mondo è un fallito, incapace a raggiungere la serie di mete obbligate che la società impone. Eppure, visto che di inconcludenti il mondo è pieno, perchè non ribaltare i termini della questione e teorizzare, all’opposto, un progetto di vita ‘senza scopi’, una ribellione al diktat della ‘realizzazione personale’, che invece di dire sì alla vita, risponda: ‘no grazie’? L’obiettivo di Anastas è proprio questo: dimostrare, ironizzando sulla società americana, quanto l’inconcludenza sia l’unica vera forma di libertà: dai compromessi e dalla omologazione di massa. Quanto questa libertà costituisca, paradossalmente, una scelta vincente di profonda ribellione all’imposizione dell’undicesimo comandamento dell’ ‘aver successo-essere felici’, una presa di coscienza critica nei confronti di un sistema e di un’epoca ossessionati da obiettivi e prestazioni nevroticamente rivolti alla conquista di una felicità coatta e preconfezionata. E che ci rimanda nostalgicamente al MacHugh dell’Ulisse di Joyce: ‘Fummo sempre fedeli alle cause perse. Il successo per noi è la morte dell’intelletto e della fantasia.’

J. K.

21/04/2003 – I GEMELLI MALASSORTITI: IL DIARIO DI UN INCONCLUDENTE

Matteo ‘Ferrato’ Bordone

Da Dispenser

Vincente contro perdente. Ecco una contrapposizione idiota che andrebbe cancellata dall’etica planetaria. Non solo andrebbe cancellata dalla società statunitense, che in alcune situazioni e classi sociali vive soffocata da questa maledizione del giudizio che pende come una spada di Damocle, ma anche dalle nostre prospettive, o da quelle di paesi molto competitivi come il Giappone. Essere arrivati o essere degli inconcludenti. Farcela o non farcela. Siccome la vita non funziona così, non funziona su un solo piano, si finisce poi per preferire il manager che ha disimparato ad amare, all’impiegato felice. Perché quando si riduce tutto a un giudizio, ci si attacca all’unica cosa veramente misurabile, cioè i soldi. Sembra un discorso demagogico, magari lo è anche, ma ci sono argomenti su cui non ci sono incredibili genialità da dire. Benjamin Anastas ha affrontato il problema inventando un romanzo il cui protagonista è un perdente, ma invece di essere schiacciato da questa nomea spietata, ne è fiero. E a voler ben vedere non è una nomea, una diceria, è un dato di fatto. William è un inconcludente. La gente che gli sta accanto si aspetta da lui delle cose che lui non riesce a dare loro. Le aspettative del prossimo nei suoi confronti non vengono mai soddisfatte. Ad aggravare questa situazione c’è il fatto che William nella sua vita è stato giudicato singolarmente, per quello che ha fatto, solo per sette minuti, subito dopo essere uscito dal ventre della madre. Perché sette minuti dopo è uscito il suo fratello gemello, il perfettino, quello che da allora è sempre stato per tutti l’esempio di efficienza, il vincente, quello capace di riuscire in tutto. William è un vero antieroe, un pioniere della sfiga, un ribelle ironico che scopre che la sua ricchezza sta nel non essere capace. E tutto ha preso forma a scuola, molto molto presto. Sentiamo un estratto del DIARIO DI UN INCONCLUDENTE di Benjamin Anastas. BENJAMIN ANASTAS DIARIO DI UN INCONCLUDENTE NERI POZZA Quello che avete appena sentito era un estratto sulla primissima educazione del protagonista di DIARIO DI UN INCONCLUDENTE di Benjamin Anastas, tradotto da Anna Mioni e in vendita al prezzo di 14€ per le Edizioni Neri Pozza. Uno che con l’aria da perdente, da sfigatello, da inconcludente, ci campa da anni giocando alla modestia. Si chiama BECK e sentiamo volentieri un pezzo dal suo ultimo disco, acustico, di qualche mese fa. L’album si intitola SEA CHANGE, è prodotto da Nigel Godrich e infatti suona come un’astronave carica d’amore e malinconia. Questa è LOST CAUSE.

La ricetta di Anastas per essere inconcludenti

L’Arena – il giornale di Verona

Milano . Malaticcio, privo di forza di volontà, misantropo, ermetico, infelice, armato di negatività: è tutto questo William, gemello monozigoto del brillante Clive, l’anti-eroe per eccellenza che, in « Diario di un inconcludent e» (ed izioni Neri Pozza) di Benjamin Anastas, dedica tutta la sua vita «a cercare di essere il peggiore nemico di se stesso». «Anch’io ho una sorella gemella – ha raccontato ieri a Milano l’autore del romanzo, che è uscito in Italia il 13 settembre scorso – e ho sempre desiderato scrivere del rapporto speciale, che intercorre con un gemello. Sono partito dal grembo materno, perchè è il posto dove penso succedano cose che sono poi fondamentali per la vita futura». Tutti noi, ha spiegato lo scrittore, abbiamo un gemello ideale, il nostro Io migliore, con il quale ci misuriamo: «Ma avere un gemello vero – ha detto – è tutt’altra cosa: c’è un linguaggio speciale, inventato da noi, che nemmeno i genitori possono comprendere». Succede anche tra William e Clive, a cominciare dai primi mesi di vita, quando il primo non riesce a pronunciare la parola « nann a» , ma dice solo un « nah » , e il secondo, per incoraggiarlo, si adegua e gli dà la buonanotte con un « nah » . « La gentilezza di Clive – ha ammesso lo scrittore che, rispetto a sua sorella Rhea, 33 anni, storica dell’arte, si è sempre sentito il meno brillante – è la sua migliore qualità: tutta la vita cercherà di aiutare il suo gemello inconcludente». Durante le sue brutte esperienze scolastiche, i suoi frustranti rapporti sessuali e la sua pericolosa adesione a una setta strampalata. Ma è William, che più interessa ad Anastas, «l’anti-eroe che, con la sua inconcludenza, si ribella contro i valori acclamati dalla società consumistica americana, tutta votata alla felicità». «C’è tutta una letteratura americana dell’anti-eroe – ha spiegato Anastas – a cominciare da Melville per finire con Dennis Johnson. È l’unico modo per dar voce al proprio dissenso verso la società». Con gli attentati dell’11 settembre 2001, la società americana è cambiata: «Non ci si obbliga più ad essere felici ad ogni costo – ha detto lo scrittore, che per lunghi anni ha vissuto a New York – ma il senso di colpa e di vergogna non è ancora abbastanza sentito. Pensare a ciò che è successo mi fa stringere ancora il cuore e mi vengono le lacrime agli occhi, anche se io non ho perso nessuno». E riflettendo sul futuro, Anastas separa nettamente quello privato da quello della nazione: da qualche mese si è trasferito in Toscana, per poter scrivere in pace un romanzo storico ambientato nell’Austria del ’37 e «scriverò anche se il mio Paese dovesse andare in guerra contro l’Iraq». Una prospettiva «frustrante – ha ammesso – per le conseguenze mondiali che potrebbe avere e che pochissimi americani vogliono. Bush, che non è neanche stato eletto, rappresenta il passato: sembra che sia rimasto ibernato per anni e anni».

Diario di un inconcludente – Imperfetti si nasce

di Isabella Marchiolo

Da www.tuttoqui.it

Dura la vita dei gemelli. Soprattutto se la coppia di feti monozigoti, una volta venuta alla luce, si rivela decisamente male assortita e uno dei gemelli, sin dalla prima poppata, è destinato a primeggiare in tutto, mentre l’altro deve accontentarsi di sistematici fallimenti. Una vita d’inferno per il gemello ‘sfigato’ William, che, però, decide che i panni del perdente sono tutt’altro che scomodi. La surreale teoria sarà meticolosamente esposta nel ‘Diario di un inconcludente’, ultimo lavoro di Benjamin Anastas, uno degli autori più graffiante della nuova guardia americana. Anche stavolta, infatti, il giovane scrittore ha in serbo una buona dose di satira per la società statunitense, e a finire nel mirino è il sistema educativo, che marchierà dalla nascita il protagonista del romanzo con il pesante bollo dell’ ‘underachiever’ (la parola del titolo originale), ovvero intellettivamente lento di comprendonio e con problemi di apprendimento. In realtà, William ha ottenuto un Q.I. leggermente superiore a quello del gemello perfetto Clive, ed è riuscito persino a nascere un secondo prima del fratello, ma tragicomiche allergie e difficoltà post-natali lo tradiscono segnando ineluttabilmente la sua esistenza agli occhi dei genitori hippy e progressivi. Inizia, così, per il futuro inconcludente, una lunga serie di traguardi falliti, dalla titanica impresa del linguaggio, alla costituzione gracile, alla personalità piatta, ai quali si contrappongono i successi di Clive. Un fatale dualismo che continuerà nell’adolescenza e nell’età adulta dei due fratelli, vedendo il gemello ‘vincente’ conquistare una luminosa carriera professionale e relazioni sentimentali stabili con ragazze altrettanto perfette, e il povero William collezionare studi universitari di second’ordine, fidanzate alcolizzate o derelitte che puntualmente lo raggirano, depressioni etiliche e persino l’adesione ad una setta composta da altri rifiuti della società. Nel corso delle sue peripezie, obiettivo costante di William è quello di deludere le aspettative di tutti e di rifuggire la compassione per i suoi fallimenti dichiarandosi il peggior nemico di se stesso. Quello di Anastas è un feroce attacco alla corsa alla competizione che domina la società Usa, che nel romanzo trova una riuscita parodia nei genitori di William e Clive. Come evitare l’inadeguatezza, si chiede l’autore, se si è un bambino ipersensibile e mamma e papà praticano il nudismo in giardino, incitano ad una sana masturbazione, seguono alla lettera la pedagogia di Anna Freud, chiamano i cani Castro e Mitterand ed entrano in crisi per la puntuale sconfitta del proprio candidato presidenziale democratico? Persino non avere particolari problemi esistenziali (i due gemellini iniziano precocemente a frequentare l’analista) diventa una tara, e William si accorge che la propria inconcludenza non è altro che l’incapacità di ‘fare qualcosa di radicalmente nuovo’, fosse anche in un tranquillo appuntamento galante con una coetanea. La sua vita è come una preghiera ad un Dio che non ascolta, indifferente a ‘un vagabondo senza nome tra i suoi figli battezzati’ Con toni tragicomici e qualche tocco di humour, Anastas racconta infanzia, adolescenza e maturità del suo antieroe, che giunge a formulare una vera e propria ‘teoria dell’inconcludenza’. William fornisce un preciso identikit dell’inconcludente: deliberatamente debole e senza forze, solitario, abbandonato da Dio. In metafora, un Martini con l’ermetismo al posto del vermouth e l’infelicità come gin. Una fiera dichiarazione di orgoglio inconcludente, contro cui si infrangono gli inutili tentativi del gemello perfetto, Clive, che, anche William lo riconosce, è davvero buono, amabile e gentile d’animo quanto lui è scontroso e intrattabile. In sostanza, due fratelli sono entrambi vittime del sistema e si vogliono realmente bene, tanto da non poter stare troppo tempo senza contatti reciproci: William non riesce ad odiare Clive, e quest’ultimo non si è mai sentito superiore a William. Un rapporto simbiotico che si tramanda dalla convivenza nell’utero materno e che Anastas conosce bene, avendo l’autore stesso una gemella, anche se non monozigote. Quale partito scegliere, dunque? Per chi volesse intraprendere il difficile cammino dell’inconcludenza, William ha una controindicazione, quella di riconoscere l’intrinseca bellezza delle cose che ha perso per onorare il suo manifesto rinunciatario: l’amore, una famiglia, l’amicizia. Per converso, attorno all’inconcludente ruota un universo umano apparentemente vincente e altrettanto malinconico e stressato dai suoi obiettivi mancati. E rivela la sua inconfutabile verità: siamo tutti anime imperfette.

Recensioni ‘A Sud di Granada’

Posted on 9 Novembre 202229 Novembre 2022 by AnnaMioni

Gerald Brenan e la terra incantata

la Repubblica, 7 giugno 2001

Un classico sulla Spagna: ‘A sud di Granada’

Stefano Malatesta

Pubblichiamo un brano della prefazione al libro di Gerald Brenan ‘A sud di Grenada’ (Neri Pozza, pagg.352, lire 34.000) da oggi in libreria. Alla fine del 1919 un giovane inglese nato a Malta, che nella prima guerra mondiale aveva combattuto con onore ed era stato ferito, sopravvivendo alle spaventose carneficine di Passchendaele e guadagnandosi la Military Cross e la Croix de Guerre, partì per la Spagna. Non c’era una passione dietro la scelta del paese e nemmeno una forte inclinazione: da ragazzo il giovane aveva sognato di andare molto più lontano, in Asia Centrale, e qualche anno dopo era scappato da una terrificante famiglia per raggiungere i paesi balcanici dove infuriava uno dei tanti conflitti etnici. Ma ora ne aveva abbastanza delle guerre e anche dell’Inghilterra imbalsamata nelle distinzioni di classe e nelle rigide convenzioni, di cui si portava dietro un ricordo avvelenato per gli anni passati nelle odiose public schools. Forse il fatto che la Spagna fosse rimasta neutrale durante la guerra dovette contare qualcosa per il giovane, perché pensava di non avvertire qui l’angoscia che in Francia e in Inghilterra stringeva i cuori a quelli che erano stati al fronte e che non riuscivano a dimenticare. Ma a spingerlo definitivamente a prendere la più importante decisione della sua vita fu una motivazione molto prosaica per un tipo romantico come lui e comune a numerosi inglesi che in quel periodo non facevano altro che viaggiare: il basso costo della vita. La Spagna del 1919 era molto diversa, naturalmente, da quella di oggi. Le sue coste, quasi vergini e non toccate dalla speculazione edilizia, che arriverà quarantacinque anni dopo, erano tra le più straordinarie del Mediterraneo; i paesi della Castilla e di Léon conservavano il loro aspetto nordico e feudale; e nell’Andalusia tutti i giovani sognavano di diventare famosi toreri, come Joselito detto El Gallito. Chi leggeva i libri di storia era informato che il paese, dopo le glorie della conquista delle Americhe, aveva conosciuto quella che si dice una lenta, apparentemente incontrollabile decadenza, che l’oro e l’argento del Messico e del Perù e il valore dei fieri soldati dei tercios non avevano potuto arrestare. Ora si trovava a essere nello stesso tempo una nazione umiliata nell’orgoglio dopo la cacciata da Cuba, e un paese dissestato, povero, arretrato, chiuso nelle sue tradizioni e lontano dalle vie del progresso e dell’emancipazione. Ma il giovane, che diventerà il più reputato studioso e conoscitore della Spagna di tutto il mondo anglosassone, allora doveva sapere non molto di questa realtà, perché tra i tanti luoghi possibili, non scelse Siviglia o Granada, che gli sembrarono poco pittoresche, ma quasi per caso Las Alpujarras, un insieme di pueblos sparsi sotto la Sierra Nevada, tra Granada e il mare, raggiungibili solo a dorso di mulo, dove quasi nessuno straniero aveva messo piede. Il giovane era Gerald Brenan, aveva ventiquattro anni, i capelli rossi, qualche conoscenza nel gruppo di Bloomsbury e una notevole capacità a sopportare la solitudine per lunghi periodi. Quando arrivò al pueblo chiamato Yegen, per due o tre settimane i contadini si limitarono a guardarlo, senza dire o commentare e senza tentare di conoscerlo direttamente. Un giorno, improvvisamente, si trovò davanti al portone di casa un canestro con della frutta e della verdura e per la prima volta, uscendo per le strade del paese, tutti gli sorrisero e lo salutarono, segno che era stato accettato e molto rapidamente. In seguito venne invitato nelle case e cominciarono naturalmente a chiedergli chi fosse e da quale paese venisse e cosa avesse fatto fino a quel momento. Allora Gerald si mise a parlare della guerra e di come era stato ferito in battaglia. E qualcuno gli domandò: «La guerra contro los Moros?». Per loro la guerra si combatteva sempre contro los Moros, come nei versi dell’Ariosto, e secondariamente contro i francesi, che venivano regolarmente sconfitti dagli spagnoli, come se non ci fosse mai stata la battaglia di Rocroi. Le terre oltre i Pirenei erano «l’Europa di Francia», mentre gli inglesi godevano della curiosa reputazione di essere molto interessati alle miniere e di possedere forti poteri sessuali. Ma Gerald era rimasto così incantato dalle Alpujarras e dai suoi abitanti fin dall’inizio, che questa ingenua e totale ignoranza non gli sembrò così dannosa e irrimediabile, come diceva la borghesia spagnola illuminata. Era vero che nessuno aveva mai letto un libro e che i giornali si fermavano ai piedi della Sierra Nevada, ma i contadini sapevano quello che bastava per sopravvivere e per rimanere in pace. L’incanto provato da Gerald non dipendeva dall’arretratezza dei luoghi in quanto tale, ma dal senso di poesia e nello stesso tempo dal senso del reale che emanava dai suoi poveri, felici abitanti, e che era una conseguenza di uno stato di semindigenza trasformato, per saggezza atavica e per necessità, in una comunità ben strutturata e ben equilibrata. Brenan si era convinto di aver trovato una società in cui ognuno aveva diritto al suo posto, grande o piccolo che fosse, e dal quale nessuno lo poteva cacciare. E tutto questo risultava molto più civile e molto più rassicurante, anche molto più necessario per la fragile psiche degli umani e per i suoi bisogni, di qualsiasi conquista del progresso si fosse riusciti a ottenere. Così rimase a Yegen, non in particolare per la sua bellezza, ci sono pueblos molto più invitanti nella regione, ma perché all’epoca aveva una mulattiera che lo congiungeva ad altri paesi e abbondanza d’acqua e anche una vista magnifica. Per sei sterline l’anno affittò il primo piano di una casa dalla forma irregolare, composta da nove stanze, di cui alcune guardavano verso la vallata. E qui passò la maggior parte del tempo durante gli anni che vanno dal 1920 al ’34, ritornando ogni tanto in Inghilterra o partendo per altri viaggi, dove c’era ad aspettarlo il suo grande amore. Più tardi su questo idilliaco periodo della sua vita scrisse un libro molto citato da tutti quelli che amano la Spagna, A sud di Granada, che si potrebbe definire tecnicamente qualcosa di mezzo tra un saggio antropologico e un’autobiografia. Ma chiunque abbia letto il suo straordinario, lungo racconto di scoperta e di iniziazione, sa che a questa asettica definizione sfugge il fascino e la poesia di una prosa filtrata da una nostalgia così intensa che ancora oggi avvertiamo le sue vibrazioni partire dalla Sierra Nevada e diffondersi tutt’intorno. Perché, se il libro parla delle Alpujarras e non rinuncia a descriverle con grande accuratezza, in realtà intende tutta la Spagna, il più commovente libro che un inglese abbia mai scritto sul paese. E se dovessi scegliere un titolo differente da quello attuale, farei come Brenan che voleva far intonare liuti e violini e chiamarlo Loores de España, lodi di Spagna.

Manuale per smarrirsi lungo la strada che porta a Granada

di Isabella Bossi Fedrigotti (Corriere della Sera, 9/9/2001)

VIAGGI Cronaca, storia, geografia e filosofia: Brenan racconta la Spagna profonda fra le due guerre Manuale per smarrirsi lungo la strada che porta a Granada Nel suo amore per la Spagna, lo scrittore inglese Gerald Brenan è fratello maggiore dello sc rittore olandese Cees Nooteboom, maggiore nel senso che sbarcò cinquant’ anni prima di lui nella penisola iberica e prima di lui se ne innamorò. Come l’ autore del celebre Verso Santiago, indimenticabile libro di appunti di viaggio a metà strada tra la cronaca, la storia, la geografia e la filosofia, egli va alla scoperta del cuore segreto del Paese, percorrendo itinerari alternativi, strade insolite, sentieri e lande poco battute; e anche quando gli capita di toccare gli ovvi crocevia del turis mo, già allora quasi di massa, sembra sempre capace di guardare al di là dei luoghi comuni, vedendo ciò che gli altri non vedono, comprendendo ciò che gli altri stentano a comprendere. Tutto questo Brenan ce lo racconta in A sud di Granada, che esce per la prima volta in Italia, una sorta di diario dei quattordici anni che, a fasi alterne, egli trascorse in Spagna, a partire dal 1919, quando, ventiquattrenne sopravvissuto alla Grande Guerra, cercò rifugio nella più remota Andalusia, ufficialment e per dedicarsi allo studio, verosimilmente per dimenticare tutto quello che aveva visto e vissuto durante il micidiale conflitto. Arrivò a piedi in un paesino selvatico arrampicato sulla Sierra Nevada dove all’ epoca si viveva più o meno come cento anni prima in Inghilterra. Annotò ogni cosa spaziando, come farà più tardi il suo collega olandese, dalla geografia, alla filosofia, passando per l’ architettura, l’ agricoltura, l’ allevamento, la lingua, la religione, le feste, i riti, le superstiz ioni, le tradizioni e le paure della gente. Senza ovviamente dimenticare la storia che in particolare lo appassionava, che lo spinse a studiare, a scavare e a trovare risposta a molti dei misteri spagnoli nel sostrato arabo, ancora sorprendentemente forte e presente a cinquecento anni dalla Reconquista. Questo è un libro che mette voglia di partire per vedere e verificare: e la beata lentezza della Spagna più profonda permette di sperare o, almeno, di illudersi, che non tutto di quello che Brena n ha visto e annotato sia andato perduto. Isabella Bossi Fedrigotti

GERALD BRENAN A sud di Granada Editore Neri Pozza pagine 346, lire 34.000, euro 17,55

Recensioni Beat Generation dal mito alla storia

Posted on 9 Novembre 202229 Novembre 2022 by AnnaMioni

Corriere della Sera, giovedi 08 febbraio 2001

Sul saggio di Campbell Beat Generation dal mito alla storia di FERNANDA PIVANO

Nel mare di libri che sta uscendo su questo argomento in tutti i Paesi del Mondo Questa è la Beat Generation di James Campbell (Guanda), uscito a Londra due anni fa è uno dei più attenti e strani nel raccontare la leggenda dei quattro ragazzi (Kerouac, Ginsberg, Burroughs, Corso) che hanno sconvolto il mondo e hanno affrontato incomprensioni, malevolenza e diffamazione degli adulti e idolatria, venerazione e fiducia dei giovanissimi in cerca di un bandolo per impegnare la loro vita. Uscivano da una guerra e dalla bomba atomica, mentre l’ America si avviava verso la sconfitta nel Viet-Nam, che significava la sconfitta della leggenda americana, la fine del mito dell’ invicibilità. Vivere accanto a loro, cioè, conoscerli e capirli, è stato molto emozionante: le loro azioni clamorose erano sempre azioni dimostrative per l’ affermazione della libertà a tutti i livelli, in una sfida che voleva rivalutare la spontaneità della politica, della religione e, sopra ogni cosa, della poesia e della prosa. Questo splendido libro di Campbell si muove fra questi problemi con precisione severissima e con l’umiltà della grande critica, ma anche con gran coraggio, perché questa storia è ormai così famosa e malferma che affrontarla è quasi un’azione da kamikaze. James Campbell l’ha affrontata rinunciando ai giudizi, aggrappandosi alle date, ai documenti, alle testimonianze nel tentativo di comprendere che cosa passava per la testa di questi ragazzi che sfidavano il mondo. Campbell ha scritto il suo libro dividendolo in undici capitoli, ogni capitolo seguito da una piccola interpretazione storica. In una di queste viene offerta per la prima volta una spiegazione di termini derivati dalla lingua Wolof, che si parla ancora in varie zone dell’ Africa Occidentale e che era parlata dagli africani dei primi carichi sbarcati sulle coste della Virginia all’ inizio del Seicento, soprattutto da alcuni che venivano considerati Hipikat dagli altri schiavi: uno Hipikat era uno che sapeva le cose e i suoi discendenti sono gli Hip Cat Hipster. Alla lingua Wolof apparteneva anche la parola Bugal, scocciare, rimasta intatta finchè circa 500 anni dopo qualcuno disse: «Don’ t Bug Me» (non mi scocciare). Nella stessa lingua Wolof «deg» significa capire, e da questo Deg è derivato «You dig?» (Capisci?). Lo splendido capitolo del libro spiega anche parole del gergo Jive, cioè del gergo dei jazzisti che risalg ono alle lingue mande e bantù; altre parole potrebbero essere frutto di incroci con i modi di dire degli abitanti del Sud di origine britannica. Per esempio le origini del Blues sono radicate nelle ballate scozzesi e irlandesi tanto quanto nel ritmo africano; e l’ uso di «man» come intercalare è ancora diffuso fra gli abitanti degli altopiani scozzesi. Negli anni Trenta, dice un capitolo del libro, quando i gruppi Swing hanno cominciato a essere famosi e il jazz a circolare tramite radio e disch i, il gergo Jive uscì dall’ ambiente nero. Il primo libro scritto da un bianco che conosceva la lingua dei neri è uscito nel 1946 ed era intitolato I primi del Jazz ed era di Mezz Mezzrow. Mezzrow era un clarinettista ebreo e passava giorni e giorni ad Harlem, dove si presentava come spacciatore e come musicista e anche come consumatore di bastoncini di liquirizia. Nel dorsario di Mezzrow allegato a I primi del Jazz era elencata per la prima volta una parola nuova, del dopoguerra: «Beat: sfinito, al verde». Forse questo capitolo è tra i più rivelativi delle intenzioni rassicuranti dell’ autore, ma tutti sono svolti con la stessa precisione nel raccontare notizie che non sono pettegolezzi da bassa portineria come quelli così comuni nel mare di libri usciti negli ultimi anni. Con questa precisione a volte quasi ossessiva, l’autore descrive i vestiti e le scarpe che questi «ragazzi» indossavano mentre cominciavano i primi viaggi: e così li fa comparire in una specie di esaltazione liberatoria che ha condotto alla loro emarginazione dall’ establishment, cioè dalla classe dirigente. La stessa precisione nel narrare la regressione della moglie di Burroughs, Joan Voullmer, che attorno al 1950 s’era trasferita dai campi intorno a New Orleans, coltivati a marijuana, a Città di Messico e da lì scrisse a Ginsberg lamentandosi di non riuscire a trovare inalatori di benzedrina, di soffrire di gravi sintomi di astinenza, di come le fossero d’aiuto le pillole per la tiroide… La sua bellezza era scomparsa e, insieme, la sua lucidità. La dipendenza estenuante dalla benzedrina aveva sopraffatto il suo lato «dolce e balsamico» che era tanto piaciuto a Burroughs, l’anfetamina le causava problemi di circolazione e così, già a venticinque anni, zoppicava e talora doveva aiutarsi con un bastone. Con la stessa meticolosità, il libro racconta la storia di Neal Cassady, eroe ideale di tutta la vicenda beat, e le sue abitudini sessuali («Le donne di Neal lo ricordano come un pistone durante l’atto sessuale. A volte si sbatteva tre o più donne al giorno, a volte le intervallava con un uomo»), con la stessa meticolosità racconta il rapporto tra Neal Cassady e Ginsberg e – assai più importante – l’arresto di Ginsberg e il suo internamento all’ istituto psichiatrico della Columbia University, dove ha vissuto otto mesi per evitare la prigione, o la stupenda cronaca delle tre versioni di Sulla strada, quella descritta in tre settimane, quella riveduta un anno dopo, quella pubblica ta e la cronaca particolareggiata della tragedia di Burroughs, involontario assassino della moglie con una ventina di testimonianze contrastanti. La cronaca di questi anni, trattati finora con superficialità ispirata al sensazionalismo, colmerà la curiosità di quelli che hanno creduto nell’azione liberatoria di ragazzi disposti a pagare un durissimo prezzo per le loro idee, descritte ora nella loro drammatica ambiguità tra sogno e realtà.

Mentre viene battuto all’asta il «rotolo» dattiloscritto originale di «On the road», un saggio di James Campbell rivisita con scrupolosa precisione un mito moderno

[[Ancora sulla strada, echi della Beat Generation Kerouac e il suo «romanzo bop» emblemi di un’epopea artistica e ribelle mai dimenticata]]

Dopodomani, martedi 22 maggio, a New York, da Christie’s, verrà battuto all’asta il dattiloscritto originale di «On the road» di Jack Kerouac, romanzo-feticcio della Beat Generation. Potrebbe essere quotato quasi 3 miliardi di lire quel mitico «rotolo unico» lungo circa una quarantina di metri, sul quale fu scritto, ovviamente di getto, anzi – per dirla con quello che da bambino i genitori chiamavano affettuosamente nel loro dialetto francofono joual, Ti-Jean, contrazione di petit-Jean – scritta a ritmo di bop: istintivo, in una struttura narrativa che voleva essere eco del fraseggio jazz di Charlie Parker e Dizzy Gillespie. «Se Jack fosse vivo – ha commentato Lawrence Ferlinghetti, ultimo grande testimone dell’epopea beat dopo la morte di Gregory Corso nel gennaio di quest’anno – gli verrebbe un colpo. La vendita del rotolo rappresenta la sintesi del consumismo: qualcosa contro cui gli scrittori beat si erano ribellati». Sì, perché il «rotolo» è un po’ la reliquia laica di quella… cosa che cominciò nella primavera del 1944, quando Kerouac, Allen Ginsberg e William Borroughs si ritrovarono in un appartamento in affitto sulla 118.ma Strada di New York. Fu quello il seme di una pianta che diede frutti forti ma anche amari, innalzando rami verso orizzonti inebrianti di libertà e pacifismo e, al contempo, minando le sue radici col peso degli eccessi, della droga, della promiscuità, sorta di eco alla visione dell’Urlo ginsberghiano sulle «migliori menti» di una generazione «distrutte dalla pazzia». Liberazione ideologica e artistica, e intrappolamento sul piano etico (almeno rispetto al comune senso della normalità): una dicotomia che una saggistica copiosa ma non sempre realista ha nei decenni affabulato più che raccontato obiettivamente. In controtendenza va segnalato il recente saggio dello scozzese James Campbell, edito in Italia da Guanda, forte già di un titolo-manifesto secco e gnecco tutto concretezza che sarebbe piaciuto a Kerouac, teorico e praticante del linguaggio asciutto: «Questa è la Beat Generation». Ne ha scritto encomiastica un’autorità qual è Fernanda Pivano in un elzeviro sul Corriere della Sera, intitolato «Beat Generation dal mito alla storia» proprio a sottolineare che Campbell ha saputo raccontare «con precisione severissima e con l’umiltà della grande critica», ma anche «con gran coraggio, perché – ha sottolineato la Pivano – questa storia è ormai così famosa e malferma che affrontarla è quasi un’azione da kamikaze». E siccome in tema di letteratura americana, una dritta della Pivano va raccolta, mi sono goduto anch’io l’ostinata accuratezza che Campbell sciorina passo passo accompagnandoci nei fatti e aiutandoci a capire – cito ancora la Pivano – «che cosa passava per la testa di quei ragazzi che sfidavano il mondo». E se anche quella che ci offre questo bel libro non fosse la verità assoluta su un fenomeno artistico, letterario e ribellistico complesso e contraddittorio, ci consola il Kerouac-pensiero: «Non c’è verità, solo gradi di luce». Le regole dell’espressione artistica che – racconta Campbell – codificava Lucien Carr, lo studente che fece incontrare nel ’44 Kerouac, Ginsberg e Borroughs, del resto erano chiare: l’espressione di sè priva di veli è il seme della creatività; la coscienza dell’artista viene espansa dallo squilibrio dei sensi; l’arte si sottrae alla morale comune. Comprensibile, dunque, che, qualche anno dopo, Kerouac scrivesse «ho voglia di scrivere un romanzo gigantesco su ‘tutto’» all’amico ispiratore Neal Cassady che Campbell definisce come «l’incarnazione di un manifesto artistico per Jack». Fu a Cassady che, dopo il fallimento commerciale de «The town and the city», Kerouac giurò che «avrebbe rinunciato alla narrativa» e avrebbe reso le storie «meno letterarie», concentrandosi ad esprimere «l’autentica verità della mia vita» come oggetto, sostanza e forma della narrazione. Detto, fatto: fra il 2 e il 22 aprile 1951 Kerouac avviò quella che nel saggio è definita «una maratona di battitura» il cui esito furono «125 mila parole battute a macchina su un unico rotolo di carta» di quello che si sarebbe dovuto intitolare «On the road», poi «The Beat Generation», poi ancora «Strada ovunque» e infine di nuovo, definitivamente, «On the road». «La trama – scrisse Kerouac a Cassady – ha a che fare con te e me e la strada. Sono andato veloce perché la strada è veloce». Era, finalmente, quel non-romanzo che la New York Times Book Review, contrariamente all’entusiastica recensione che Kerouac lesse sul New York Times svegliandosi la mattina del 5 settembre 1957 e scoprendo d’essere diventato famoso, bocciò perché «senza trama», ironizzando su «una strada che non porta da nessuna parte». Un’obiezione la cui risposta era già nella scelta di Kerouac di scrivere «un romanzo bop» la cui essenza era l’improvvisazione, che non aveva bisogno di una storia perché il viaggio «era» la storia. Un vagabondaggio prima materiale e poi letterario davvero beat, aspettando che – per citare il libro – «in qualche punto lungo il tragitto sapevo che ci sarebbero state ragazze, visioni, tutto; in qualche punto lungo il tragitto mi sarebbe stata donata la perla». Non una vicenda, dunque, bensì un vissuto: scritto com’era stato provato, senza fronzoli, con parole che scorrevano col ritmo jazzato del be-bop. Dopo «On the road» la parola «beat» – di cui Campbell, in una delle chicche del suo saggio, rintraccia la nascita – avrebbe perso l’accezione perdente. Il saggista racconta del libro «I primi del jazz» scritto dal clarinettista bianco Mezz Mezzrow, conoscitore del gergo jive dei jazzisti neri; vi era citata per la prima volta una parola gergale nuova: beat, nel senso di sfinito, al verde. Ma «beat» non rimase per sempre «battuto»: verso la metà del ‘59, una volta famoso, pubblicando su Playboy una versione del discorso tenuto agli studenti del Brandeis College l’anno precedente sulle «Origini della Beat Generation», Kerouac spiegava che sì, beat in origine significava «giù», «sfortunato», ma che in una chiesa a Lowell, aveva avuto un’illuminazione su «ciò che volevo dire davvero con beat: cioè beato». Un’esagerazione poco… kerouachiana, se vogliamo, ma tipica di uno che mischiò veramente la sua vita con la sua letteratura. E forse anche l’enfasi del sogno di un riscatto vissuto attraverso le sue creature letterarie, Dean Moriarty e Sal Paradise, e il loro girovagare lungo la Route 66 e dintorni, che sarebbero entrati nella storia della letteratura mentre la Beat Generation si faceva mito.

Francesco Fredi, Il giornale di Brescia, 20 maggio 2001

Recensioni ‘In Marocco’

Posted on 9 Novembre 202229 Novembre 2022 by AnnaMioni

Per chi ha avuto la possibilità di recarsi in questi anni in Marocco, susciterà interesse trovare nel libro di Edith Wharton un mondo così lontano da quello di oggi. L’autrice ha fatto il suo viaggio nel 1917 e ha voluto supplire con le sue note alla mancanza di una guida turistica.Il testo è articolato in capitoli dedicati a Rabat e Salé, Volubilis, Moulay Idriss e Meknès, Fès e Marrakech, ai quali seguono una parte dedicata agli harem e alla festa a palazzo reale dell’aïd-el-kebir, una presentazione dell’opera di Lyautey, residente-generale francese, e alcune note sulla storia e l’arte. Il viaggio anticipa in qualche modo i tradizionali tour delle città imperiali, ma il mondo che viene descritto è molto più misterioso, avventuroso, esotico; a partire dal paesaggio, che sembra composto quasi esclusivamente da antiche città con i nuovi quartieri coloniali e, subito al di fuori, dal deserto, solcato da piste percorribili con difficoltà e da poche recenti strade. L’occhio con cui la scrittrice osserva e descrive la realtà è molto condizionato dalle letture fatte e dai quadri visti, fonti da lei correttamente esplicitate, che la riportano a un clima e a un gusto orientalista. Le descrizioni indugiano sul colore, le forme, gli atteggiamenti, e sono spesso di grande suggestione. Si sprecano parole come avventura, mistero, pittoresco, indolente, fanatico, sporcizia, fatalista, tipico, sogno, bestiale, barbaro. Nel suo viaggio, accompagnata e protetta dagli ufficiali di Lyautey, quasi mai l’autrice parla con le persone del posto, perché nessuno di loro ne conosce la lingua. Solo nelle case di notabili può fare un minimo di conversazione attraverso il francese, sempre sotto il controllo dei parenti maschi delle famiglie.

La scrittrice è vissuta a lungo in Francia, e della Francia sposa totalmente la politica colonialista. Esalta l’azione politica ed economica di Lyautey, la capacità di coniugare autorità militare e rispetto per la cultura locale, e ne apprezza l’opera di conservazione e restauro dei beni culturali. È infatti piena di ammirazione per l’architettura e l’artigianato marocchini e si duole per l’abbandono in cui si trovano edifici mirabili conservatisi dal medioevo di cui non c’è esempio in altri paesi nordafricani. In questo libro può essere interessante anche notare le manifestazioni di una sensibilità ancora oggi frequente tra i viaggiatori occidentali: inorridisce di fronte alla sporcizia, si duole che il suk di Fès sia troppo poco orientale o che il bellissimo artigianato locale sia abbandonato per prodotti occidentali di poco valore artistico, nota la tenerezza dei genitori verso i figli o la ‘democratica familiarità’ tra potenti e miseri, ma la accosta subito al ‘servilismo più abbietto’ e sottolinea soprattutto il persistere della schiavitù e l’esistenza infelice delle donne degli harem.

(scheda di L. Cometti, L’Indice dei libri del mese 1998, n. 3)

Collane specialistiche in espansione, dunque. Franco Muzzio Editore, ad esempio, propone Aritroso, ideata da Ippolito Pizzetti, che ospita classici della letteratura di viaggio. Una rivelazione può essere (…) l’Edith Wharton che nel 1917 pubblica ‘In Marocco’, diario della scoperta di una femminilità ad anni-luce da quella newyorkese, in un universo ancora ammantato dell’esotismo dei quadri di Delacroix.

(Stefano Pistolini, L’Espresso del 16 luglio 1998)

Se intendete fuggire dal caos ritirandovi alle soglie del deserto (…) portate con voi questo libro della scrittrice americana. (…) Il suo resoconto rimane un’ottima guida. Traduzione di Anna Mioni

(Mario Fortunato, L’Espresso del 18 dicembre 1997)

In Marocco con Edith Wharton

Bibi David ( da Caffè Europa) Edith Wharton, In Marocco-Harem, moschee e cerimonie”, Editori Riuniti, pp.201 Euro14,50

Libertà, evasione e fuga: questo era il Marocco per Edith Wharton, la scrittrice americana de L’età dell’innocenza,quando nell’autunno del 1917, in piena guerra, lascio’ Parigi per avventurarsi in quell’allora inesplorato lembo di territorio africano. Come uscire dalla grettezza di una fosca quotidianità? La via migliore era, penso’ la Wharton, perdersi per un po’ in una terra lontana, nutrita d’incanto, dove non esistevano guide turistiche né cartine. Da quel penetrare nel mistero nacque un ricco diario di viaggio: In Marocco-Harem, moschee e cerimonie”(Editori Riuniti). Il deserto, con una luce che annienta i contorni delle cose, è morte e anelito al divino, squallore e sogno. La scrittrice racconta i miraggi di una sabbia rosata, ai margini dell’irrealtà, il chiasso delle piazze marocchine invase da cantastorie, venditori di acqua, incantatori di serpenti con caftani colorati, donne con i piedi neri dipinti di hennè; rievoca le tinte del mercato di Marrakech, con i banchi di petali di rosa e i sacchi di pepe, gli odori inconfondibili del tè con le foglie di menta di Salè, città dall’uva dorata e dai melograni rossi come la ruggine ma anche città dei pirati. La civiltà marocchina, cosi’ prossima all’Africa nera, ci dice la scrittrice, è la civiltà dalle eterne contraddizioni, stagnante e florida al contempo. Qui i personaggi de Le mille e una notte, califfi, principi e re, si confondono con i nomadi e i mendicanti, sotto i tetti di paglia marciti dei suk, dove i cani scheletrici si aggirano in cerca di immondizia, sotto i minareti imponenti di Rabat o nella malinconica Fes. In Marocco “nulla dura se non la mutevolezza”, in un presente pero’ che è un passato prolungato in eterno. La Wharton scrive: “tremi continuamente per paura che entri la persona di Porlock”, il visitatore che interruppe S. T. Coleridge mentre scriveva la poesia ‘Kubla Khan’, perché il confine fra veglia e illusione ha contorni tutt’altro che nitidi. Le tombe dei santoni, i koubba, affiancano i mercati di frutta candita, drappi, cipolle viola e frittelle dorate, le storie arabe di geni malvagi che prendono le sembianze di tempeste di sabbia assalendo le carovane di cammelli si mischiano a leggende religiose, i popoli che hanno sfiorato il Marocco, i berberi ribelli di Blad-el-Siba, gli uomini velati del sud, i tuareg, sono specchio di una architettura fatta di cupole gigantesche, moschee, madrase. Le cerimonie rituali come l’Aid-el-Kebir, il sacrificio della pecora, ricordano antiche usanze tribali, ma anche episodi dei testi biblici. Ogni cosa è pure il suo contrario. Solamente un’ombra ottenebra il soggiorno della Wharton:la vista degli harem, i palazzi dei nobili locali. Le donne marocchine sono rinchiuse da mesi, a volte da anni, in incantevoli prigioni fatte di arabeschi e fiori primaverili dipinti sui vasi, pallide sotto i veli e i diademi, immobili come statue, paralizzate in una apatia senza tempo, in una “sensualità priva di seduzione”. Molte di loro, prima di finire in quegli appartamenti, erano libere di camminare per le strade e assaporare i profumi delle città.Ora i loro sguardi non sono piu’ sofferenti né rassegnati per un destino beffardo, come forse erano all’inizio, perché l’oblio ha sconfitto la memoria. “Forse è meglio che nessuno proveniente dal mondo esterno venga a ricordare a queste creature indifferenti che da qualche parte i gabbiani danzano sull’Atlantico e il vento mormora fra i boschetti di palme”, commenta , alla fine, con amarezza la Wharton. E approfitta per dirci che dovunque la schiavitu’ sta nel rimanere bloccati, immobili, mentre l’evasione è quel guardare oltre, quel volare con la mente e con il corpo che si ha nel viaggiare e nello scrivere.

Recensioni ‘L’amore inutile’

Posted on 9 Novembre 202229 Novembre 2022 by AnnaMioni

Chi è il Giovane Holden dei ’90? ‘L’amore inutile’ di Mark Cirino, oriundo, 26 anni ‘anche qui un lungo viaggio verso casa, ma senza consolazione’, anticipa Luigi Brioschi che ne fa la scommessa Guanda d’autunno insieme a Welsh (Tuttolibri, La stampa, 28/08/1999) Non c’è solo allucinata secretività nel romanzo di Cirino. In quasi cacofonico contrappunto compaiono pure scene, se vogliamo, ‘poetiche’, ma sono solo momenti. Il linguaggio non può che essere lo specchio deformato di tutto questo. Frasi brevi, sintassi franta. Lingua sciolta e colloquiale, proprio come in una discussione tra amici. Non sono risparmiate coprolalia né gergalità genitali di sorta perché un amico serve a questo: per ascoltare, a volte in silenzio, il dolore così come magmaticamente si versa dalle crepe della carne. (Elissa Piccinini, La Gazzetta di Parma, 14/12/1999) Colloquiale e ironico, amaro e lirico. Uno scrittore che si esprime in modo semplice, autentico, commovente. (Carnet, dicembre 1999)

Il maggior pregio del libro èpiù ancora del linguaggio, il tono: colloquiale, diretto, con una sua autenticità, ma fornito di una colta, elegante vena ironica, che disimpegna icastiche osservazioni su cose e persone e le propone, quasi con un senso di sfida, al ‘tu’ che siamo noi lettori.

(Francesco Durante, ‘Donna’ di Repubblica, 2/11/99)

Di Holden e di Salinger mancano disincanto e poesia, ma in compenso la scrittura è viscerale, scevra da compromessi e facili e inutili descrizioni. Pochi dialoghi, ma grande capacità di tenere il lettore incollato alla pagina e alla storia. Il libro è un viaggio di crescita e conoscenza interiore vera, non fuorviata da new age o buonismo fasullo.

(Simone Pieranni, da www.babel.it)

Recensioni ‘La danese’

Posted on 9 Novembre 202229 Novembre 2022 by AnnaMioni

ARTE E LETTERATURA / STORIA DEL PRIMO TRANSESSUALE

Marito mio, sei meglio donna

Einar e Gerda. Tutti e due pittori. Una coppia modello. Con un unico problema: il cambio di sesso Tutta colpa di un vestito di seta. Un giorno Einar Wegener, apprezzato paesaggista danese, accetta di vestirsi da donna per permettere alla moglie Greta, anche lei pittrice, di completare il ritratto di una cantante lirica. Il contatto con quella stoffa ‘tanto delicata e ariosa che sembrava una garza’ è una folgorazione che provoca un doppio effetto: Greta trova finalmente, nel marito vestito da donna, la musa ispiratrice per i suoi quadri migliori, e Wegener sarà, nel 1930, il primo uomo a cambiare sesso. Il romanzo che racconta questa storia vera, ‘La danese’ di David Ebershoff (Guanda), si chiude con l’ex Einar, ribattezzato Lili Elbe, che guarda trasognato un aquilone dal balcone della clinica. Un lieto fine che risparmia gli eventi che seguono: Lili muore poco dopo il secondo intervento, che avrebbe dovuto permetterle una gravidanza; Greta (nella realtà si chiamava Gerda) finisce povera e dimenticata dopo essersi guadagnata da vivere con disegni erotici. Comunque il libro, come spiega una nota, è ‘un’opera di fantasia liberamente ispirata alla storia di Einar Wegener e di sua moglie’ (un resoconto più fedele si trova su Internet, nel sito: gerda.utopian.net). Si spiega forse così perché il romanzo non sia corredato dalle foto e dai quadri che pubblichiamo in queste pagine: l’edizione originale ha in copertina uno dei ritratti di Einar vestito da donna, l’edizione italiana neppure quello. Negli Stati Uniti il libro, che segna l’esordio del direttore della Modern Library, è stato un successo. Anche perché la storia, che accompagna Einar e Gerda verso nuove vite e nuovi amori, è raccontata con uno stile che non ha nulla di voyeuristico. A Ebershoff non interessa tanto riscoprire il primo transessuale, quanto entrare nella mente di una coppia affiatata anche se apparentemente malassortita: lei alta, forte, sicura; lui esile e minuto, quasi imberbe e dotato di ‘seni morbidi, piccoli come ravioli’. E anche, si scoprirà poi, di un paio di ovaie atrofizzate. I critici si sono divisi tra chi considerare il vero protagonista. Di certo il romanzo lascia al lettore, indipendentemente da qualsiasi appartenenza o preferenza sessuale, la possibilità di scegliere a chi sentire più vicino: se il mutevole Einar (‘Siamo nati tutti dentro il corpo sbagliato. E tutti lottiamo per accettare il guscio che ci trasporta attraverso questo mondo’, ha detto Ebershoff) o l’enigmatica Gerda, che in fondo affronta un dilemma noto a molti innamorati impelagati in storie meno eclatanti: come reagire quando la persona che amiamo cambia radicalmente? Nel romanzo, la moglie sembra fin troppo entusiasta di spingere Einar sulla strada che lo porterà a non essere più un uomo. Un entusiasmo che appare sospetto quando si vedono le foto della vera Gerda con il secondo marito, un macho mediterraneo sposato subito dopo la morte della povera Lili. L’Espresso 18.10.2001

La Danese di David Ebershoff

Realtà storica e invenzione narrativa in una singolarissima storia d’amore Einer Wegener e sua moglie Greta vivono a Copenaghen. Lui dipinge piccoli quadri con il mare in inverno, paludi e brughiere sfumate nella nebbia del Nord; lei, ancora alla ricerca di un’autentica ispirazione, ritrae quasi a grandezza naturale la tronfia committenza borghese cittadina. Un giorno, Greta convince faticosamente il marito, imbarazzato e riluttante, a posare con un abito femminile per poter completare il ritratto di Anna, la cantante lirica loro amica. Ma l’ipnotico movimento del pennello di Greta, animata da un entusiasmo fino allora sconosciuto, e il morbido contatto della stoffa sulla pelle sospingono Einar ‘in un mondo d’ombre e sogni’, in cui il vestito che indossa potrebbe appartenere a chiunque: ‘persino a lui’. Quel giorno Einar scopre che il suo cervello è una noce spaccata in due metà; una appartiene a lui, l’altra a Lili, l’entità femminile che ha involontariamente richiamato dagli angoli più remoti della sua infanzia, dov’era stata relegata per il brusco intervento degli adulti. Ispirandosi alla vicenda reale di Einar Wegener, il paesaggista che agli inizi degli anni trenta si affidò alla chirurgia per cambiare sesso, Ebershoff muove dai temi dell’ambiguità del sentimento umano, del gioco tra realtà e finzione e della fascinazione dell’arte per scrivere un romanzo di ampio respiro, teso fra passato e presente, tra luoghi diversi e distanti – la Danimarca, la Francia, la California – cogliendo con straordinario talento narrativo le mille diffrazioni psicologiche dell’amore e della sensualità. da http://www.ilnuovopiccolo.it/vedi_art.php?prog=1148

Un uomo e una gonna

Un romanzo racconta la storia vera del primo cambio di sesso, in Danimarca di Monica Capuani Einar Wegener è un pittore di paesaggi danese biondo ed efebico. Greta Waud è un’americana ricca e intraprendente, armata del coraggio spavaldo dei pionieri. Alla scuola di Belle Arti di Copenaghen, decide che quel professore timido e impacciato sarà suo, e lo sposa. Un giorno, però, gli chiede di posare per lei con l’abito d’una cantante d’opera cui sta facendo il ritratto. Da quel momento la loro vita non sarà più la stessa. Perché durante la posa in abiti femminili, in Einar all’imbarazzo iniziale si sostituisce una nuova consapevolezza, un agio mai sperimentato prima. Nasce Lili, il suo sé donna, come una epifania dello spirito, un germoglio di femminilità nel tempo sempre più invadente e incoercibile. Nel suo primo romanzo La danese (Guanda, lire 28 mila) David Ebershoff, che dirige a New York la casa editrice The Modern Library, ha scelto di partire dalla storia realmente accaduta al primo uomo che, negli anni ’30, riuscì a cambiare sesso. Greta accompagna Einar nei suoi primi passi in abiti da donna. In cambio, quando inizia a ritrarre ossessivamente Lili, il destino le regala il successo. Einar è diviso. Nel peep-show di Parigi registra le pulsioni del suo desiderio sempre più orientato verso gli uomini. E finalmente entra in una clinica di Dresda per intraprendere la dolorosa via crucis chirurgica che lo porterà alla realizzazione di sé. da ‘D – Donna di Repubblica’ del 30 ottobre 2001

Storia del primo transessuale

getout.it – 28.10.01 Oh mia musa! E’ una storia vera quella raccontata nel primo libro di David Ebershoff, scrittore ma anche direttore della casa editrice americana Modern Library. E’ la storia di Einar Wegener, pittore paesaggista danese e di sua moglie, Greta, pittrice ritrattista. Un giorno Einar, per permettere alla moglie di completare il ritratto di una cantante lirica, acconsente a vestirsi da donna. Quel momento, quel contatto con la morbidezza degli abiti femminili, furono per Einar una vera e propria folgorazione tanto da diventare, nel 1930, il primo uomo a cambiare sesso. Lili Elbe, la nuova identità di Einar, diventerà anche la musa ispiratrice dei migliori quadri di Greta ( Gerda, nella realtà). Un libro dal rassicurante lieto fine ( Lili è felice e realizzata nella stanza di una clinica dopo l’operazione) ma che cela la parte più dolorosa della realtà. Einer- Lili infatti, sarebbe morta dopo aver subito un secondo intervento che avrebbe dovuto portarla alla fecondità e Greta Gerda avrebbe sposato un macho latino solo pochi mesi dopo la morte del primo marito. Ma anche un’operazione coraggiosa che non si sofferma sul fenomeno da baraccone andando, al di là del comune senso del pudore, a ripescare la storia di una coppia affiatata che sceglie in tutta libertà la strada più praticabile per vivere la propria relazione. Unico rimprovero: nell’edizione italiana, La danese Guanda Editore, non compare nessuna riproduzione, neanche in copertina , delle opere degli artisti che, tutto sommato, sono parte integrante della storia. La risposta, anche se parziale, ce la fornisce lo stesso autore quando puntualizza che la sua è un’opera di fantasia liberamente tratta dalla storia dei due pittori danesi. Perciò, è ovvio, ogni riferimento a cose o persone è puramente casuale… David Ebershoff ,La danese, Guanda http://www.arcigaymilano.org/Notizie/Trans/tra211028.htm

Recensioni ‘Stoned’

Posted on 9 Novembre 202229 Novembre 2022 by AnnaMioni

Dietro gli anni Sessanta

La band raccontata da chi la conosce bene

di Vittorio Castelnuovo (da Il diario della settimana, n. 26/2002)

Stoned di Andrew Loog Oldham traduzione di Anna Mioni Arcana, pp. 361, 16,20 €

Stoned, la biografia di Andrew Loog Oldham, il pigmalione del gruppo rock dei Rolling Stones, è un libro spiazzante.

Innanzitutto perché è scritto bene, cosa poco comune nell’editoria musicale; poi perché narra una storia agrodolce con sincerità e malinconia; e inoltre perché quando sta per approdare alla parte più emozionante, termina, lasciando il lettore con un pugno di mosche in mano. Oldham ha fatto da manager al celebre complesso dal 1963 al 1967. Ma il diario della sua avventura finisce nella primavera del 1964, quando il gruppo stava prendendo la rincorsa verso la celebrità. Il libro dunque pianta in asso il lettore molto prima che i Rolling Stones facciano gol, trascurando di descrivere sia l’exploit di Satisfaction, una delle più belle e potenti canzoni rock mai scritte, sia soprattutto la loro definitiva affermazione. A conferma di questa sfasatura tra ciò che ci si aspetta dal libro e ciò che il libro esattamente offre, c’è da rimarcare come nel corso del testo, costituito da 361 pagine, l’autore introduca i Rolling Stones addirittura a pagina 195 – e la descrizione del loro primo incontro, avvenuto in un albergo fuori Londra, è una sequenza memorabile. All’epoca di quell’episodio gli Stones esistevano già da un anno, essendosi messi insieme nell’estate del 1962, ma erano ben lontani da considerare l’attività artistica come una regolare fonte di sostentamento. In questa selvatica innocenza, in questa sincera, profonda e incantata passione per la musica americana sprigionata dal gruppo risiede, secondo il nostro giudizio, una delle ragioni che rendono attraente la lettura del libro. Non solo, essa ridimensiona anche quella spettacolare e spesso forzata trasgressione che ha dato fisionomia, nel corso del tempo, alla loro leggenda. Se dunque ci si avvicina a Stoned pensando di avere tra le mani l’ennesimo ritratto dei Rolling Stones, c’è il rischio di restare delusi. Bisogna al contrario leggerlo per quello che realmente è: la storia della vita di un giovanotto ambizioso, figlio di una prostituta, che faticosamente si fa strada nella vita partendo dalle strade di Londra devastate dalla guerra, e che dopo aver conosciuto Pablo Picasso e aver lavorato con Mary Quant e i Beatles, trasforma un complessino da balera nel secondo grande gruppo di musica rock di tutti i tempi. Da questo punto di vista il libro è davvero molto bello, ed è tra i più originali che ci sia capitato di leggere sul tema: la vicenda di un ragazzo mosso dalla volontà, assai americana, di ottenere il successo, e che scopre infine che il successo non esiste, che è un deserto. Lo stesso chitarrista Keith Richards ammette, con una serie di dichiarazioni raccolte nel libro, quanto la personalità del loro manager li condizionò. Oldham stabilì il loro comportamento fuori dal palcoscenico; suggerì a Mick Jagger di muoversi in scena, ispirandosi ai performer neri e invitandolo a valorizzare il proprio potenziale erotico; li spronò affinché scrivessero loro stessi le canzoni; decise di pubblicare il primo Lp senza titolo e senza il nome del gruppo, con i cinque musicisti fotografati di profilo. Un omaggio a un romanzo che era uscito poco tempo prima e che lo aveva particolarmente colpito: Un’arancia a orologeria di Anthony Burgess. Per un po’ di tempo Oldham pensò persino di girarci un film. Ma questo particolare, come numerosi altri che proverebbero l’avanguardia del personaggio, non è inserito nel racconto. Oldham lo lascia fuori, come altre cose, mentre a noi resta l’amaro della dissolvenza incrociata del libro. Che comincia nel maggio del 1995, nel degrado di una camera d’albergo di Manhattan, con la descrizione di un uomo preoccupato di farsela addosso, con continue perdite di sangue; devastato dall’alcol, dalla droga e dalla nostalgia. E termina con la vista del Tamigi dagli uffici della Decca, una mattina di primavera del 1964; in una di quelle giornate in cui tu e il mondo siete tutt’uno. Ed entrambi lo sapete.

La Londra degli Stones

di ERNESTO ASSANTE La Repubblica, 6 novembre 2001

Tutti conoscono i Beatles, gli Stones, Bob Dylan, ma nessuno, o quasi, conosce bene chi ha lavorato con questi artisti, chi ha contribuito, spesso in maniera determinante, a fare in modo che loro fossero quello che oggi sono. Certo, alcuni manager hanno assunto uno status ‘leggendario’, da Brian Epstein, il cosiddetto ‘inventore’ dei Beatles, a Bill Graham, personaggio centrale nello sviluppo del rock americano, fino a Malcom McLaren e ai suoi Sex Pistols. Ma la maggior parte di questi personaggi ha continuato, nonostante il successo, a vivere nell’ombra, senza mai occupare sulla scena il posto giustamente destinato ai loro artisti. E così ha fatto fino ad oggi anche Andrew Loog Oldham, il primo manager dei Rolling Stones, che arrivato alla nobile età di cinquantasette anni ha deciso di raccontare la propria storia in un libro.

Stoned, come s’inventa la più grande rock’n’roll band del mondo, che sta per essere pubblicato dalla Arcana Editrice, non è un saggio e non è un romanzo, piuttosto una sorta di grande ‘documentario’ sull’esplosione del beat in Inghilterra, sulla ormai proverbiale ‘swinging London’, su quella straordinaria esplosione di creatività, follia, musica, arte e cambiamento che è durata per buona parte degli anni Sessanta in Gran Bretagna. Andrew Loog Oldham è stato un eccezionale testimone di quell’epoca, e anche qualcosa di più. Non è stato solo il manager della prima, leggendaria, fase dei Rolling Stones, quella per la quale la band di Mick Jagger è ricordata ancora oggi, quella che li portò a competere con i Beatles per il dominio musicale del mondo, ma è stato anche un vero e proprio protagonista dell’epoca, uno di quei personaggi che ha contribuito a fare in modo che gli anni Sessanta fossero così come oggi li ricordiamo, con tutti i pregi e i difetti consegnati alla storia. Tanto per chiarire, e mettere l’autore nella luce giusta, Oldham ha lavorato con Mary Quant, ha fatto da ufficio stampa per i Beatles, è stato amico di tutti i grandi del rock inglese, ha collaborato con Marianne Faithfull, Fleetwood Mac, Eric Clapton, Jimmy Page, Small Faces, i Nice, ha realizzato dischi a suo nome e diretto una casa discografica indipendente, ha vissuto insomma gli anni Sessanta stando ben dritto sul ponte di comando. Stoned non è, a dispetto del titolo, un libro sui Rolling Stones, anzi Jagger e compagni compaiono tardi nel racconto, verso il decimo capitolo (su quindici in totale) e della loro avventura musicale e personale sono raccontati solo i primi anni. Il che non è un limite, anzi, è il pregio del libro, perché quello che viene descritto in maniera straordinaria è la nascita della ‘rivoluzione beat’, gli anni che hanno preceduto l’esplosione dei Beatles e degli Stones, in un crescendo decisamente interessante. Attraverso le memorie di Oldham il libro racconta Londra e l’Inghilterra del dopoguerra, l’arrivo sulle scene di Elvis e del rock’n’roll, di James Dean e del cinema americano, i sogni e i desideri di ragazzi che sognavano di cambiare tutto e che, per un po’, ci riuscirono. Nel libro c’è tutto quello che ci deve essere, da Carnaby Street a Bob Dylan, da John Lennon a Picasso, raccontato in prima persona da Oldham ma anche da molti altri testimoni, tra i quali Pete Townshend e Mary Quant, Nick Cohn e Vidal Sassoon, che prendono in mano il racconto e si inseriscono, in un perfetto cut and paste tra i ricordi del manager con le proprie memorie. Il sottotitolo originale, Memories of London in the 1960’s, non casualmente non era dedicato ai Rolling Stones ma alla città, perché è Londra, con le sue strade, i suoi locali, le sue mode e le sue star, ad essere la vera protagonista del racconto, lo scenario naturale ed unico in cui la straordinaria vicenda di Oldham, dei Beatles e degli Stones poteva crescere e svilupparsi. Forse non c’è un libro paragonabile a questo, nemmeno quello del suo ‘collega’ George Martin sui Beatles, ma di certo l’aria che si respira tra le pagine di Stoned è simile a quella che ha fatto di Hard Day’s Night, il primo film dei Beatles, la migliore testimonianza dell’epoca. A rendere interessante il racconto è infatti l’evoluzione di Oldham da povero ragazzo della ‘lower class’ a ‘trend maker’ della nuova era, attraverso le rivoluzioni piccole e grandi, personali e collettive, le follie, le difficoltà che una generazione provava ad affrontare per la prima volta in prima persona.Ovviamente la parte dedicata agli Stones è particolarmente ricca: affascinante è il resoconto del primo incontro tra Oldham e la band, del concerto in cui il manager li vide per la prima volta suonare e capì che gli Stones sarebbero potuti diventare grandissimi. E ci sono moltissimi aneddoti inediti, tra i quali quello di un ‘complotto’ per sostituire Mick Jagger con Brian Jones come cantante della band, che costituiscono il cuore ‘musicale’ del libro, con una dettagliata ricostruzione dei rapporti tra Jagger e Richards e un interessante resoconto di come Oldham abbia contribuito alla nascita di un mito, quello della ‘rock’n’roll band più famosa del mondo’.

L’era degli Stones

memorie di un protagonista

Esce in Italia ‘Stoned’: Andrew Loog-Oldham, il manager che inventò coi Rolling Stones la ‘faccia sporca’ del rock’n’roll, racconta gli anni della Swingin’ London di Alfredo d’Agnese

C’è stato un tempo in cui il rock aveva ancora i pantaloncini corti. Keith Richards, chitarra dei Rolling Stones, è solito dire che ‘il mondo era ancora in bianco e nero’. Andrew Loog-Oldham è stato uno degli uomini che ha portato i colori nella società civile. Per i ventenni di oggi è un nome come un altro. Invece stiamo parlando dell’uomo che inventò il fenomeno Rolling Stones, di un protagonista degli anni Sessanta che ha deciso di raccontarli alla sua maniera. E’ uscito proprio oggi nei negozi, per i ‘tipi’ dell’Arcana, ‘Stoned’, una corposa testimonianza (420 pagg. 32mila lire) di un’era leggendaria. Il libro, accompagnato da 30 rare foto in bianco e nero, è la storia di un ragazzo nella Londra innamorata del rock e del blues e delle sue intuizioni. Oggi Oldham ha 58 anni e vive a Bogotà, in Colombia. Torna raramente a Londra. L’ultima sua apparizione pubblica è stata il 31 ottobre scorso, quando è sceso in campo personalmente davanti all’Alta Corte. Il ‘teenager miliardario’ (questo era il suo appellativo negli anni Sessanta) è al centro di una controversia legale per i proventi dei guadagni di Small Faces, Rod Stewart, Sam Cooke, Eric Clapton, Jimmy Page e Nico tra il 1965 e il 1970. All’epoca questi e altri musicisti erano sotto contratto per la Immediate, andata in liquidazione all’alba dei Settanta. Oggi il gruppo Sanctuary, che ha acquistato il copyright della Immediate, chiede a Oldham di non pubblicare più quei dischi, di cui lui ritiene di avere ancora i diritti. Si preannuncia una maratona legale che non scalfirà minimamente l’immagine di un uomo che a 19 anni aveva già lavorato con i Beatles e che scoprì un gruppo di ragazzi alla periferia di Londra facendone la ‘faccia sporca’ del nascente rock britannico.Per raccontare meglio la sua storia, fatta di aneddoti (gustoso quello su Frank Sinatra), Oldham ha compiuto un salto indietro nel tempo giungendo fino agli anni di Bill Haley e all’arrivo in Gran Bretagna dei dischi d’importazione americani. Inoltre ha utilizzato le migliori fonti per spiegare che cosa sia stata la ‘swinging London’, quella di Harold Wilson e del mito di Piccadilly. Tra i consulenti di ‘Stoned’ hanno offerto il proprio contributo Mary Quant, inventrice della minigonna e maitre-a-pénser della moda di quegli anni; Pete Townshend, fondatore e leader dei Who; il critico musicale Nik Cohn e Vidal Sassoon, che di mestiere fa il parrucchiere. A lui si devono molte delle acconciature che in quella stagione hanno fatto gridare allo scandalo e hanno fatto tendenza.Quella dei Rolling Stones è stata una fantastica avventura. Loog-Oldham è stato l’uomo che ha dato l’imprimatur, il via, producendo i primi dischi, da The Rolling Stones fino a Between The Buttons. Ha sempre avuto il fiuto degli affari, fin da ragazzino, Loog-Oldham. Nel 1962 era già il titolare di una agenzia, la Impact, e gli bastò poco per convincere i sei ragazzi (all’epoca il gruppo era un sestetto) a lasciare Giorgio Gomelsky per passare sotto la sua ala protettiva. Con il senno di poi possiamo dire che quella fu la loro fortuna.Nel libro c’è tutta la Londra del grande cambiamento, quella dei mod e dei teddy boys falciati dal fenomeno beat prima e dal rock poi. Neppure un romanzo come ‘Absolute Beginners’ è riuscito a raccontare in modo così puntuale, anche se molto poco obiettivo, quegli anni. Il libro rappresenta uno spaccato straordinario della nascita del rock inglese. Prima dei Rolling Stones il mondo era popolato di cantanti buoni e puliti. Anche i Beatles, agli esordi lo furono. Loog-Oldham applicò la regola, vecchia come la storia, della rivalità e della contrapposizione. I Beatles erano buoni? Gli Stones sarebbero stati cattivi e politically uncorrect. I Beatles avevano le loro divise? Gli Stones sarebbero stati l’altra faccia dell’eleganza. Il suo genio creativo coniò una serie di frasi a effetto. La più famosa rimane: ‘Lascereste che vostra sorella uscisse con uno Stone?’. L’impatto fu clamoroso. Per la prima volta anche la musica nascente della rivoluzione giovanile e della contestazione (allora piuttosto timida), aveva i suoi Coppi e Bartali, i suoi fratelli-serpenti.I due gruppi furono spinti contro, ma nella realtà i rapporti restarono sempre ottimi. E quando, nel 1963, agli Stones servì una canzone per dare seguito al piccolo exploit di Come On, a chi andò a chiederla Loog-Oldham? Ai rivali John Lennon e Paul McCartney, che furono lieti di offrire l’ancora inedita I Wanna Be Your Man. Fu quello il primo ingresso nella Top 20 della classifica inglese e l’inizio della grande scalata al successo. Il singolo successivo, Not Fade Away , avrebbe raggiunto il terzo posto. A Loog-Oldham va attribuita anche l’esclusione di Ian Stewart dal gruppo. Il pianista, che sarebbe restato a lungo e nell’ombra il sesto Stones, era giudicato troppo perbene per una banda di teppisti e di ragazzi cattivi.I cinque anni successivi sono stati quelli che hanno creato l’alone leggendario intorno a Jagger e Richards. Sono stati gli anni di Satisfaction, inno generazionale sull’incapacità di essere felici, Paint It Black, Lady Jane, Under My Thumb e {{Let’s Spend the Night Together}}, censuratissima e punto limite dell’irriverenza del gruppo. Jagger e Richards furono arrestati per detenzione di droga, lo scandalo raggiunse l’apoteosi. Qui, siamo nel 1967, i rapporti tra manager e Rolling Stones si guastarono. La fama e il carisma di Jagger erano cresciuti troppo per permettere una coabitazione serena. Oldham andò via, sostituito da Allen Klein, altro volpone della scena musicale. Era il 1967, Sergent Pepper bussava alla porta, come Absolutely Free di Frank Zappa, [[Younger Than Yesterday]] dei Byrds, Surrealistic Pillow dei Jefferson Airplane, The Piper At The Gates Of Dawn dei Pink Floyd. Il rock aveva perso la sua verginità. Ora era a colori. Ma il domani si sarebbe tinto di sangue. E proprio gli Stones avrebbero dato inizio, con la morte di Brian Jones (appena uscito dal gruppo per dissidi con Jagger) alle grandi tragedie del rock, provando sulla propria pelle il peso del dolore e celebrando l’addio all’età dell’innocenza. (9 novembre 2001)

Recensioni ‘Le donne nel rock’

Posted on 9 Novembre 202229 Novembre 2022 by AnnaMioni

Dallo sterminato archivio della rivista Rolling Stone, sotto la cui egida è stato realizzato questo assemblaggio italiano, ecco arrivare un volume (il primo di due) dedicato a ripercorrere le origini della musica al femminile, in questo caso soffermandosi a sviscerare storie, aneddoti e notizie relative all’arco di tempo che va dal 1920 al 1976. Se le distinzioni tipo ‘la musica al femminile’ da sempre trovano delle opportune riserve, spesso e in primo luogo proprio da parte delle artiste stesse, che vorrebbero essere comprese, apprezzate ed eventualmente analizzate a prescindere dal loro sesso, è anche vero che c’è uno specifico femminile a cui le artiste raccontate in questo volume si rifanno, o meglio, è proprio dalla lettura dei loro ritratti che se ne può comporre uno sufficientemente vasto e completo. Il volume si articola in tre parti: la prima si intitola ‘Le pioniere del rock’n’roll: blues, jazz, gospel, rhythm’n’blues e country’, e traccia la vicenda artistica e umana di personaggi come Ma Rainey, Bessie Smith, Billie Holiday, Mahalia Jackson ed Etta James: in una parola, le genitrici della odierna musica rock, in qualunque modo la si affronti. Il secondo capitolo è intitolato ‘Passerotti e virago: il pop, il folk e il rock negli anni ’50 e ‘60’ e lascia scorrere la storia di Petula Clark, Nanci Sinatra, Cher, Dusty Springfield, Carole King, Aretha Franklin, Diana Ross, Joan Baez e tante altre. Già dai nomi ci si rende conto della diversità delle proposte musicali, che rispecchia uno scenario quanto mai eterogeneo se abbracciato nel suo complesso. Il terzo e ultimo capitolo si intitola ‘Electric Ladyland: il rock negli anni ’60 e ‘70’ e si dedica a personaggi come Tina Turner, Joni Mitchell, Janis Joplin, Bette Midler – tra gli altri. Insomma, una buona raccolta di storie, raccontate nel tipico stile giornalistico statunitense, l’unico che è riuscito a fare della sua versione ‘musicale’ qualcosa di molto vicino alla letteratura. Sono in effetti dei veri e propri racconti, che non mancheranno di intrigarvi se soltanto avrete la voglia di dedicarvi ad un viaggio a ritroso nel tempo. (www.rockol.it, 16 dic. 1998)

A poco meno di sei mesi di distanza dalla pubblicazione del suo primo volume (v. libri, video & co.), ‘Il libro delle donne del rock’ torna nelle librerie con un secondo volume che copre la storia della musica al femminile dall’avvento del punk fino ai giorni nostri. Se il precedente capitolo, pur avvincente, raccontava la vita di personaggi forse un po’ distanti adesso dalla contemporaneità, il bello per così dire di questa seconda parte è proprio l’essere incentrata sulla musica degli ultimi vent’anni e su personaggi che sono stati e sono sulla bocca di tutti, a partire dalla copertinata Courtney Love. Si passa così attraverso tre grandi capitoli, il primo dei quali si intitola ‘Ribelle ribelle: il pop e il punk negli anni ‘70’ e copre i profili – tra gli altri – di Yoko Ono, Marianne Faithfull, Patti Smith, Jayne County, Debbie Harry, Siouxie e Chrissie Hynde. Il secondo è ‘Dive ed entraineuses: dagli anni ’70 ad oggi’, e si occupa di personaggi che vanno da Kate Bush a Cyndi Lauper, da Rickie Lee Jones a Sinead O’Connor, da Selena a Mariah Carey, mentre si chiude con ‘Oh, bellezze!: verso il terzo millennio’ con Laurie Anderson, Courtney Love, Ani DiFranco, Neneh Cherry, Liz Phair e Polly Jean Harvey. Il tutto raccontato con dovizia di particolari e competenza da una serie di agguerrite freelance, reporter, columnist e redattrici rigorosamente al femminile. Una galleria di ritratti assolutamente da leggere: garantisce Rolling Stone. (www.rockol.it, 23 mag. 1999)

Recensioni Elliott Smith

Posted on 9 Novembre 202229 Novembre 2022 by AnnaMioni

Elliott Smith, genio triste dalla morte misteriosa.

Andrea Laffranchi

Corriere della Sera, 24 aprile 2005 Nuova biografia sul cantante texano

Uno fuori posto. Anzi, uno che non si sentiva mai a posto. Così era Elliott Smith, cantautore geniale scomparso in circostanze misteriose ( omicidio o suicidio?) il 21 ottobre 2003, a 34 anni. Due episodi – entrambi raccolti in Elliott Smith e il grande nulla ( Arcana, 269 pag) di Benjamin Nugent, biografia nelle librerie in questi giorni – raccontano bene il suo disagio nei confronti della vita. Il primo risale al 1994. Elliott si fa tatuare su un braccio il toro Ferdinando, bestione pacifico preso da un libro per bambini che alle corride preferisce i fiori: un fallito agli occhi della gente perché, spiegò Smith, « fuori dal sistema » . Il secondo, siamo nel ‘ 98, ci porta sul palco d e g l i Oscar. Elliott canta la sua « Miss Misery » , candidata come miglior canzone originale: nonostante il completo bianco, la camicia e la cravatta rubino, le scarpe Prada, la sua espressione impacciata fa capire che al successo e ai lustrini preferirebbe altro. Queste due pillole parlano di Elliott anche a chi non ne conosce le canzoni. Piccoli gioielli del cantautorato dove la dolcezza delle melodie si incrocia con storie piene di malinconia. Il dolore dei personaggi è il dolore di Smith, le loro sfighe sono le sue, le loro paure le sue paure. Un mondo raccontato in obliquo. Come in obliquo è la vita del protagonista come la racconta, perdendosi spesso in testimonianze irrilevanti, Nugent. A partire dalla storia sul suo nome. Il senso di inadeguatezza alla vita di Steven Paul Smith, nato il 6 agosto 1969 a Omaha, e vissuto fra il Texas ( con la mamma) e Portland ( con papà) si manifesta al college: in quegli anni decide di farsi chiamare Elliott. Steve gli suonava troppo «macho» e Steven «secchione» così, forse su idea della ex che prende il cognome di un ex, forse ispirato dal nome di una strada, opta per Elliott. E questa attitudine ha marchiato la sua vita. Anche quella professionale. Che parte con gli Heatmiser, una band che si fa conoscere nel circuito grunge rock di Portland e che arriva ad avere anche un contratto discografico. Ma non è il genere che Smith sente nelle sue corde. Parallelamente alla carriera nel gruppo, incide canzoni fragili nella cantina di casa. Da quelle cassette esce il suo primo cd solista, «Roman Candle», datato 1994. L’ ombra più pesante della sua vita , quella della droga, inizia a proiettarsi. I testi del secondo disco, «Elliott Smith» (’95), sono pieni di buchi, aghi, spacciatori e altre metafore: la gente pensa che Smith sia un eroinomane. Non ancora. La sua, raccontano gli amici, è una grande paura, una tentazione che emerge da profondi scavi interiori. E’ il successo discografico a trasformare tutto. Dopo il successo di nicchia di «Either/ Or» (’97) arrivano gli Oscar, un contratto più ricco con la Dreamworks per «X0» e «Figure 8» fanno di Smith una figura di riferimento nel cantautorato Usa. La pressione dei fan, i tour massacranti, lo staff che lavorano con lui finiscono per isolarlo dagli amici. L’ alcol, compagno degli anni precedenti, non basta più. Arrivano eroina, crack, pillole e cliniche. Il nuovo disco, quello che avrebbe dovuto consacrarlo, fatica a uscire. Smith lo fa e lo disfa. Vedrà la luce solo dopo la sua morte. Provocata da due coltellate al petto sulle quali la polizia ancora indaga.

Ad memoriam di Elliott Smith

Esce in italiano la biografia di Elliott Smith, cantautore americano tragicamente scomparso e noto al grande pubblico per aver musicato il film di Gus Van Sant “Will Hunting – Genio ribelle”.

di Giancarlo Susanna Railibro n 67

È molto probabile che il nome di Elliott Smith sia sconosciuto alla gran parte del pubblico italiano, anche quello più abituato a frequentare i negozi di dischi. Forse però, in un angolo della memoria qualcuno ritroverà la musica malinconica e crepuscolare che accompagnava le immagini più belle di un film di Gus Van Sant, Good Will Hunting – Genio ribelle. Quelle canzoni – una delle quali, “Miss Misery”, fruttò al suo autore una nomination all’Oscar nel 1998 – erano opera di Elliott Smith, il cantautore americano più importante della sua generazione.

A Smith, artista di culto scomparso in circostanze ancora misteriose (è molto probabile un suicidio) nell’ottobre del 2003, ha dedicato una biografia il giornalista Benjamin Nugent. Pubblicato negli Stati Uniti nel 2004, Elliott Smith and the Big Nothing esce tempestivamente anche da noi nella traduzione di Anna Mioni, a testimoniare che non è sempre la fama a guidare le scelte dei nostri editori.

Va detto subito che chi voglia accostarsi a quanto Elliott Smith ha realizzato nel breve arco di tempo che va dal 1994 all’anno della sua morte – musica e versi che più di altri raccontano l’America di oggi – dovrebbe prima di tutto ascoltare i suoi dischi e che una biografia, sia pure scritta da Nugent nel modo più completo possibile, non basta a darci un’idea dell’influenza esercitata da Smith sulla musica rock di questi anni.

Dicevamo che Nugent ha lavorato come meglio poteva e questo significa che, come lui stesso dichiara nell’Epilogo, non ha avuto accesso a tutte le fonti, soprattutto a quelle più vicine all’oggetto della sua ricerca: «Molti amici di Smith che avrebbero potuto difenderlo più lealmente sono assenti da questo libro perché non rilasciano dichiarazione su di lui alla stampa, e non hanno fatto eccezione per me … Lo stesso vale per la famiglia di Smith». L’autore ha fatto quindi ricorso a tutto ciò che era possibile reperire su Elliott Smith e ha intervistato le persone disposte a parlare di lui. Il risultato è un libro molto documentato e a tratti – quando Nugent cerca di interpretare la vita di Smith attraverso le liriche delle sue canzoni – necessariamente arbitrario.

Ci vorrà ancora qualche tempo – nonché un biografo che riesca a vincere il riserbo dei familiari e degli amici più stretti – per avere un quadro più ampio e completo dell’esistenza di questo artista tormentato e geniale. Nel frattempo la bellezza dei suoi dischi – vi raccomandiamo almeno Either/Or, un capolavoro assoluto della canzone d’autore d’oltreoceano – diventerà sempre più evidente e la sua popolarità crescerà come sempre accade per i poeti e i musicisti che muoiono giovani. Ora come ora Elliott Smith e il grande nulla è con una manciata di splendidi album – in appendice al libro c’è un’accurata discografia compilata da Anna Mioni – l’unica chiave per entrare nel suo mondo.

Benjamin Nugent Elliott Smith e il grande nulla (Arcana)

C’è un ragazzo che non si ritrova in se stesso. Non si ritrova nei genitori che ha avuto e nei luoghi dove è abitato. Non si ritrova neanche nel gruppo che ha cominciato a farlo conoscere come musicista. Elliott Smith non si trovava proprio in questo mondo. Steven (il suo vero nome) era un ragazzo che molti inquadrerebbero come ‘difficile’, e forse lo era. Ma era anche molto altro. Era uno che faceva ridere. Riservato sì, ma sempre di compagnia. Leggeva e suonava. Suonava, soprattutto, e come suonava. Gli amici lo descrivono come un ragazzo un po’ riservato, ma sul quale si poteva sempre contare, che in qualsiasi momento era a disposizione di chiunque avesse un problema e che una volta raggiunta la (per niente agognata) fama ha cominciato a crollare. Interviste di riviste specializzate, racconti di amici, ex ragazze e soprattutto la sua musica, sono le fondamenta principale su cui si fonda la prima biografia, ‘Elliott Smith e il grande nulla’ scritta da Benjamin Nugent (Arcana, 268, € 17,50, trad. di Anna Mioni; corredata da tutta la discografia e non solo di Smith) sul cantautore statunitense che il 21 ottobre del 2003, a soli 34 anni si è tolto la vita. Dall’infanzia difficile passata con un patrigno col quale i rapporti erano molto tesi, al trasferimento a Portland, dal padre; dai primi passi musicali all’università fino agli Heatmiser il gruppo grunge di cui faceva parte agli inizi dei ’90, per arrivare poi alla carriera solista e alla nomination all’Oscar per la colonna sonora del film di Gus Van Sant ‘Will Hunting – genio ribelle’ (Oscar perso per mano della Celine Dion del Titanic). Un excursus nella vita di un cantautore che ha scritto canzoni stupende (‘Pitseleh’, ‘Roman Candle’, ‘Ballad of big nothing’, ‘St. ideas heaven’, ‘Pretty (ugly before) e che si è ritrovato improvvisamente catapultato nel mondo delle star, dei grandi pubblici, delle groupie, ma che avrebbe voluto solo continuare a scrivere canzoni per sé e gli amici. Che avrebbe pagato per non raggiungere quella vetta dalla quale è inesorabilmente precipitato, spinto anche dalla depressione (‘I’m not half what i wish i was’ cantava) e dalle droghe che hanno caratterizzato l’ultima parte della sua breve vita. Di un ragazzo, insomma, che ‘era diventato un faro illuminante in un Grande Nulla, che era la mostruosità luccicante della musica da discoteca e del metal goliardico che imperversavano nelle classifiche’. Francesco Raiola, da Freak Out

Recensioni Phreak

Posted on 9 Novembre 202229 Novembre 2022 by AnnaMioni

Phreak.

Si potrebbe definire tecno-noir Phreak di Denise Danks (Marsilio, 13,50, in libreria da domani). E’ la storia di una giornalista informatica alle prese con un traffico di cellulari clonati nell’East End di Londra. Una sua fonte, un hacker, viene trovato morto. Lei finisce tra gli indagati. Dietro il traffico di tecnologie c’è molto di più: una guerra tra bande che si combattono sia fuori che dentro la Rete. D. Olivero, Repubblica

È un intrigante romanzo poliziesco, di quelli veri che vi tengono saldamente legati al procedere della narrazione e vi impediscono di posare il libro prima di averne ultimata la lettura, questo Phreak di Denise Danks, appena pubblicato nella nuovissima collana ‘Black’ della casa editrice Marsilio nella traduzione di Anna Mioni. Prima donna ad essere stata premiata con il Raymond Chandler Fulbright Award, Denise Danks, che solo adesso approda nelle librerie italiane è invece da tempo solidamente affermata nel Regno Unito per i suoi romanzi e per la sua attività di sceneggiatrice. Al centro di questo Phreak vi sono gli intrighi e i delitti perpetrati nell’ambito di una spietata guerra fra bande di criminali in cui Georgina Powers, giornalista informatica della rivista ‘Technology Week’ e protagonista di altri cinque romanzi della Danks, tutti finora inediti in Italia, incappa partendo da un’indagine giornalistica su un traffico di telefoni cellulari clonati (i phreak del titolo sono appunto gli hakers telefonici). A dominare incontrastata la narrazione è la voce narrante della protagonista. Discretamente dedita all’alcol e agli stupefacenti, oltre che alla buona tavola e al sesso, l’amorale e sarcastica Georgina Powers ruba per se tutta la scena che riempie con la sua vita sregolata e il suo umorismo tagliente, con il suo coraggio incosciente e con la sua fondamentale generosità. Intorno a Georgina la Danks costruisce con bravura un demi-monde di personaggi in cui trovano spazio Tony Levi, un ex pugile ed ex amante di Georgina (più ex pugile che ex amante), il detective Duggan un ambiguo poliziotto di quelli con ‘le viscere saldamente ancorate al suo cuore d’acciaio’, un caporedattore in crisi sentimental – gravidica e la sua antipatica amante fanatica della macrobiotica. Ma a scolpirsi nella memoria del lettore sono soprattutto le figure dei pirati informatici con il loro universo di macchine e di codici. È un mondo fondamentalmente oscuro, rischiarato soltanto dalla debole luce dei monitor, quello che la Danks immagina per loro mentre li fa scivolare come ombre su un tracciato in cui la rete di strade dell’East End londinese si confonde e si sovrappone alla rete di Internet. Un mondo in cui, protette dallo scudo dei modem, identità che non sono mai certe si nascondono dietro falsi nomi e falsi pensieri. Identità false a cui é concesso però di vivere in eterno mentre entità vere e materiali, di alberi, di animali e di uomini, vengono travolte e uccise senza ricevere una seconda possibilità. Marcella Musacchia, Prometheus, 23/6/2003

Georgina Powers, giornalista informatica free-lance, sta investigando su un traffico di cellulari clonati nell’East End di Londra. Le cose però si complicano quando la sua principale fonte, il giovane hacker Abdul Malik, viene ritrovato con il collo spezzato in fondo a un cassonetto della spazzatura. E come se non bastasse, ha uno sbaffo del suo rossetto sulla T-shirt. Sospettata dalla polizia per la morte del ragazzo, minacciata da una banda di gangster bengalesi che vuole sapere a ogni costo cos’è successo ad Abdul, Georgina è costretta a chiedere aiuto a un suo vecchio amante, Toni Levi, ex pugile e proprietario di night-club dalla dubbia reputazione, per riuscire a venire a capo di quella che si rivelerà essere una guerra tra bande combattuta senza esclusione di colpi tra il cyberspazio e il mondo reale. Grazie a una approfondita conoscenza del mondo delle nuove tecnologie, alle atmosfere cupe e inquietanti in cui sono immersi i suoi romanzi e alla felice creazione del personaggio di Georgina Powers, una giornalista sexy e amorale, che non disdegna alcol e droghe e dalla vita sentimentale disordinata, Denise Danks si è guadagnata un posto di primo piano sulla scena del noir contemporaneo. Drive magazine, 2003

  • Previous
  • 1
  • 2
  • 3
  • Next

Ultime novità

  • Nella cinquina dei finalisti del Premio Capalbio 2024
  • Le agenzie letterarie nell’attuale mercato editoriale
  • Ogni libro ha una voce diversa
  • «Uno spazio di silenzio e concentrazione», conversazione con Anna Mioni
  • Dietro le quinte della letteratura: Vita da traduttore

Categorie

  • Articoli e interviste
  • Commenti
  • Poesie tradotte
  • Premi
  • Recensioni
  • Schede
  • Home
  • Chi sono
  • Who I am
  • Articoli e interviste
  • Contacts

Privacy

© 2022 Anna Mioni

© 2026 Anna Mioni | Powered by Minimalist Blog WordPress Theme
Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Se continui ad utilizzare ne accetti le condizioni.
Puoi revocare il tuo consenso in qualsiasi momento utilizzando il pulsante Revoca il consenso.